Ode on a Grecian Urn and on, and on, and on

Quest’ode di Keats non mi ha mai fatto impazzire, ed è la piena testimonianza di quanto l’arte sia soggettiva.
Alla stessa pronuncia della parola “arte” ognuno di noi immagina qualcosa di diverso, che può essere un vaso come un dipinto, un metro cubo di aria o una scultura senza testa.

Arte è nella mia soggettiva interpretazione qualunque cosa alla quale riusciamo a legare un sentimento. Per una madre “arte” può essere il disegno fatto dal proprio bambino, in cui lei ha le gambe troppo lunghe e la testa troppo piccola; e non è una scelta motivata dalla bellezza, o meglio si tratta di un tipo di bellezza diversa.
C’è chi trova bellezza nel macabro e nel grottesco, chi in paesaggi rasserenanti senza traccia di civiltà, chi ancora nei volti delle persone, mentre per altri la suprema bellezza è un insieme di linee e colori senza apparente forma.
Per alcuni le guglie e le vetrate gotiche sono sinonimo di fascino immortale, c’è chi guarderebbe Il lago dei cigni in ogni momento di tempo libero, esistono poesie tanto belle da rubare il cuore di chi le legge.
Ma in definitiva il punto è sempre quello: è qualcosa di soggettivo. Se faceste vedere a un amico la fotografia di un campo di grano, che a voi suscita un senso di serenità, pace e quiete, può darsi che lui vi risponda “beh? E quindi?” oppure, ancor peggio “ma dove sono le persone?

Personalmente non ho mai trovato un particolare fascino nella natura morta, eppure se ci pensate è una delle prime cose che in un corso di pittura insegnano a dipingere.
E’ facile, perché la frutta è ferma, e non si deve fare altro che dipingere la realtà. Sarà per questo che trovo banali le nature morte, perché secondo la mia visione personale e soggettiva l’arte dovrebbe guardarti in modo sfacciato e leggerti dentro, rapire desideri, paure ed emozioni nascosti dentro di te e mostrarteli in modo diretto.
Ti mostra ciò che sei, ciò che desideri essere, ciò che temi e ciò che brami.

Uno dei miei artisti preferiti si chiama David Hamilton, e non mi è mai capitato di trovare in una fotografia l’innocenza, la spontaneità e la genuinità che ho visto nei suoi lavori.


Di Hamilton è straordinario il fatto che mostri una realtà vera e non costruita, e seppur vera desiderabile: le sue foto fanno venire voglia di fare cose semplici, non mostrano paesaggi spettacolari o donne eccezionalmente belle, ma è tutto vero, ed è incredibilmente bello.
E’ una promessa di felicità e serenità che non richiede niente di particolare. Non c’è bisogno di arrivare in Tibet o di comprare quell’auto costosa, non c’è nemmeno bisogno di mettersi in posa.
E’ il supremo elogio della semplicità dell’essere.

Vladimir Clavijo- Telepnev, “Alice in Wonderland”
Irina Ionesco

Per motivi diametralmente opposti apprezzo invece Vladimir Clavijo- Telepnev, un fotografo russo le cui raccolte più famose si intitolano “Cards”, “Sensuality” e “Alice in Wonderland”.
La realtà presentata da Clavijo non è sicuramente genuina, e indubbiamente per molti (ad esempio per coloro che stravedono per la natura morta) nemmeno desiderabile: se presa da un moto di entusiasmo facessi vedere una di queste foto a mia madre, ad esempio, penserebbe di avere una figlia seriamente disturbata. L’atmosfera dark non fa per tutti, e personalmente credo che la mia passione per le atmosfere grottesche derivi da un bagaglio di vite precedenti o quantomeno dalla massiccia visione di cartoni animati come “Barbablù” durante la mia infanzia.
Conscia di quanto questa mia inclinazione possa non essere condivisa dai miei familiari, ho scartato a malincuore l’idea di appendere nella mia stanza fotografie di Clavijo o di Irina Ionesco.

Vasilij Kandinskij, Composizione VI

Kandinskij è uno di quegli artisti che al liceo puoi odiare, chiedendoti perché le opere di questo qui (che sei convinto di poter fare anche tu, e magari anche meglio) siano esposte nei più famosi musei del mondo, oppure puoi semplicemente adorare.
In realtà c’è una terza opzione, che prevede un profondo disinteresse circa Kandinskij e un buon tre quarti degli artisti il cui nome finisce (e non) con “skij”, il più delle volte motivato da uno scarso stimolo da parte degli insegnanti di storia dell’arte. Per mia fortuna non appartengo a questa terza categoria di studenti, i quali comunque invito ad interessarsi a questa meravigliosa cosa che è l’arte, al di fuori  delle opere di Leonardo e Michelangelo.
Dicevo, Kandinskij è un pittore dotato di grandissima sensibilità e profondità che grazie alla sua sinestesia ha potuto produrre lavori meravigliosi, come la composizione 6.
In questo quadro riesco sempre a perdermi, è una specie di Passaporta per mondi fantastici e assurdi e davvero non so esprimere tutti i sentimenti e le emozioni che mi suscita.
Probabilmente se lo vedessi dal vivo, all’Hermitage di San Pietroburgo – posto che per inciso bramo di visitare dalla tenera età di dodici anni – entrerei anch’io nell’elenco di persone con la sindrome di Stendhal, sfatando il mito secondo il quale gli italiani sono immuni da tale fenomeno.

Amore e Psiche, Antonio Canova

Questa versione di Amore e Psiche (detta Amore e Psiche stanti) del grande Canova si trova anch’essa all’Hermitage, e rappresenta a mio avviso la migliore rappresentazione di Amore e Psiche.
A differenza degli altri gruppi di sculture trovo che in questo Canova abbia raffigurato la massima forma di intimità e dolcezza, in dei gesti più spontanei e meno scenografici di Amore e Psiche giacenti ma per come la vedo io di maggior effetto. Certo, nell’altro gruppo scultoreo c’è più teatralità ed è massima la tensione in quel bacio che i due amanti non si potranno mai scambiare, ma trovo che la naturalezza con cui il viso di Psiche si appoggia al petto di Amore sia semplicemente magnifica.

Famiglia di artisti circensi, Pablo Picasso

Dunque, al termine di questo viaggetto tra alcune delle mie opere preferite penso di poter affermare con assoluta certezza che il fatto che ad un singolo soggetto (in questo caso beh, il soggetto sarei io) possano piacere così intensamente forme d’arte così diverse è sinonimo delle tante sfumature del nostro essere.
Dalla famigliola direttamente giunta dal periodo rosa di Pablo (seguono una decina di nomi) Picasso alle angoscianti atmosfere fotografate da David Picchiottino, non credo di poter dare un personale, univoco e definito concetto di “arte”.
Già il fatto che le arti dichiarate siano sette la dice lunga su quanto sia fallimentare e banale il  tentativo di inserire in uno schema qualcosa di astratto e pazzescamente irrazionale quale l’arte effettivamente  è.
Insomma, e il decoupage? E la moda? E i videogames? Oppure, che ne so, la body-art? La raffinatissima arte della gioielleria?
“Arte” è tutto ciò che noi decidiamo di definire tale – e il fatto che agli occhi degli altri potrebbe non risultare altrettanto è la dimostrazione di quanto diversi, unici e irriproducibili siamo.
Delle vere opere d’arte.

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