C’erano una volta le fiabe

Fratelli Grimm: vi dice qualcosa? Cappuccetto rosso, Biancaneve, Cenerentola, Pollicino, Raperonzolo, Comare Morte.. Tutta roba loro!
Personalmente ho sempre letto un sacco di favole e colmato il vuoto di quelle che non leggevo con le videocassette di Cristina d’Avena (che avevano un’ intro molto accattivante, tipo “storie di streghe, maghi, orchi e principesse”, se la memoria non mi inganna). Videocassette che vorrei aggiungere avevano un tocco di originalità rispetto a quelle della Disney -e anche meno messaggi subliminali, a dirla tutta – e proponevano storie di cui il 90% dei bambini ignorano completamente l’esistenza fino al raggiungimento delle scuole superiori, come Ivanhoe, Barbablù, l’Odissea, Le principesse dalla scarpette rosse, Il fantasma dell’Opera, Oliver Twist e molte altre.
La visione di Barbablù in tenera età deve aver condizionato molto la mia vena pulsante di interesse per i serial killer, quindi in genere sconsiglierei di farlo vedere ai vostri bambini o ai pargoletti ai quali fate da babysitter. Con Il gatto con gli stivali andrete sul sicuro.

Comunque ai Grimm non interessava tanto intrattenere i bambini del ventunesimo secolo quanto trasmettere favole con un insegnamento, e per far comunicarlo non esitavano a ricorrere a metodi vagamente brutali: un esempio della scarsa delicatezza dei Grimm brothers ce la mostra questa favola, intitolata emblematicamente Il bambino capriccioso.

“C’era una volta un bambino capriccioso che non faceva mai quello che voleva la mamma. Per questo il buon Dio ne era scontento e lo fece ammalare, tanto che nessun medico poté salvarlo e presto egli giacque sul letto di morte. Quando fu adagiato nella fossa e coperto di terra, d’un tratto spuntò fuori il suo braccino e si tese in alto; lo misero dentro e tornarono a coprirlo di terra fresca, ma era inutile: il braccino continuava a tornare fuori. Allora la madre stessa dovette andare alla tomba, e batterlo sul braccino con una verga; quando l’ebbe fatto il braccino si ritrasse e il bimbo ebbe finalmente pace sotto terra” *Fine*

Insomma, dopo tutta la psicologia sviluppatasi dai Grimm in poi, i più sani di noi non si sognerebbero mai di raccontare questa favola a un bimbo disobbediente, ma a quell’epoca la gente era pratica e sbrigativa, e soprattutto si credeva poco alla redenzione: non a caso alle sorelle cattive di Cenerentola vengono cavati gli occhi da due colombe, a pena della loro falsità e malvagità. Bei tipetti i Grimm, eh?

Poi è arrivato l’antisemitico Walt Disney e ha censurato tutti questi insegnamenti ottocenteschi inserendo qualche donnina nuda qua e là. Tutte le favole sono state private di dettagli macabri e si sono popolate di principi che salvano le principesse in groppa a un cavallo bianco; sì, in definitiva se il cavaliere non si decide a venire a salvarti puoi anche crepare, cara principessa.

Ecco a voi una rappresentazione disneyana del mitologico “Principe Azzurro”
Diffidate dalle imitazioni: i veri principi azzurri guidano Volvo, sono bianchi quanto le vostre lenzuola e indossano plurimi golfini in tonalità rigorosamente grigie

E’ un po’ la trama di Twilight: lei è goffa, poco interessante e se prendiamo Kristen Stewart come riferimento è anche terribilmente monoespressiva, ma poi arriva lui che è bello, ricco e guida una Volvo argentata (la diretta evoluzione di un cavallo bianco, non lo sapevate?) e alla fine, tra un lupo mannaro che si innamora di una bambina e qualche sorella psicopatica, tutti vissero felici e contenti. Lui è un vampiro? Meglio, così vivranno insieme per sempre.
Se non si è capito non sono esattamente la fan numero uno di Twilight (e pensare che i libri, a parte il secondo in cui lei è a un passo dal tagliarsi le vene, li ho letti tutti!) non solo perché il film fa la parodia a se stesso, ma anche e soprattutto perché il messaggio è davvero imbarazzante: senza un vampiro in Volvo puoi scordarti di essere felice, bella (o Bella, visto che ci calza a pennello).

 

 

Nella terza stagione della serie tv cult Supernatural, l’episodio numero 5 “Bedtime Stories” è un po’ un omaggio ai fratelli Grimm: gli scenari del mondo delle favole vengono proiettati nella realtà e i risvolti macabri sono assicurati. Inutile dirlo, una delle mie puntate preferite in assoluto.

Cosa è rimasto oggi delle vecchie favole? E’ una buona domanda.
In un’epoca in cui le donne non dipendono più dai principi, i cavalli si sono trasformati in Volvo e la crisi fa sì che magari il principe sia anche a corto di benzina, un esempio di favola moderna ci è offerto dalla serie televisiva Once upon a time (C’era una volta, stavolta la traduzione è proprio calzante): gli stessi personaggi delle fiabe, da Biancaneve a Cappuccetto Rosso, sono intrappolati nell’epoca moderna a Storybrooke, un paesino che ovviamente si trova negli USA, totalmente ignari della loro fiabesca identità.
Cappuccetto, nonna & Co. lavorano alla tavola calda, insegnano ai bambini delle elementari, eccetera. E’ davvero un tentativo ben riuscito di creare qualcosa di innovativo e FINALMENTE privo di vampiri, almeno per il momento, pertanto ne raccomando la visione a voi gentili lettori.

Quindi cosa racconteremo ai nostri bambini? Del vampiro Barnabas Collins o di come le sorellastre di Cenerentola si tagliano un dito per riuscire a calzare la fatidica scarpetta? E alle nostre bambine narreremo della bella addormentata che aspetta anni prima che il principe venga a salvarla, o delle avventure di Harry Potter in cui Hermione Granger non manca di salvare il sedere di Harry e Ron in ben più di un’occasione?
E le favole, sono davvero solo favole? Si può credere che una bambina cresciuta a pane e Cenerentola rimanga incastrata in un’ottica del tipo “mi accontento di lavare pavimenti mentre aspetto che una fata madrina venga a salvarmi portando con sé un paio di scarpette di cristallo/plexiglass di Prada?, oppure sono semplicemente “bedtime stories”, un modo per prendere sonno che per nulla influisce sulla psiche dei bambini?
In realtà – perché su tutto il resto regna sovrano il diritto di avere un’opinione discordante – è stato scientificamente provato che i bambini, fino ad una certa età, assorbono tutto ciò che li circonda: non a caso trovano molta meno difficoltà nell’imparare una lingua straniera rispetto ai “grandi”.
Traumi subiti in tenera età possono cambiare, talvolta irreversibilmente, la psiche del bambino: ad esempio è provato che chi subisce lutti da piccolo quasi sicuramente soffrirà in futuro di sindrome da abbandono.
E’ quindi ragionevole pensare che magari non è il caso di raccontare ai bambini Barbablù o storie dell’orrore.

Per concludere, vorrei riportare due dati certi circa l’utilità delle favole.
In primo luogo, va detto che i bambini comprendono perfettamente le fiabe: seppur incapaci di sostenere un discorso razionale, la sequenza per immagini (tipica, per l’appunto, delle fiabe) a loro appare chiara e comprensibile, e offre una “soluzione” a delle possibili difficoltà. Secondo la psicologa e psicoterapeuta Paola Santagostino, ai bambini andrebbero raccontate storie a lieto fine, non quelle con un intento moralistico; inoltre il fatto che il bambino voglia sentire sempre una certa fiaba indica che lui si sente in qualche modo connesso al personaggio, che sta vivendo una problematica simile, e di conseguenza un lieto fine può farlo sentire incoraggiato a superare la difficoltà.
Inoltre raccontare favole è molto importante, poiché film e cartoni animati che rappresentano le storie fiabesche in chiave moderna e spettacolarizzata subordinano il linguaggio verbale a quello visivo: le immagini sono colorate e vivaci, ipnotizzano il bambino che rimane uno spettatore passivo, incapace di rielaborare personali immagini mentali.

In ogni caso qui  sono reperibili tutte le fiabe e le favole dei Grimm, qui le fan della raccolta in VHS delle favole di Cristina d’Avena troveranno alcune delle favole più cariche di pathos della raccolta e infine qui c’è la fiaba di Barbablù, che non manca di riservare un insegnamento finale (in pieno stile Grimm, direi).

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