QUANDO LA MORTE AMA I RIFLETTORI

Quando Warhol parlava dei quindici minuti di celebrità forse non pensava a questo, ma è esattamente ciò che si vede oggi, dentro e fuori le aule giudiziarie.
Tra rampanti avvocati stile Billy Flynn (del film Chicago, ndr) e affetti delle vittime, la sfida a colpi di trucco e prime serate continua a far alzare lo share, e con esso la morbosa curiosità dei telespettatori.
Si rivelano dettagli sordidi, si mettono in dubbio le testimonianze, si sprecano insulti e J’accuse: la vera conquista dell’opinione pubblica avviene fuori dal tribunale, negli studi televisivi.

Quella Sabrina Misseri sempre truccata, ripresa da “Chi l’ha visto” nei giorni successivi alla scomparsa della cugina Sara, è stata solo l’inizio.
Il presunto omicida non rimane più nell’ombra, si fa intervistare in diretta e proclama la sua innocenza: il pubblico si appassiona, lo share impazzisce, gli avvocati e i loro clienti diventano delle superstar con tanto di pagine Facebook e fan club.
In questo bizzarro circo mediatico chi tace viene tacciato di colpevolezza, come Marco Di Muro, indagato per la morte della
fidanzatina Federica Mangiapelo. Un caso ancora avvolto nel
mistero e nella nebbia di quel 31 ottobre 2013, un caso controverso che al momento non vede né spiegazioni né colpevoli.

Spunta fuori, nella puntata di “Chi l’ha visto” del 14 maggio,
una testimone che afferma di aver sentito una discussione, una voce che diceva “Dai Fede, non fare la stronza, torna in macchina“.
A mesi di distanza dal fatto, alla testimone viene fatta ascoltare la voce di Federica.
“Non posso essere sicura che fosse lei, è passato tanto tempo”
afferma la donna.
E meno male che ha il buonsenso di accorgersene, visto che di
testimoni ritardatari o troppo “sognatori” la storia giudiziaria è
piena: che dire del fioraio del caso Scazzi, che dopo anni di processi e spese legali da capogiro ha deposto contro Cosima Misseri salvo poi dire che si trattava solo di un sogno?

Al di là di quanto ci sia di attendibile in questa testimone e nelle
accuse rivolte a Di Muro, il lato paradossale della vicenda è che
questi sia stato invitato dal papà della sua defunta fidanzata a
partecipare a trasmissioni televisive per scagionarsi.

“Se io fossi accusato di un atto che non ho commesso, andrei in tutti i programmi televisivi a dichiarare la mia innocenza”
Luigi Mangiapelo.

“Se dicessi la verità lo farei gratis, ed emergerebbe che pessimi
genitori siate in realtà”: grosso modo è stata questa la replica di Di Muro, accompagnata da un tremendo “ti auguro di strozzarti ogni volta
che pronuncerai il mio nome” [rivolto a Luigi Mangiapelo, ndr]. La risposta del diciannovenne è stata poi prontamente ammorbidita dai di lui avvocati, ma non si può negare che troppi processi ormai siano diventati troppo mediatici.

La celebrità, anche se fuggevole e dipinta di tinte macabre, non
sfugge a nessuno. Testimoni, ex fidanzati, genitori, amici, amanti: di
questa torta di share ce n’è un pezzo per tutti.
Ma i protagonisti dei fatti di cronaca vengono pagati per le ospitate? Si fanno intervistare dietro compenso?
Si inventano qualunque cosa pur di essere mandati in onda?
Le risposte sono in realtà poco importanti.

Di vero e di certo c’è che i riflettori televisivi paiono voler illuminare ogni angolo del nero della cronaca. E lo fanno spesso sconfinando nella pubblicità estrema di ciò che dovrebbe rimanere tra le quattro mura delle aule giudiziarie, alzando serie perplessità su quanto sia rispettata la presunzione di innocenza.
Come non citare a tal proposito Massimo Bossetti, accusato per l’omicidio di Yara Gambirasio da un Ministro degli Interni che pare essersi immedesimato un po’ troppo nei panni di Harvey Dent, violando completamente uno dei principi cardine del nostro ordinamento penale? Nei giorni seguenti all’accusa il profilo Facebook del suddetto Bossetti è stato preso d’assalto: molti contenuti da lui pubblicati, come vignette satiriche, sono stati completamente travisati e resi dei pezzi di un puzzle che ne fa un mostro violento e malato.
Se un sospetto è costretto a urlare al mondo la propria innocenza da un tubo catodico, e se bastano dei sospetti a fare di un uomo un assassino prima ancora che si parli di un processo, siamo sicuri che il caro vecchio “innocente fino a prova contraria” non sia più solo roba da film americano?

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