SYMPATHY FOR THE DEVIL: Donne che si innamorano di serial killer

Se potessi avere un nichelino per tutte le volte che in un film una donna si innamora puntualmente dell’affascinante bandito, credo che a quest’ora potrei avere la liquidità necessaria a rivedere i suddetti film in dvd e non in streaming.

Il cinema ci ha inculcato l’idea del criminale affascinante, proponendoci figure di ladri gentiluomini, da Lupin a Sir Connery in “Entrapment”, bande di rapinatori e trafficanti da cui più di una donna – e forse nel caso di “The Italian Job” anche qualche uomo – non esiterebbe a farsi rapire (basta dare un’occhiata ai cast di “RocknRolla”, “The Snatch” e “Ocean’s 11”).

Ci sono però casi extra-cinematografici in cui il criminale non è George Clooney o Gerard Butler e il reato non è il furto di diamanti.
Ci sono uomini – e anche alcune donne, che si macchiano di omicidi, stupri, sodomizzazione e, che ci crediate o no, hanno meno problemi a trovar moglie o marito della maggior parte di noi.

I più di voi non conosceranno quest’uomo, ma la dubbia forma dei baffi e la qualità della fotografia possono tranquillamente farvi dedurre che con ogni probabilità si trova sottoterra da un bel po’. Precisamente è stato cremato (si dice che i suoi genitori abbiano avuto difficoltà a trovare qualcuno che fosse disposto a farlo) nel 1898.
Studente di medicina,  Theodore Henry Durrant  è stato più poeticamente ribattezzato “Demone di Belfry”, anche se il suo nome a mio parere sarebbe stato comunque validissimo per un killer.
La lettura adesso si fa un tantino pesante, quindi inviterei chi è particolarmente sensibile a saltare la descrizione delle gesta di Theodore. 
Come molti serial killer, Durrant ha un passato da zoosadico. In particolare aveva una certa avversione nei confronti degli uccelli, ai quali si divertiva a tagliare la gola per osservarne il sangue scivolare lungo il corpo. Insomma, potenzialmente non sarebbe stato un medico tanto male, se non fosse stato così disturbato.
Si può facilmente intuire che il “buon” Theodore non si sia fermato ai piccioni: le sue vittime, due donne di età compresa tra i 18 e 21 anni, sono state entrambe uccise, mutilate e necrofilizzate.
Ma a parte l’incredibile sadismo che il killer ha impiegato nell’uccisione (a mani nude e con l’ausilio di un fermacarte), ciò che più stupisce è il fatto che al suo processo ci fossero un sacco di ammiratrici, una delle quali, tale Rosalind Bowers, (che era anche sposata e immaginate che scandalo fosse questo nel 1898) portava abitualmente a Durrant dei fiori.
Prima che fosse impiccato, si intende.

Leggendo a proposito della vita di Richard Ramirez mi sono venuti istantaneamente in mente due riferimenti cinematografici: il primo è al capolavoro di Quentin Tarantino, “Kill Bill”, il secondo all’horror “Non aprite quella porta – l’inizio”. Questo perché Ramirez è nato in un paese del Texas chiamato El Paso, e sua madre svenne durante la gravidanza su un non proprio felice posto di lavoro. Siccome la signora Ramirez è stata a contatto con sostanze tossiche e radiazioni sono state avanzate ipotesi secondo le quali la devianza di Richard avrebbe basi genetiche. Tesi suggestiva ma a mio parere non proprio valida.
Nonostante i suoi fratelli avessero problemi comportamentali Richard era “sano e tranquillo”, perlomeno di natura: viene descritto come un ragazzino al quale piaceva muoversi e che sognava di diventare famoso. Ciò che con molte probabilità lo ha cambiato sono stati gli abusi sessuali perpetuatigli da un insegnante e il legame con il cugino Mike, reduce dal Vietnam, rinchiuso per un periodo in un ospedale psichiatrico dopo l’omicidio della moglie.
La voglia di evasione portò Ramirez a drogarsi, e la droga fece degenerare le sue fantasie sessuali e lo costrinse a compiere furti con scasso, seguiti poi da violenze carnali e numerosi omicidi.
Il processo Ramirez è stato uno dei procedimenti giudiziari più lunghi e complessi nella storia americana. Con l’accusa di 13 omicidi, 5 tentati omicidi, 11 violenze sessuali e 14 furti con scasso, 100 e più testimoni chiamati a deporre, una difesa che tentò il più possibile di allungare i tempi e l’atteggiamento spavaldo dell’imputato (che si mostrò in aula con un pentacolo sul palmo della mano, non si toglieva quasi mai gli occhiali da sole, faceva brevi dichiarazione di stampo satanico e sorrideva in modo beffardo), il processo si concluse con una condanna a morte per iniezione letale che non è ancora stata eseguita. A partire dal 1985, Doreen Lioy, una giornalista freelance, scrisse 75 appassionate lettere d’amore a Ramirez, che le propose di sposarlo nel 1988. Otto anni dopo la coppia è convolata a nozze, e tutt’oggi la Lioy afferma che si suiciderà nel giorno in cui suo marito verrà giustiziato.

Nel 2005 Messick,  il direttore del carcere di San Quintino, ha dichiarato al San Francisco Chronicles che ogni giorno arrivano ai detenuti del braccio della morte numerose lettere d’amore, scritte al 99% da donne, spesso a mano, e  lunghe fino a 20 pagine.
Se a  Richard Allen Davis (che nel 1993 ha rapito e ucciso la dodicenne Polly Klas) arrivano più lettere, a Scott Peterson, reo di aver ucciso la moglie incinta nel 2002, è stata fatta una proposta di matrimonio dopo un’ora dalla sua entrata del braccio della morte.

Alcune di queste donne sono in cerca di popolarità, al pari delle groupie di band musicali, altre vogliono offrire sostegno a uomini che si sono macchiati di crimini orribili e che la maggior parte della gente vorrebbe sulla forca (secondo una stima molte lettere provengono da donne europee, originarie di Paesi in cui non vige la pena di morte e che pertanto si schierano a favore dei condannati); altre ancora credono in una redenzione di queste persone e pensano di poterle salvare, in una sorta di degenerazione della sindrome da crocerossina, mentre ce ne sono molte che trovano emozionante semplicemente seguire l’imputato durante il processo. Lo psicologo Park Dietz ha individuato oltre a quelli sopracitati altri modelli di “killer groupie”: donne che vedono l’assassino come un bambino che necessita di protezione, o che soffrono di sindrome di Stoccolma legata al proprio passato e rivedono in quel soggetto chi ha abusato di loro, oppure ancora chi ha avuto il coraggio di perpetuare la violenza che loro non hanno mai avuto.

Una delle ragioni che senza dubbio più attrae dei serial killer è il loro carisma: ex mogli di detenuti usciti di prigione, che hanno affermato che la convivenza non aveva funzionato, hanno ammesso di essere tutt’oggi affascinate da questa componente. Per fare un esempio, Kenneth Bianchi, uno degli “Strangolatori della collina”, manipolò la giovane drammaturga Veronica Compton offrendosi di prendersi cura di lei per tutta la vita se lo avesse fatto uscire di prigione strangolando una donna, facendo così credere che il vero strangolatore fosse ancora a piede libero. Condannata all’ergastolo per tentato omicidio, Veronica non vide mai più Bianchi, che si è sposato con una tale Shirlee Book.

Sebbene Messick abbia detto che il fenomeno non si verifichi in merito alle serial killer donne, nel processo  per l’omicidio di Meredith Kercher all’allora imputata Amanda Knox sono arrivate trentacinque lettere di ammiratori solo nelle prime due settimane di carcere.

E’ nota l’opinione che l’ibristofilia (letteralmente “amore verso qualcuno che agisce in modo oltraggioso”) sia una forma di amore parziale e incompleto, che nulla abbia a che vedere con “l’amore vero” e abbia a monte episodi di repressione sessuale, contesti familiari disfunzionali o comunque grosse problematiche, esattamente ciò che porta, in definitiva, i serial killer a compiere le loro gesta efferate.

Se quindi non si tratta di amore vero, penso che si possa comunque definire una forma di empatia, che unisce persone che alle spalle hanno il più delle volte sofferenze che non sono mai riusciti a superare. 

Ringrazio in particolare due siti web che mi sono stati molto utili alla stesura dell’articolo, e che potete consultare per ulteriori approfondimenti: www.latelanera.com e unmondoaccanto.blogfree.net

Vi consiglio anche la lettura del libro del Dott. Ruben De Luca “Omicida e artista: le due facce del serial killer”

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