7 MATRIMONI E 1 FUNERALE

RIO DE JANEIRO COSÌ – no. Così no. Così è una violenza feroce e crudele che infierisce su un corpo, una squadra, un Paese steso a terra in lacrime, al buio nella pioggia, rannicchiato sotto i colpi. Perché non si fermano? chiede un tifoso olandese alla sua ragazza, il bambino che piange a sua madre, Dilma a sua figlia, perché non la smettono, come possono. Non la smettono. Sono il popolo che non smette. Non la smettono.

Così esordisce Concita de Gregorio su La Repubblica del 9 luglio, poche ore dopo la disfatta della Nazionale verdeoro. Non si potrebbe definirla altrimenti, con una differenza di sei reti e un netto strapotere degli uomini di Loew durante tutti e novanta i minuti della partita.
La de Gregorio ci delizia con una serie di immagini che hanno il sapore della guerra e delle SS che sparano sulla croce rossa: un paese martoriato, rannicchiato sotto la pioggia, le case al buio, i telefoni che smettono di funzionare (?), e in tutto questo inferno c’è l’inverosimile e patetica scena di un tifoso olandese che chiede alla sua ragazza “Perché non la smettono?”. Fosse stata a parte invertite, probabilmente ci avremmo anche creduto. Ma si sa che un po’ di femminismo non guasta mai, anche quando centra meno di un cavolo a colazione.
L’articolo di Repubblica condanna la carneficina tedesca con versi in stile poesia da sedicenne turbata: “Se n’è andato, il Brasile orfano del suo eroe fragile, dalla sua anima di farfalla, è svanito sotto il primo colpo: via la testa, via le gambe, via il cuore. Via tutto”. Sembra anche a voi la canzone dei Negramaro?
Insomma, dice lei, il Brasile è già una squadra nervosa e fragile. Perché infierire?
Eh già, vogliamo forse rischiare una crisi isterica, stile donna in menopausa?
Se i comunisti mangiano i bambini, i tedeschi sono dei mostri e li fanno piangere a dirotto.
Ma ciò che questo articolo purtroppo ci regala non è soltanto una melodrammatica e gonfiata visione di come il calcio viene giocato e vissuto, perché questo Mondiale ci ha ampiamente dimostrato come la squadra che ragiona nella scarsità, puntando al minimo sindacale e adagiandosi sugli allori del vantaggio, alla fine venga fatta fuori agli ottavi (un esempio tra tutti ne è la nostra Nazionale). No, perché la cosa in assoluto peggiore e irrispettosa è dipingere una partita con le tinte tenebrose di una Caporetto calcistica, mentre dall’altra parte del mondo Gaza vive un conflitto che fa morti veri, e le lacrime dei bambini palestinesi hanno ben altro sapore di quelle di un ragazzino che vede perdere la sua squadra del cuore. Questa visione del calcio svilisce di significato tragedie vere, tragedie che vanno ben oltre un sogno di gloria infranto, seppure sia un sogno che appartiene alla frangia più povera e disagiata del Brasile.
Perché non si riesce a dare a una partita di calcio il peso di un pallone, quello che in fin dei conti dovrebbe avere per una questione di obiettività e di coscienza morale.
Il simbolo dell’ipocrisia è invece pesante quintali, ed è racchiuso in un racconto che ha davvero ben poco di calcistico, quello che, purtroppo, non figura sul blog di un tifoso di dodici anni ma su un articolo di portata nazionale.
È il racconto del potente che non si accontenta di vincere, ma a conti fatti dà l’esempio di come si dovrebbe giocare a calcio: con classe, con tecnica, con fame e affiatamento. Tutto ciò che in una competizione sportiva sta bene, ma in campo di relazioni internazionali no.

L’articolo integrale della de Gregorio è disponibile qui: http://www.triskel182.wordpress.com
Dove si trovi la sua coscienza bisognerebbe invece chiederlo a lei.

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