MAMMA, MI VOLEVI AVVOCATO MA FARÒ L’HACKER

Attenzione: Dopo questo articolo potresti sentirti vagamente nerd.
Per ovviare a questo problema, ti consigliamo qualcosa di più leggero e vagamente misogino.

“Non sono stato io, mi hanno hackerato il profilo!11!!”

Okay, quante volte l’avete sentita? 

L’hacker è una figura mistica, un po’ Darth Vader e un po’ Matrix, che passa il tempo libero a giocare a qualche GdR e a violare dei sistemi informatici.
Ma perché? 
Tutti oggi parlano di hacking, ma quello che pochi sanno è che dietro c’è una vera filosofia nata negli anni cinquanta, su cui si è sviluppata una gigantesca comunità in cui regnano etica e meritocrazia.
(No, pensi bene, non è nata in Italia!)

Nel settembre del 2012 un docente universitario di Torino, Salvatore Iaconesi, scopre di essere affetto da un tumore al cervello. 
Le cartelle cliniche sono considerate dati sensibili, in quanto contengono informazioni molto personali e delicate. 
Iaconesi viola i meccanismi di protezione della cartella e la diffonde online, per trovare una cura: in altre parole la rende open source. 
“Ogni persona ha fornito la sua cura, quella che poteva, non solo con la medicina, ma anche attraverso l’arte o il design. Qualcuno mi ha consigliato un viaggio in Argentina, altri di fumare cannabis. Addirittura c’era chi stampava la foto del mio cancro e la portava dal suo medico per inviarmi cosa gli aveva detto. La cura ha dimostrato che la società sta male se sta male anche solo uno dei suoi rappresentanti, e tutti dovrebbero sforzarsi per dare un contributo”. 

La filosofia hacker mira al miglioramento del mondo, alla condivisione delle conoscenze e allo scambio di insegnamenti all’interno di una comunità: quanto viene creato è poi messo a disposizione degli altri utenti, perché possano migliorarlo ancora.
L’etica di questi attivisti è stata descritta con sorprendente lucidità da Steven Levy nel suo “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica”.
Per le magiche People from Pigrizia che mai lo leggeranno, trovate degli estratti su WikiBibbia.

Ciò che molto spesso noi chiamiamo hacking è l’operato dei cosiddetti “crackers”, che non sono quelli della Mulino Bianco ma sono altrettanto deleteri: si tratta di criminali che forzano sistemi per creare profitto o generare danni.

Al di là della distinzione terminologica, io ho sempre trovato affascinante la filosofia del file sharing.
E giustamente qualcuno potrebbe dire che condividere qualcosa creato da altri è fin troppo comodo: pensiamo alla musica, ai film e ai libri, tutto ciò che gira sulla rete più o meno liberamente in barba a tante cose giuridiche che nel linguaggio comune vanno sotto il nome di “copyright”.
Ma la filosofia dello sharing è molto più di questo: significa condividere ciò che abbiamo perché qualcun altro possa arricchirlo. In altre parole riconoscere che ciò che possiamo dare al mondo anche se è bello può essere migliore: non è perfetto perché
non c’è niente di grandioso nella perfezione, questa non fa crescere il mondo, non lo migliora.
Qualcosa di perfetto non può migliorare.

L’idea di risolvere un problema in un modo assolutamente non previsto – e non convenzionale – è probabilmente la migliore distinzione che so dare al termine “hacking”, ed è quello che fa (anche) la differenza tra una buona e una cattiva sicurezza nel mondo ICT.

L’hacking è la dimostrazione che uno più uno fa ben più di due. Un valore aggiunto e inconfutabile che segna la misura del progresso.
È per questo mamma, che da grande farò l’hacker. 
Non una di quelle presunte figure oscure che entrano dal profilo Instagram di Chiara Biasi o Nina Moric. No mamma, non fingerò di essere loro insultando ragazzini disabili o ragazze morbidose.

Anche perché è così no sense che nemmeno un cracker lo farebbe.
Non ha importanza se da grande farò l’avvocato, la fashion blogger o la soubrette.
In ogni caso, io farò l’hacker.

Live long and prosper!

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