Due parole sulle fashion bloggers

Ora, premesso che reputo che queste figure siano socialmente utili giusto perché ogni tanto fanno dei giveaway random, tra l’altro spesso orribili e con la cadenza di una nevicata in Nigeria, vorrei analizzare a grandi linee il fenomeno (si fa per dire) della diffusione fashion bloggers.
Il tutto mentre mi consolo con Almost hear you sigh dei Rolling Stones, giusto per rendere questa lettura un po’ più piacevole vi consiglio di ascoltarla.

Innanzitutto, per essere una fashion blogger hai bisogno di essere una megalomane senza precedenti. A differenza di altri bloggers, che perlopiù scrivono cosa succede loro solo nel 10% dei post, le fashion bloggers sono in grado di parlare di se stesse in ogni intervento. A questo va aggiunto che, a quanto pare, vestirsi ricopre un ruolo fondamentale nelle loro vite al pari di mangiare e andare al bagno.
Questi soggetti nutrono una tale profonda convinzione nelle proprie scelte in fatto di moda da condividere i propri outfit (per i comuni mortali che non hanno idea di cosa significhi: “abbinamenti”) in mondovisione, e per giunta CONSIGLIARE agli altri di vestirsi così. Eh sì, perché una fashion blogger vuole essere fonte di ispirazione e guida spirituale per le povere ragazze che a quanto pare non riescano ad accostare una maglietta ad un jeans.

Il punto nodale della questione è che la maggior parte delle fashion bloggers non propongono nulla di veramente innovativo, pertanto si vestono fluo quando va di moda fingere di essere un evidenziatore Stabilo, usano gonnelloni da zingara da quando va di moda vestirsi come Esmeralda de “Il gobbo di Notre Dame” e quando decidono di proporre qualcosa di diverso dai canoni creano scempi indicibili, perlopiù incomprensibili a noi comuni conoscenti dell’ABC della moda, che ci impedisce giusto di accostare il marrone al nero e una felpa ad una gonna di pizzo.
Insomma, queste tizie si muovono tra il banale e l’assurdo con l’agilità e la grazia di un rinoceronte in tutù.

Requisito che a una vera FB che si rispetti non può assolutamente mancare è un armadio pieno di roba costosa. Come già detto, il banale si accosta al paradossale in uno scoppiettante no sense, ma se in mezzo a questo insieme di Converse e gonna fluo da Star Wars versione post lsd ci piazzate una Chanel 2.55 o una Birkin di Hermès, diventate automaticamente delle fantastiche icone.. Sì, di quanto sia sbagliato aver abolito il trattamento con l’elettroshock.

Molte fashion bloggers si fermano in un’ottica abbastanza provinciale, che spazia dalle proprie amiche che commentano outfit (ormai masticate bene il gergo del mestiere) con “XOXO tesoro sei bella in tutte le fotuzze! Ihih” a marpioni squallidi, spesso stranieri, che abusano delle espressioni “so hot”, “so lovely” e “so cute”.
Tuttavia ci sono alcuni soggetti di questo particolare genus umano che arrivano ad ottenere una visibilità internazionale, magari beccandosi perculate in tutte le lingue del mondo ma anche parecchi soldi per smarchettare, vale a dire farsi qualche foto imbecille con addosso un capo di un certo brand.
Insomma sì, è un po’ come prostituirsi, però a difesa delle prostitute (categoria che io rispetto in quanto la equiparo alla prostituzione intellettuale, e vi sfido a trovare chi di noi almeno in un momento della propria vita non vende il proprio cervello per denaro) va detto che loro non si auto-definiscono modelle o che so altro, mentre alcune fashion bloggers osano darsi delle giornaliste di moda, o nel peggiore dei casi affermano perfino di essere un passo avanti a chi studia moda poiché “anticipano le mode” e “dettano legge agli stilisti”.
Come un capo possa essere prima indossato e poi concepito da uno stilista resta un mistero per la sottoscritta, ma probabilmente si tratta di uno di quegli scherzetti che ogni tanto ci fa la dimensione spazio-tempo.

Le fashion bloggers di fama internazionale non perdono occasione di mostrare ai meno fortunati quanto sia ricca di interesse la propria vita, postando foto di hotel a cinque stelle, torte di macarons e foto con personaggi famosi costretti in espressioni fintamente compiacenti. E questo, per qualche strana ragione, dovrebbe scatenare la nostra invidia.
Infine vengono naturalmente invitate alla Milan (resta dubbio l’uso dell’inglese per designare un luogo italiano, un po’ come dire “Settimana della Moda di Nuova York”) Fashion Week, Paris Fashion Week & Altre Varie Fashion Week, mostrandoci generosamente cosa si dice dalle passerelle come se TG 2 “Costume e Società” già non ci proponesse future tendenze ogni giorno delle nostre vite, accompagnando le foto a descrizioni ricche di “collezione che ricorda l’atmosfera magica dell’Estremo Oriente”, “quella che X propone è una donna romantica ma strong” e, naturalmente, a foto di se stesse.

Per concludere questo post, vorrei fare alcune importanti e legalmente paracule precisazioni:
1 Quella sull’elettroshock è una battuta, naturalmente sono contraria a sevizie di questo tipo così come anche alla pena di morte, alla tortura come mezzo di interrogatorio e a tante altre cose che la nostra cultura ci spaccia per civiltà.
2 In realtà adoro i rinoceronti in tutù.
3 Questa non rappresenta una critica alla dilagante pratica di postare foto di se stessi costretti in abiti di dubbio gusto: se le fashion bloggers esistono è perché negli ultimi anni indossare indumenti è diventata una fonte di guadagno per delle aziende, e per due o tre elementi che sono diventati famosi e (si dice) ricchi, la tendenza ha preso piede praticamente ovunque. Se le persone avessero spirito critico e non comprassero oggetti solo per il nome che hanno stampato sopra, o perché a proporglieli è un testimonial famoso e (a volte) bello, questo fenomeno non avrebbe raggiunto una tale estensione.
Della serie “i combattimenti tra gladiatori erano disumani, ma gli stadi erano sempre pieni”.
4 L’invidia nei confronti di questi individui potrebbe essere unicamente limitata alle opportunità che hanno e agli oggetti che possiedono. Avere l’opportunità di non avere un lavoro serio, girare per il mondo (naturalmente mi riferisco a chi di questo pseudo impiego ci campa) e avere in regalo merce talvolta molto bella e costosa non potrebbe sicuramente dispiacere a chi guardando al futuro in questa meravigliosa Nazione si sente sfiduciato e insicuro. In realtà io preferirei avere un lavoro soddisfacente e appagante, che mi retribuisca abbastanza bene da godere di sicurezza economica, tuttavia non nascondo che piuttosto che fare la “cassiera al supermercato” (tipico luogo comune che nulla in realtà ha contro le cassiere) non mi dispiacerebbe guadagnare non facendo un tubo se non assumere occasionalmente espressioni da cerebrolesa con in mano una Chanel Dumbo. Se tutti godessimo di benessere economico, certo non saremmo invidiose di ciò che viene regalato a queste megalomani in gonnelloni.
5 Ho deciso di non pubblicare nessuna foto attinente ai soggetti anzitempo descritti, dal momento che l’ultima cosa che desidero è far loro pubblicità, seppur negativa. Come ho già detto, se il fenomeno esiste è perché è considerato, nel bene e nel male.
6 Non ce l’ho con una o due fashion bloggers, la mia riflessione è mossa nei confronti dell’intera categoria di “Uomini & Donne” che pubblicano foto di sé in posizioni alla “Mi sento Naomi Campbell” in improbabili location con tanto di indicazione di griffe indossate. Finora non ho incontrato nemmeno una fashion blogger degna di stima, o quantomeno ispiratrice per me. Al di là del fatto che la stima non passi attraverso l’accostamento di una gonna ed una blusa, si potrebbe consigliare un abbinamento senza mostrarlo su di sé, photoshoppandosi (o nel più dei casi facendosi photoshoppare) e facendo sentire chi guarda inferiore, inadeguato e non in grado di permettersi un budget di 3000 € per uno o due capi d’abbigliamento.
E chi dice “è low cost perché abbinano i vestiti di Zara alla Kelly di Hermés” dovrebbe ripassare dalle elementari per ripetere le addizioni.
7 Ultima e importantissima precisazione: chi ama la moda, lo fa al di là di ogni etichetta appesa ad un capo, tendenza e testimonial del momento. Chi è in grado di sapersi vestire con gusto con un budget ristretto, è in grado di farlo con qualunque budget: viceversa, è impossibile.
Idolatrare chi ridicolizza e banalizza il concetto di moda e stile non significa essere glamour, fashion o le centinaia di altre alquanto stupide parole simili, significa dissanguarsi per poter comprare capi che qualcun altro ci dice di avere se vogliamo essere “giusti”. Questo ci rende individui senza personalità e gusto proprio, convinti che comprare una shopper di Prada possa renderci felici e adatti al mondo mentre serve solo alla buona Miuccia per rimpolpare un po’ le casse. Sentirsi bene con se stessi è possibile anche con un pigiama di flanella addosso, perché è qualcosa che si sviluppa dentro di sé grazie alle persone che ci circondano e ci fanno sentire speciali, anche se non possiamo permetterci un bracciale da mille euro o le vacanze regalate a Parigi. 

PS: l’immagine non centra niente con le fashion bloggers. E’ che adoro Lagerfeld.

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One thought on “Due parole sulle fashion bloggers”

  1. Quoto tutto. Anche io spesso parlo di questi esseri, che mi rifiuto di chiamare fashion blogger: preferisco il termine “outfit blogger”, perché di moda il più delle volte non capiscono una cippa. E poi sì, siamo tutte brave a vestirci bene con Birkin bag e scarpe Louboutin.

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