Waterhouse: lui sì che capisce le donne

Waterhouse è principalmente conosciuto per un quadro ispirato ad un poema di Keats, che si intitola La belle dame sans merci, cioè “La bella dama senza pietà”, di cui esiste anche una versione pittorica (che io gradisco di più) di Dicksee. Waterhouse, La Belle Dame sans Merci.jpg

Nella ballata di Keats la dama seduce il cavaliere e lo conduce in una grotta, in cui egli si addormenta e sogna re e principi che gridano di essere stati assoggettati e resi schiavi proprio da lei, la bella dama senza pietà.
Il cavaliere si sveglia su un pendio gelido e, a quanto pare, è destinato ad avvizzire aspettando che lei ritorni: “The latest dream I ever dreamt 
On the cold hill’s side”. Non si capisce il perché di tutto questo, visto che questa donna è anche figlia di una fata (poi si parla male delle streghe…) ma è evidente che il cavaliere deve aver fatto qualcosa che al Karma non è piaciuto neanche un po’.

E naturalmente Waterhouse non poteva non dipingerla, tra una donna e l’altra e una dama di Shalott.

A proposito della dama di Shalott, questa è invece ispirata ad un poema di Tennyson.
Stavolta non è l’uomo che si strugge per la donna, ma la bella dama di Shalott che muore non corrisposta da Lancillotto.
In realtà la poverina è molto più sfigata di qualunque altra donna morta per amore. E’ infatti colpita da una maledizione che la ucciderà non appena guarderà verso Camelot: perciò, intelligentemente, lei decide di guardare la realtà attraverso uno specchio. Soluzione geniale ma non molto comoda, della quale la donna ovviamente si stanca non appena vede un bel giovanotto cavalcare nel suo specchio. E più precisamente si tratta dell’aitante Lancillotto (quello che si faceva la moglie di Artù, per intenderci). La dama è incantata dal suo incedere a cavallo, e allora lo guarda senza specchio di mezzo, ma mentre guarda allontanarsi il suo sguardo si posa su JWW_TheLadyOfShallot_1888Camelot. La dama di Shalott così prende una barca e si spegne cantando una triste canzone, mentre muove verso il regno in cui la ritroveranno, morta, poco dopo. E Tennyson ci dice che mentre gli altri cavalieri dinanzi al suo cadavere fecero gli scongiuri, Lancillotto le si avvicinò e disse “Costei ha un viso così grazioso, Dio nella sua misericordia le conceda la grazia”.

Beh, non si può dire che i preraffaeliti fossero dei sostenitori dell’happy ending, ma c’è da riconoscere che la storia è drammaticamente affascinante.

E naturalmente Waterhouse, che abbiamo capito essere un fan delle storie con finale tragico, non poteva perdersi lei, la più tragica di tutte: l’Ofelia di Amleto.
Ofelia è uno di quei personaggi della letteratura che ha, per motivi non proprio chiari, fatto da musa a un sacco di artisti, da Steven Graber ad Arthur Rimbaud fino ad arrivare a Bob Dylan.
800px-JWW_Ophelia_1889Nell’Amleto shakesperiano (si è poi scoperto che il personaggio cui Shakespeare potrebbe essersi ispirato fu una ragazza di Stratford di nome Katherine Hamlett, che morì annegata nel fiume Avon) Ofelia si suicida a seguito del rifiuto del principe Amleto, che gliene dice di cotte e di crude. Diciamolo pure, lui se la prende con la povera Ofelia solo perché sua madre si è risposata e ha poi scoperto che la ragazza lo spiava su ordine del malvagio padre, ordine che lei non poteva disattendere da brava figlia del Seicento. Me misera, che ho visto quel che ho visto – dice Ofeliae vedo quel che seguito a vedere!
E difatti, dopo che pronuncia questa frase, Amleto uccide anche suo padre. A questo punto in Ofelia si scatena la follia, che potremmo dire fosse latente giacché il perfido genitore sopprimeva i suoi sentimenti verso Amleto: ella è vittima non già degli eventi, ma dei giochi di potere di quegli stessi uomini che è obbligata ad amare e a cui deve obbedire.
Questa a sinistra è la mia versione di Ophelia preferita, e la collocherei a pari merito con il bellissimo lavoro di Graber, mentre trovo abbastanza inquietante la riproposizione di Millais. Bella anche l’opera di Hughes, ma a mio parere l’innocenza che trapela dagli occhi dell’Ofelia di Waterhouse è impareggiabile.

waterhouse-hylas-and-the-nymphs

Molto meno nota è la storia di Hylas, per noi italiani Ila, un personaggio della mitologia greca. Si racconta che Eracle – la versione greca e ugualmente palestrata di Ercole – si innamorò perdutamente di lui e, come ogni greco innamorato avrebbe fatto al posto suo, uccise suo padre e fece di Ila il suo scudiero e il suo amante. Questa strana coppia, in cui sospetto che Ila non facesse la parte dell’uomo, decise di imbarcarsi insieme al famoso Giasone alla ricerca del mistico vello d’oro.
La nave fece sosta a Misia, e questo bel giovanotto, un po’ perché era assetato e un po’ perché evidentemente Eracle era un po’ stressante, si allontanò da lui per bere ad una fonte. E qui le ninfe si innamorarono di lui, e sappiamo tutti quanto quelle ragazze sappiano essere possessive e convincenti. Ila così venne trascinato dalle ninfe nel fiume, che presero a baciarlo e a coccolarlo, e di qui l’origine del termine “ninfomane”.

338px-Thisbe_-_John_William_WaterhouseScegliere l’ultimo personaggio femminile rappresentato da Waterhouse non è stato facile: Isotta, Miranda, Psiche e Cleopatra se la sono giocata bene, ma alla fine l’ha avuta vinta Tisbe. Voi direte “e chi diavolo è Tisbe?”
Beh, Tisbe non è nota a chi non abbia letto le Metamorfosi di Ovidio o non sia un particolare fan della mitologia babilonese, ma sono sicura che la sua storia vi ricorderà sicuramente qualcosa.
Piramo e Tisbe erano due giovani innamorati, ma siccome i genitori si odiavano e naturalmente non volevano che i figli si frequentassero (già mi sembra di sentirli “Con chi è che vuoi uscire? Con Tisbe?” “Ma chi, quel Piramo che vive qua a fianco? Non se ne parla proprio!”) i due erano costretti a parlarsi attraverso una crepa nel muro che separava le loro case. Ma siccome attraverso una crepa è difficile guardarsi, figuriamoci toccarsi, Piramo e Tisbe progettarono quella che noi chiameremmo “fuitina”: si diedero appuntamento per fuggire insieme e potersi finalmente amare alla luce del sole.
Tisbe, contrariamente alle donne di oggi, arrivò per prima nel luogo stabilito e qui fu aggredita da una leonessa (cosa che a Babilonia capitava una sera su due, praticamente). Pur riuscendo a mettersi in salvo la ragazza perse il velo, che rimase lì tutto macchiato del sangue della leonessa; così quando Piramo arrivò sul posto pensò che Tisbe fosse stata sbranata e si trafisse con la sua spada. Tisbe, trovatolo in fin di vita, gli sussurrò il proprio nome e Piramo riuscì per un attimo ad aprire gli occhi e guardare la sua amata mentre si spegneva (e possiamo immaginare tutti cosa può aver pensato in quel momento). Naturalmente anche Tisbe si uccise, già che c’era, e il gelso del giardino in cui i due amanti esalarono l’ultimo respiro si intrise del loro sangue: da allora, secondo questo mito, i frutti della pianta sono color vermiglio. Sì, è proprio la storia che Shakespeare, giglio e leonessa a parte, prenderà pari pari per “Romeo e Giulietta“. Ma visto che un po’ si sentiva in colpa, il buon vecchio William ha citato i due innamorati in Sogno di una notte di mezza estate: sono infatti proprio Piramo e Tisbe a pronunciare l’incantesimo che procurerà infiniti guai amorosi a Lisandro, Demetrio, Erminia ed Elena.

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3 thoughts on “Waterhouse: lui sì che capisce le donne”

  1. Essì Waterhouse nel suo campo ci sapeva proprio fare.
    Articolo impeccabile, da divorare almeno 2 volte.
    Ottima anche la scelta dei dipinti.

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