NOI E QUEL FANTASMA DEL MONDIALE PASSATO

Molte delle considerazioni post partita tra Italia e Svezia rivelano un’Italia che fa paura, pronta, come lo è spesso di recente, a puntare il dito contro stranieri e stipendi alti per espiare le proprie colpe.

Un’Italia a cui brucia la sconfitta perché per i suoi cittafini il calcio è sempre stato molto più di un semplice gioco: fattore aggregante, in grado di superare differenze generazionali, salariali, e perfino fedi calcistiche diverse, un pallone è stato per decenni l’unico strumento in grado di livellare e unire una Nazione intera. 

Una Nazione che per il resto del tempo gioca a scontrarsi con il proprio vicino di casa, di paese e di regione; una Nazione in cui si sente ancora parlare di una Unità forzata, in cui si riesuma ciclicamente lo spettro del referendum del ’46, che nei momenti in cui tutto va male preferisce sempre puntare il dito piuttosto che farsi un esame di coscienza.

Come una famiglia in crisi che ripone nel pranzo natalizio l’unica possibilità di realizzare un’unione fraterna, così gli italiani aspettano il Mondiale di calcio, in attesa di prendersela con quello che gioca nel club avversario e incitare il beniamino della proprio squadra del cuore. Quando le cose vanno male e qualche testa deve inevitabilmente cadere,
è sempre colpa degli altri; ma se la fortuna ci bacia come ha fatto tante volte, permettendo a una squadra non brillante di arrivare in finale o in semifinale, diventiamo tutti fratelli per cinque minuti. 

È una magia effimera e bugiarda a legarci, ricchi e poveri, tifosi costanti e occasionali, meridionali e settentrionali, eppure la si aspetta con trepidante attesa, la si ricorda con folle nostalgia. 

Sarebbe bello pensare che questo incidente di percorso, in cui l’incantesimo si è spezzato e noi ci siamo svegliati tutti un po’ storditi, sia il primo passo verso una consapevolezza maggiore dei problemi che ci circondano, e di conseguenza verso un auto-miglioramento concreto che ridia nuova linfa al nostro Paese e un buon modello per i più giovani. 

La disfatta della Nazionale è la metafora con cui il caso, il destino o chi per loro ci stanno dicendo che nella vita non si può solo vivere di rendita. Che spesso la fortuna sa essere generosa e in cuor suo strizza l’occhio agli audaci, ma altre volte, inevitabilmente, deve premiare anni di investimenti, lavoro e dedizione.

Che il talento e l’entusiasmo sono un quid pluris, ma non riescono ad esaurire l’intera gamma di abilità e qualità personali e non sempre possono essere perfetti sostituti del duro lavoro. 

Sarebbe bello rivedere se stessi anche nei perdenti,  e non solo nello scapestrato fortunato che “comunque vada, io me la cavo”: il fallimento è un’occasione d’oro in termini pedagogici, ma qui nel Bel Paese la sconfitta chiama solo sangue e teste da far cadere. È la suprema vendetta del debole sul potente, del povero sul ricco; veder rovinare “chi sta in alto” è una forma di appagamento perversa, che però riuscirà a placare gli animi, come tutte le altre volte.

È colpa dello straniero? Sarebbe bene cominciare a pensare che di stranieri in campo ce ne fossero undici, quelli della squadra avversaria.

È colpa del CT? Del Presidente della FIGC? Pagati così tanto eppure incapaci di realizzare IL sogno, l’unico che conti veramente, in grado di far brillare gli occhi di grandi e piccini, farci abbracciare e volere tanto bene?

La verità è che squadre ben più meritevoli, con alle spalle anni di duro lavoro e tanta professionalità, hanno dovuto rinunciare allo stesso sogno tante volte.

Un team valido e letale come quello tedesco è riuscito a vincere la competizione mondiale solo nel 2014, dopo anni di delusioni e l’amara pacca sulla spalla che riceve chi sa in cuor suo di essere il migliore, ma deve tacere e portare a casa la sconfitta.
La vittoria della Nazionale della Germania è stata del tutto meritata: anche lo scapestrato che se la cava sempre per il rotto della cuffia sa riconoscere la costanza e il merito del più bravo della classe.

Accettare la sconfitta e amare se stessi nonostante tutto, piegando la testa e continuando a migliorarsi, è l’unico modo per fare della vittoria qualcosa di più nobile di un’alternativa all’autolesionismo. 

Ma l’italiano questa consapevolezza non la realizzerà a pieno: gli passerà per la mente in una folgorante quanto breve Epifania in questo 14 novembre, per poi essere sepolta sotto odio xenofobo e invocazioni di sangue, invasioni di cavallette e morte dei primogeniti maschi.

Ognuno riprenderà il proprio ruolo di estraneo, di eroe caduto accerchiato dai nemici in casa propria, circondato da stranieri, spaventato dall’Europa, alla disperata ricerca di un’identità che ritiene gli sia stata rubata, di un orgoglio nazionalista che per lui ricorda troppo un tempo lontano, in cui ci si faceva rispettare, in cui il Paese era grande, in cui si vincevano guerre e partite di pallone. Un eroe triste e disperato, inseguito da quel fantasma del mondiale passato che non ci lascia mai e che ci sentiamo in dovere di richiamare come unica strada praticabile per tornare ad essere qualcuno; un fantasma che cela menzogne, odio, mezze verità ed incompletezze, eppure lustro come la coppa che abbiamo vinto con la squadra di calcetto trent’anni fa, l’unico simbolo che qualcosa l’abbiamo fatta anche noi, che sul podio ci siamo stati almeno una volta nella vita.

Un eroe che continua a recitare come un mantra che sia solo la vittoria a rendere grandi, come se essere grandi e duri fosse il solo modo per essere accettati e accettare se stessi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...