69 ANNI DOPO HITLER

30 aprile 1945. Sono giorni concitati, in cui si susseguono eventi determinanti per la guerra: il suicidio di Hitler avviene mentre le truppe sovietiche hanno in pugno Berlino ed è stato già commesso l’omicidio di Benito Mussolini e compagna.
Nel bunker dove afferma di aver trascorso la maggior parte degli ultimi dodici anni, Hitler convola a nozze con l’attrice Eva Braun, a sua volta tanto emozionata da sbagliare la firma sul certificato di matrimonio.
In uno dei suoi due testamenti il Führer afferma la volontà che il proprio corpo e quella della Braun siano bruciati, per evitare gli oltraggi da parte dei vincitori.
Ma questa disposizione non è bastata a chiudere il “Capitolo Hitler”.
Sulla sua morte si sono sprecate teorie che spaziano dal misticismo al complottismo: il 30 aprile viene considerata una data significativa dal punto di vista esoterico, poiché coincide con la Walpurgisnacht, la Notte di San Valpurga, in cui secondo la tradizione germanica le streghe escono dai loro rifugi per festeggiare il Sabba. 
Secondo alcune teorie degli studiosi delle Sacre Scritture, poi,  il 30 aprile dell’anno 31 potrebbe essere il giorno della presunta Resurrezione di Cristo.
In molti hanno sostenuto l’ipotesi che vuole il Capo del Reich fuggito in Sudamerica, come numerosi gerarchi nazisti; ipotesi che mal si sposa con alcune idee di Hitler, grande sostenitore del suicidio come unica alternativa possibile al trionfo. Al riguardo Albert Speer, noto come L’Architetto del Reich, ha detto: “Era chiaro a noi tutti da anni prima, dai lunghi consulti al Quartier generale, che il Führer accettava solo il trionfo o il suicidio”.
La tesi di una possibile sopravvivenza di Hitler è tutt’oggi in voga poiché, come ogni teoria del genere, ha quel fascino macabro che ci incute timore ma al contempo è in grado di farci ampiamente lavorare di fantasia.
Esemplificativo è al riguardo il brillante lavoro di Charles Bukowski, una perfetta sintesi di creatività, follia e terrore.

Una cosa è certa: vivo, morto o reincarnato che sia, su ciò che restava di Adolf Hitler sono stati compiuti chiari atti di distruzione.
Bruciato, seppellito e disseppellito più volte fino ad essere cremato definitivamente e sparso nelle acque dell’Elba, ciò che di lui ci rimane ufficialmente è una mandibola e dei frammenti di cranio, di cui uno si è, negli ultimi anni, rivelato un falso.
La sorte che è spettata al Führer ricalca quella di altri simboli del nazismo, come il carcere di Spandau, distrutto dopo la morte di Hesse per evitare che diventasse una sorta di “santuario” per fanatici delle ideologie neo-naziste.
Tale distruzione è il sintomo di una paura superiore, quella che il nazismo non sia stato debellato né con la presa di Berlino, né con l’apertura dei campi di concentramento, né con la morte del suo diffusore, né tantomeno con il processo di Norimberga.
L’idea è che per annientare un’idea bisogna distruggerne i simboli. Ma è davvero sufficiente?
Il Quarto Reich per ora è esistito solo nelle dichiarazioni di qualche politico, nella letteratura, nel cinema e nella televisione. Il nazismo è ancora un argomento squisitamente pulp, nei confronti del quale si continua a nutrire un interesse quasi morboso: potremmo osare sostenere che sia stata la Star del ventesimo secolo e continui ad esercitare un’influenza artistica notevole.
E forse non saranno rispettate tutte le volontà del suo testamento, ma quella frase detta all’ambasciatore britannico Henderson pare essersi (seppur postuma) realizzata…

Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia la vita come un artista.
(Adolf Hitler; Fonte: LIFE, 30 ottobre 1939)

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