Archivi categoria: Art

“Dopo l’Università? FALLIRETE COMPLETAMENTE”

Il discorso integrale, bellissimo ed emozionante di J. K. Rowling ai neo-laureati di Harvard del 2008.

Fallimento, potere dell’immaginazione, e il segreto per avere una vita ricca e meravigliosa.
Assolutamente imperdibile.

jk-rowling404_676880c
La prima cosa che mi piacerebbe dire è “grazie”. Non solo Harvard mi ha dato questo straordinario onore, ma le settimane di paura e nausea che ho avuto al pensiero di aprire questo evento mi ha fatto perdere peso. Doppia vittoria! Ora tutto ciò che devo fare è prendere una grande respiro, adocchiare i rossi stendardi e sentirmi stupida nel credere di essere alla convention dei primi della classe del mondo di Harry Potter.

Fare questo discorso è una grande responsabilità; o così pensavo fino a quando sono tornata indietro con la mente alla mia laurea. Al mio posto quel giorno c’era la brillante filosofa inglese Baronessa Mary Warnock. Riflettere sul suo discorso mi ha aiutato enormemente a scrivere questo, perché è andata a finire che non posso ricordare ogni singola parola che disse. Questa liberante scoperta mi ha permesso di procedere senza alcuna paura di influenzarvi inavvertitamente ad abbandonare le promettenti carriere nel mondo degli affari, della legge o della politica per il frivolo piacere di diventare un mago omosessuale.

Vedete? Se tutto ciò che vi ricorderete nei prossimi anni è la battuta “gay wizard”, sono già un passo avanti alla Baronessa Mary Warnock. Obiettivi raggiungibili: il primo passo verso il miglioramento personale.

In realtà, ho devastato la mia mente e il mio cuore per cercare quello che avrei dovuto dire oggi. Mi sono chiesta cosa avrei desiderato sentire alla mia cerimonia di laurea, e quali importanti lezioni io avessi imparato in questi 21 anni che sono passati da quel giorno.

E mi sono comparse due risposte. In questo fantastico giorno in cui siamo tutti riuniti per celebrare i vostri successi accademici, ho deciso di parlarvi dei benefici del fallimento. E mentre siete sulla soglia di quella che qualche volta chiamate “vita reale”, voglio decantare l’importanza cruciale dell’immaginazione.

Queste possono essere donchisciottesche o paradossali scelte, ma per favore abbiate pazienza con me.

Guardare indietro a 21 anni fa quando mi ero appena laureata non è del tutto un esperienza incoraggiante per la 42 enne che sono diventata. A metà della mia vita stavo facendo il bilancio tra le mie ambizioni e ciò che amici e familiari si aspettavano da me.

Ero convinta che l’unica cosa che avrei voluto fare, sempre, fosse scrivere romanzi. Ad ogni modo, i miei genitori, che venivano entrambi da esperienze di povertà e non erano riusciti ad andare all’università, consideravano questa mia iperattiva immaginazione come una deliziosa e personale stranezza che non mi avrebbe fatto pagare un mutuo o provvedere di una pensione.

Avevano sperato che prendessi un diploma professionale; io volevo studiare Letteratura inglese. Fu fatto un compromesso, che in retrospettiva non ha soddisfatto nessuno, mi avviai allo studio di Lingue Moderne. Avevo appena girato l’angolo alla fine della strada con l’auto dei miei genitori che mandai il Tedesco in un fosso e fuggii precipitosamente per i corridoi degli studi classici.

Non posso ricordare quando dissi ai miei genitori che studiavo Lettere classiche; potevano ben scoprirlo per la prima volta il giorno della laurea. Di tutti gli argomenti su questo pianeta, penso che siano stati messi a dura prova col nominarne uno meno utile della mitologia greca quando ci si aspetta la consegna delle chiavi del bagno dei dirigenti.

Mi piacerebbe fosse chiaro, tra parentesi, che non biasimo i miei genitori per il loro punto di vista. C’è un termine ai rimproveri ai vostri genitori per avervi spinto nella direzione sbagliata; il momento in cui siete abbastanza vecchi per prendere il timone, la responsabilità tocca a voi. E quel che più conta, non posso criticare i miei genitori per il desiderio di risparmiarmi l’esperienza della povertà. Lo furono loro stessi, e pure io lo sono stata da allora, e sono abbastanza d’accordo con loro che non sia un’esperienza sublime. La povertà comporta paura, e stress, e qualche volta depressione; vuol dire mille piccole umiliazioni e privazioni. Tirarsi fuori dalla povertà con le proprie forze, questo invece è ciò di cui poter essere orgogliosi, ma la povertà stessa è romantica solo per gli stolti.

Ciò di cui avevo più paura alla vostra età non era la povertà, ma il fallimento.

Alla vostra età, nonostante la chiara mancanza di motivazione all’università, dove avevo perso troppo tempo nei caffè scrivendo storie, e troppo poco tempo alle lezioni, sono stata capace di passare gli esami, e per anni questo è stata la misura del successo della mia vita e di quella dei miei compagni.

Non sono stupida abbastanza da avere la presunzione che perché siete giovani, dotati e istruiti, voi non abbiate conosciuto privazione o delusione. Del resto il talento e l’intelligenza non hanno mai reso immune nessuno dai capricci del fato, e non ho mai supposto per alcun momento che ciascuno qui abbia goduto di una esistenza di tranquilli privilegi e soddisfazioni.

Comunque, il fatto che vi state laureando ad Harvard suggerisce che non avete molta esperienza con il fallimento. Potreste essere guidati un po’ dalla paura del fallimento tanto quanto dal desiderio del successo. Effettivamente, la vostra concezione del fallimento potrebbe non essere troppo lontana dall’idea del successo della media delle persone, così alta che avete raggiunto la vetta accademica.

Alla fine, tutti dobbiamo decidere da soli ciò che rappresenta un fallimento, ma il mondo è abbastanza ansioso di darvi una certa gamma di criteri se voi lo permettete. Così penso sia giusto dire che oltre ogni misura nei soli sette anni seguenti il giorno della laurea ho fallito in modo epico. Un matrimonio eccezionalmente corto si è sgretolato, ed ero senza lavoro, orfana di mia madre, e povera tanto quanto è stato possibile nell’Inghilterra moderna, senza contare la mancanza di una casa. Le paure che i miei genitori avevano manifestato e che io mi ero figurata, erano arrivate e, come da manuale, ero il più grande fallimento che sapessi.

Ora, non starò qui a dirvi che il fallimento è divertente. Quel periodo della mia vita fu brutto, e non avevo idea che la stampa lo avrebbe da allora rappresentato come una sorta di fiabesca determinazione. Non avevo idea quanto lungo fosse quel tunnel, e per molto tempo, ogni luce alla fine di esso era una speranza piuttosto che la realtà.

Allora perché parlare dei benefici del fallimento? Semplicemente perché fallire ha voluto dire spogliarsi dell’inessenziale. Ho smesso di fingere di essere qualcos’altro se non me stessa e ho iniziato a indirizzare tutte le mie energie verso la conclusione dell’unico lavoro che per me aveva importanza. Non mi occupavo davvero di nient’altro, se non trovare la determinazione nel riuscire in un campo a cui credevo di appartenere veramente. Ero finalmente libera perché la mia più grande paura si era davvero avverata, ed ero ancora viva, e avevo già una figlia che ho adorato, e avevo una vecchia macchina da scrivere e una grande idea. E così concrete basi divennero solide fondamenta su cui ricostruire la mia vita.

Non potreste mai fallire su tutta la linea come feci io, una certa dose di fallimento nella vita è inevitabile. È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.

Fallire mi ha dato una sicurezza interiore che mai avevo raggiunto superando gli esami. Fallendo ho imparato cose su me stessa che non avrei mai imparato in un altro modo. Ho scoperto che ho una volontà forte, e più disciplina di quanto avessi pensato; ho anche scoperto che avevo amici veramente inestimabili.

Il sapere che vi rialzate più saggi e più forti dalle cadute significa che sarete, da allora in poi, sicuri nella vostra capacità di sopravvivere. Non conoscerete mai voi stessi, e la forza dei vostri legami, fino a quando entrambi non saranno provati dalle avversità. Una tale conoscenza è un vero dono, per tutto ciò che avrete vinto nella sofferenza, e per me ha più valore di ogni altra qualifica abbia mai guadagnato.

Avendo una macchina del tempo o un Giratempo, direi alla me stessa di 21 anni che la felicità personale si trova nel sapere che la vita non è una lista di cose da raggiungere o in cui avere successo. Le vostre qualifiche, il vostro CV, non sono la vostra vita, sebbene possiate incontrare molte persone della mia età e oltre che confondono le due cose. La vita è difficile, è complicata, è oltre la possibilità di essere totalmente sotto controllo, è l’umiltà di sapere che sarete capaci di sopravvivere alle sue sfide.

Potreste pensare che abbia scelto il mio secondo argomento, l’importanza dell’immaginazione, per la parte che essa ha giocato nel ricostruire la mia vita, ma non è del tutto così. Sebbene difenda le storie della buona notte fino all’ultimo respiro, ho imparato a dare valore all’immaginazione in un senso più ampio. Immaginazione non è solo la capacità unicamente umana di prefigurare ciò che non c’è, e perciò la fonte di tutte le invenzioni e le innovazioni. Nella sua capacità discutibilmente più trasformatrice e rivelatoria, è il potere che ci rende capaci di empatia con gli altri esseri umani le cui esperienze non abbiamo mai condiviso.

Una delle più grandi esperienze formative della mia vita precede Harry Potter, sebbene questa sia molto presente in ciò che successivamente scrissi in quei libri. Questa rivelazione arrivò sotto forma di uno dei miei primi lavori. Anche se scappavo a scrivere storie durante le mie pausa pranzo, pagai l’affitto nei miei vent’anni lavorando nella sezione ricerca della sede centrale di Amnesty International a Londra.

Là nel mio piccolo ufficio lessi lettere portate fuori illegalmente dai regimi totalitari scritte precipitosamente da uomini e donne che stavano rischiando la prigione per informare il mondo esterno di ciò che stava loro accadendo. Vidi le foto di coloro che sparirono senza traccia, mandante ad Amnesty dalle loro disperate famiglie e amici. Lessi le testimonianze di vittime della tortura e vidi le immagini delle loro ferite. Aprii i resoconti manoscritti di processi sommari ed esecuzioni, di rapimenti e stupri.

Molti dei miei colleghi erano stati prigionieri politici, persone che erano state prelevate dalle loro case, o erano fuggite in esilio, perché avevano avuto la temerarietà di pensare in modo indipendente dai loro governi. Gli ospiti del nostro ufficio comprendevano chi veniva a dare queste informazioni, o provavano e scoprivano ciò che succedeva a quelli che erano stati costretti a lasciare tutto.

Non potrò mai dimenticare una vittima delle torture in Africa, un giovane uomo poco più vecchio di me a quel tempo, che divenne un malato di mente dopo tutto ciò che aveva subito nella sua patria. Tremava in modo incontrollato mentre parlava alla videocamera delle brutalità che gli erano state inflitte. Era alto circa 30 cm più di me, e sembrava fragile come un bambine. Dopo mi fu dato il compito di accompagnarlo alla stazione della metropolitana, e questo uomo la cui vita era stata distrutta dalla crudeltà mi prese la mano con squisita cortesia e mi augurò felicità per il futuro.

E finché vivrò mi ricorderò il camminare lungo un corridoio vuoto e all’improvviso sentire, da dietro una porta, urla di dolore e orrore come non aveva mai sentito fino ad allora. E poi la porta si aprì, e la ricercatrice sporse la testa e mi chiese di correre e procurarmi una bevanda calda per il giovane che sedeva con lei. Gli aveva appena dato la notizia che per rappresaglia verso il suo chiaro comportamento contro il regime del suo paese sua madre era stata presa ed uccisa.

Ogni giorno della mia settimana lavorativa dei miei vent’anni mi rammentavo quanto incredibilmente fortunata fossi a vivere in un paese con un governo democraticamente eletto dove un rappresentante legale e un pubblico processo erano i diritti di ciascuno.

Ogni giorno vedevo con più evidenza i mali dell’umanità che avrebbero afflitto gli stessi esseri umani per ottenere o mantenere il potere. Inizia ad avere incubi, veri incubi, sulle cose che vedevo, sentivo e leggevo.

E inoltre ho anche imparato molto di più sulla bontà umana ad Amnesty International di quanto mai avessi fatto prima.

Amnesty attiva migliaia di persone che non sono mai state torturate o imprigionate per le loro convinzioni a favore di quelle che lo sono state. Il potere dell’empatia umana, che guida l’azione collettiva, salva vite e libera i prigionieri. Persone ordinarie, a cui non manca benessere e sicurezza, si uniscono insieme in gran numero per salvare persone che non conoscono e che mai incontreranno. La mia piccola partecipazione in quel processo fu una delle esperienze della mia vita che mi hanno reso più umile e che mi hanno più ispirato.

Diversamente da ogni altra creatura su questo pianeta, gli esseri umani possono imparare e capire, senza avere esperienza diretta. Possono immedesimarsi nella mente delle altre persone, immaginarsi al posto degli altri.

Naturalmente questo è un potere, come la magia nel mio romanzo, che è moralmente neutrale. Si può usare una tale abilità per manipolare, o controllare, oltre che per capire o condividere.

E molti preferiscono non esercitare affatto la propria immaginazione. Scelgono di rimanere comodamente nei confini della loro esperienza, mai turbati dal chiedersi come si sentirebbero ad essere se non se stessi. Possono rifiutare di sentire urla o di guardare nelle prigioni; possono chiudere le loro menti e il cuore alla sofferenza che non li tocca personalmente; possono rifiutare di sapere.

Potrei essere tentata di invidiare le persone che vivono in quel modo, eccetto che non penso che per gli incubi che loro non hanno tanto quanto me. Scegliere di vivere in spazi ristretti può portare all’ agorafobia, e quello può portare i suoi propri terrori. Penso che una persona ostinatamente priva di immaginazione veda più mostri. Spesso sono molto più spaventati.

Quel che più conta, quelli che scelgono di non condividere le emozioni possono rivelarsi veri mostri. Pur non commettendo mai un’azione del tutto malvagia, possiamo favorirla attraverso la nostra apatia.

Una delle tante cose che ho imparato arrivata al termine di quel corridoio dei Classici giù per il quale mi avventurai all’età di 18 anni, alla ricerca di qualcosa che non potevo allora definire, fu questo, come scrive il greco Plutarco: Ciò che otteniamo nel nostro intimo cambierà la realtà esterna.

Questa è un frase sorprendente e già provata mille volte ogni giorno della nostra vita. Esprime, in parte, il nostro inspiegabile legame con il mondo esterno, il fatto che influenziamo la vita delle altre persone semplicemente esistendo.

Ma quanto di più voi, laureati di Harvard del 2008, influenzerà le vite degli altri? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’educazione che avete meritato e ricevuto, vi mette in una situazione unica, e vi dà eccezionali responsabilità. Anche la vostra nazionalità vi rende diversi. La grande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza rimasta al mondo. Il modo in cui votate, il modo in cui vivete, il modo in cui protestate, la pressione che attuerete sul vostro governo, ha un impatto oltre i vostri confini. Questo è il vostro privilegio, e il vostro onere.

Se sceglierete di usare il vostro status e influenza per alzare la voce a favore di coloro che voce non hanno; se sceglierete di identificarvi non solo con i potenti ma con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nella vita di coloro che non hanno i vostri vantaggi, allora non saranno solo le vostre orgogliose famiglie a ringraziare per la vostra esistenza, ma migliaia e milioni di persone la cui realtà avrete aiutato a trasformare in qualcosa di meglio. Non abbiamo bisogno della magia per trasformare il mondo, noi portiamo tutto il potere di cui abbiamo bisogno già dentro di noi: abbiamo il potere di immaginare le cose come migliori.

Sono quasi alla fine. Ho un’ultima speranza per voi, che è qualcosa che avevo anche io a 21 anni. Gli amici a fianco dei quali sedetti il giorno della laurea sono diventati miei amici per la vita. Sono i padrini dei miei figli, le persone alle quali mi sono potuta rivolgere in tempo di difficoltà, amici che sono stati così carini da non citarmi quando ho usato i loro nomi per i mangiamorte. Alla nostra cerimonia eravamo legati da grande affetto, dalla nostra comune esperienza di un periodo che non potrà più tornare, e, naturalmente, dal sapere che abbiamo tenuto una certa prova fotografica che potrebbe essere di valore eccezionale se qualcuno di noi si presentasse come Primo Ministro.

Così oggi, non posso desiderare per voi niente di meglio che tali amicizie. E per il domani, spero che anche se non ricorderete una singola parola di quanto detto da me, ricorderete queste di Seneca, un ‘altro di quegli antichi romani che incontrai quando percorrevo il corridoio dei Classici, ritraendomi dalla scala alla carriera, in ricerca dell’antica saggezza: La vita è come un racconto: non è importante quanto sia lunga, ma quanto sia buona.

Vi auguro tutto il bene possibile per la vostra vita

Grazie infinite

Qui di seguito, il video del discorso:

Annunci

ADDIO, BARBIE

*Questo articolo può far piangere i nostalgici, i deboli di cuore, le donne e tutti i nati nel XX secolo. Se ne consiglia la lettura con apposita scorta di fazzolettini*

Barbie è morta. 
O meglio: avete presente la bionda, figa, occhi azzurri,  misure 120-60-90, alta e supergnocca?
Bene. Non esiste più. 
Adesso esistono Barbie sensibili alle diversità: abbiamo Barbie Curvy che ha un po’ esagerato con la cioccolata, Barbie Nana, Barbie Alta e Barbie nera.
E per dimostrarvi che non sto scherzando, eccovi una foto:

barbie_size_variation

 

 

 

 

 

 

 

Ma perché la Mattel ha deciso di uccidere Barbie? 
Forse perché si è resa conto che è giusto che le bambine crescano con dei modelli più vicini alla realtà, per permettere loro di rispecchiarsi in una bambola più cicciottella o bassa?
Certo che no, l’ha fatto perché le vendite di Barbie erano e sono in crollo totale. 

Quindi ha tentato la carta “politicamente corretta”, che in un periodo storico dominato dalla parità (o presunta tale) sembra essere un porto sicuro.
Viviamo nell’era in cui si dice “Curvy” e non “Cicciotella”, “Petite” e non “Bassa”, in cui si urla a Photoshop come a un reato, in cui la perfezione viene colpevolizzata, anche se non si è capito bene perché. 
Sembra che il mondo voglia rassicurare le ragazzine sul fatto che non devono essere perfette, che vanno bene così. E questo ha travolto anche Barbie, icona storica di perfezione.

Come è cresciuta la “Generazione Barbie”?
Io sono stata la “bambina che stava sempre avanti” da quando ho memoria, e sinceramente non mi sono mai sentita lesa dalle proporzioni da modella svedese di Barbie, né avrei rotto le balle a mia madre per comprare una Barbie bassa. Io volevo una Barbie bella e con tremila vestiti, punto. Più era figa e più la desideravo.
E se era più bella di quella delle mie amiche provavo una soddisfazione viscerale e profonda. Amavo Barbie perché era bella e anche se io non ho gli occhi azzurri e sono rimasta tappa, tutto questo non mi ha rovinato la vita.
Non sono nemmeno diventata razzista, però ho sempre pensato che le sorelle minori non fossero tutto sto granché, forse perché Skipper è sempre stata insipida. O forse perché io sono la sorella maggiore. 
Barbie è un sogno. O almeno, lo era. 

È sopravvissuta per più di cinquant’anni, ha fatto qualsiasi lavoro esistente, avuto svariati fidanzati, vissuto innumerevoli cambi di look e soprattutto non ha mai avuto problemi di taglia.
Ha vinto contro qualsiasi Sissi o Tania. Era la numero Uno. 
Che dire se non Che figa! Da grande voglio essere come lei!
Che le ragazzine di oggi si tengano le loro pseudo Barbie “reali”. 

La generazione Barbie conserverà il sogno nel cassetto di un Ken, di un camper multi-accessoriato e armadi infiniti.

Anche se è pensionata, rimane figa. Nell’ospizio delle bambole, tra una Polly Pocket e un’inquietante bambola di porcellana, lei resta la numero uno.
E forse ci ritroveremo a comprare alle nostre figlie bambole con la ritenzione idrica e i punti neri, un giorno… O forse nessuna bambina giocherà più con delle bambole.
Ma la cosa importante sarà una: riuscire a trasmettere loro il messaggio che vanno bene così, e che possono aspirare a diventare una veterinaria, una rockstar o una principessa. Che saranno femminili anche se vorranno fare le pompiere. 
Tutti messaggi che noi abbiamo imparato grazie a quella strafiga bionda.

È la fine di un’era, ma la Generazione Barbie resterà.
Guardiamo al futuro con occhi speranzosi…
D’altronde, dalle bambine che giocavano con le Barbie sono nate le fashion blogger.

SCORDATEVI IL GRANDE AMORE!

*NB: questo articolo non è sessista, politicamente scorretto o  offensivo. FORSE* 

Questi sono i giorni giusti per parlare di amore.

11012352_10152792929862903_7859061998437654824_nIn tutta Italia si parla di riconoscimento delle unioni civili, matrimoni, adozioni, temi forti che stanno spopolando sui social: da Salvini a vostra nonna, ne parlano tutti.
E poi ieri c’era 50 Sfumature di Grigio in TV.
Non l’avete visto? Matteo Bianx l’ha recensito per voi.
E anche io ci ho messo del mio, immaginando una storia parallela in cui Christian Gray è nato in Italia e lavora per la Fiat.
Leggeteli e ridete oppure andateacagare sentitevi serenamente liberi di non farlo, tanto ci penserà il Karma.

Dunque, l’amore. 

Come il sesso e la questione palestinese, tutti si sentono fortemente in dovere di dire la propria quando si parla di amore.
E, inevitabilmente, si prende una posizione anche se non lo si ammette: due persone dello stesso sesso si possono amare?
Le relazioni a distanza durano?
La scopamicizia si può classificare come relazione?
E tante altre domande che magari non ci toccano personalmente ma che danno origine ad animate discussioni altresì note come Terzo Conflitto Mondiale.
Ricordo ancora quando, da diciottenne open-mind, dissi a mia madre che per me non era scandaloso che Naike Rivelli fosse bisex. Passai la mezz’ora successiva a convincerla della mia eterosessualità. Ad oggi abbiamo fatto dei progressi, anche se il merito va in buona parte ai film di Checco Zalone.

Leggendo le varie posizioni del web sulle coppie gay, sono arrivata ad una conclusione: la maggior parte di noi parla di amore con la stessa conoscenza che una vergine vestale ha del sesso.
Cioè ne parla per preconcetto, per sentito dire e basandosi su dei romanzi rosa (o grigi).
Chi siamo noi per parlare delle coppie che si amano?
Chi siamo noi per parlare dell’amore?

La maggior parte di noi, il grande amore se lo può scordare!

E no, non sono stata appena mollata, non sono misantropa e ancor meno sono in vena di perfidia, oggi.
Anzi, davanti a queste immagini, ricordando dei momenti meravigliosi e personali, ho raggiunto il livello “faccia da dodicenne innamorata perdutamente”:

1549303_719604761405565_222082237_n11137162_879001968838787_5801909402376332167_n couple
Si chiama “Love is in the Small   Things”, dell’artista coreano  Puuung.

I disegni di Puuung, che trovate tutti QUI   ,  mi hanno ricordato che l’amore sta nelle cose semplici: è fondamentale che ci siano delle piccole cose insostituibili e irripetibili, le uniche che riescono a contraddistinguere il nostro rapporto da qualsiasi altro.
MA
c’è qualcosa di non piccolo, cioè ciò che siamo disposti a fare per amore.

Cosa fai per avere quelle piccole cose, cosa sei realmente disposto a fare?

L’emblema dell’amore è un film che si chiama “Appuntamento a Wicker Park”. Non un grande classico, non “Casablanca” o “Titanic”, non un vincitore di 17 premi Oscar.

Josh Hartnett josh-hartnett-in-una-scena-di-appuntamento-a-wicker-park-15350interpreta un ragazzo giovane, bello e rampante che sta per sposarsi con una ragazza bellissima e ricca. Abbiate pazienza, è pur sempre un film americano, quindi devono sbatterci in faccia  quanto sono fighi. 
Sono a un pranzo di lavoro in un ristorante giapponese, tutto è serenamente banale e noioso, poi lui va in bagno e…
Sente una donna che parla nella cabina telefonica accanto al bagno. Sticazzi, Embé? direte voi…
Beh, lui riconosce la voce della ragazza che tempo prima l’ha piantato e di cui è rimasto perdutamente innamorato.
Peccato che lei vada via prima che Josh riesca a raggiungerla, lascia sbadatamente qualche traccia di sé, ma siamo seri: quanti di noi avrebbero mollato tutto per cercarla?
Immaginatevi: siete fidanzati, siete andati avanti, quella stronza vi ha spezzato il cuore sparendo dall’oggi al domani… Eppure, la amate. Non capite perché se n’è andata, e ora che è tornata non fate che pensare a lei.
Mandate a monte matrimonio e tutto? Lasciate tutto per cercarla?
La vostra attuale fidanzata è bellissima, eppure voi continuate a pensare a quando lei, l’altra, ballava con voi il tango  e vi scattavate selfie come due deficienti.
Quanto è grande l’amore? È grande quanto superare una delusione? O lo è molto più di così?
Quanto siete disposti ad aspettare? Quanto siete disposti a perdonare?
L’amore è quando state con una persona che è esattamente quella con cui vorreste stare. E anche se sparisse dall’oggi al domani, voi fingereste di trovarvi a Shanghai per affari mentre la cercate in una città enorme, mentireste a chiunque, inclusa la vostra supersexy nuova fidanzata, solo per avere un’altra possibilità.
È lì che capisci di amare.
Il resto è una copia di una copia di una copia di un film sentimentale in cui ci si arrende soltanto alle circostanze, al destino, al tempo, alla società, all’incompatibilità caratteriale e a milioni di ottime, eccellenti scuse.
Perciò se non siete disposti a cercarla o a cercarlo per ristoranti giapponesi, a compiere violazioni di domicilio e a scombinare i vostri piani, con il sottofondo di malinconiche canzoni dei Coldplay, e tutto senza avere la garanzia che vi amerà di nuovo, scordatevi il grande amore.
Accontentatevi.

Che siate etero, gay, bisex, guardoni, segaioli, ninfomani, frigidi, teneri come un cucciolo di foca o nel frattempo di incontrare “quello giusto” stiate testando tutto il reame, sapete, non importa.

Tutti possiamo dare un appuntamento a Wicker Park alla persona che amiamo.
Dipende solo da noi.
E quando avrete trovato quella persona, l’ultima cosa che vi verrà in mente di fare sarà guardarvi intorno per commentare altre coppiette che si sbaciucchiano.

Share the Love.  

“E SE NON POSSO ESSERE BELLA, ALLORA SARO’ INVISIBILE”

Ecco dove dovresti essere, a un grande ricevimento di nozze in una enorme villa di West Hills, composizioni floreali e funghi farciti sparsi per tutta la casa. Questa si chiama ambientazione di scena: dove ci sono tutti, chi è vivo, chi è morto. Questo è il grande momento di Evie Cottrell al suo ricevimento nuziale. Evie è in piedi a metà della grande scalinata nell’atrio della villa, nuda dentro quel che rimane del suo vestito da sposa, col fucile ancora in mano.
Quanto a me, io sono in piedi, ma solo fisicamente, in fondo alle scale. La mia mente chissà dov’è.

È su questa scalinata che si apre Invisible Monsters, annata 1999, il geniale romanzo di Chuck Palahniuk fratello (o per meglio dire sorella) maggiore del più famoso e acclamato Fight Club.
Invisible Monsters parla del successo, della fama, della bellezza e della loro dolorosa scomparsa.
Perché se pensate che possa far male una vita da eterni “brutti”, Shannon McFarland, ex modella sfigurata da un tragico incidente, insegna che è molto peggio vivere la brusca caduta dalla cima del piedistallo ai piedi della scalinata.
E ovviamente non ce lo dice in modo banale o scontato: come ogni libro del caro zio Chuck, anche Invisible Monsters si caratterizza per uno stile narrativo eclettico, che in questo caso fa sapiente uso di ripetizioni e flashback, e storie bizzarre in cui si intrecciano omosessualità, AIDS, moda, tradimenti e criminalità.
Chi abbia avuto modo di leggere almeno un suo lavoro di una cosa può star certo: le storie semplici e lineari a Palahniuk stanno strette.
E Invisibile Monsters non fa eccezione.

È perché siamo intrappolati nella nostra cultura, nel fatto che siamo esseri umani su questo pianeta con i cervelli che abbiamo, e due braccia e due gambe come tutti. Siamo così intrappolati che qualsiasi via d’uscita riusciamo a immaginare è solo un’altra parte della trappola. Qualsiasi cosa vogliamo, siamo ammaestrati a volerla.

Questo libro è una storia di liberazione dalla schiavitù, dai modelli preimpostati, dal restringimento mentale: “Voglio che tutto il mondo possa amare ciò che odia”, dice Shannon. Ed è con gli errori e con il caos che nascono le più grandi scoperte dell’umanità, è amando qualcosa che in realtà ci hanno insegnato a non amare che si crea una vera rivoluzione.
Leggere Invisible Monsters è un po’ questo: liberarsi da modelli e preconcetti su gran numero di questioni che non riguardavano solo gli anni ’90, ma sembrano più che mai attuali. Questa storia sembra essere stata confezionata ieri, apposta per noi.
Forse perché Palahniuk si sa mantenere sul vago, o forse perché bene o male se la trappola è la stessa allora anche l’uscita resta identica.
E forse, a lettura terminata, sarete tutti un po’ più liberi e leggerete questa frase con sentimenti diversi: “Voglio essere al di fuori delle etichette. Non voglio che tutta la mia vita sia compressa in un unica parola. Una storia. Voglio trovare qualcos’altro, che non si possa conoscere, un posto che non sia sulla mappa. Una vera avventura”.

Siete già corsi a comprarlo?

LA PIU’ BELLA DICHIARAZIONE D’AMORE DEL CINEMA

«Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. […] È un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti le donne sono maltrattate; la pulsione sessuale è legata all’analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. È l’America vista come un mondo di bambini.»
Così Morando Morandini descrive “C’era una volta in America”, tra i 50 film più belli della storia del cinema, tra i capolavori firmati dal genio di Sergio Leone e, soprattutto, tra i più amati di un pubblico che inizialmente – complice lo scellerato montaggio di Arnon Milchan – l’aveva disprezzato.

E’ una storia che si snoda tra passato e presente, donandoci la vista di un’America che cresce tra il Proibizionismo e le rapine, il contrabbando e la malavita di quartiere.
E’ un sogno, il sogno di Leone, che acquistò i diritti del libro “The Hoods” dopo dieci anni di battaglie, il sogno di Noodles, che cerca di ricordare e di dimenticare, il sogno dei suoi amici Max, Patsy, Cockeye e Dominic, ragazzini che bramano la libertà, e il sogno di Deborah, che vuole calcare i palchi più famosi del mondo.

46 anni di America, promesse, amori e vite: questo è “C’era una volta in America”, un ritratto di mezzo secolo di storia accompagnato dalla magistrale musica del Maestro Ennio Morricone.

Da godersi a pieno, naturalmente nella sua versione integrale, con tanto di contenuti speciali. Un DVD che vale assolutamente la pena di comprare e custodire gelosamente nella propria collezione.

NON HAI MAI VISTO NIENTE DI PIU’ TERRIFICANTE

Bambini e horror: uno degli ossimori forse meglio riusciti della cinematografia di tutti i tempi.
La sottoscritta è un’amante fedele del genere horror, specie se sottilmente psicologico, e più maestri, da Kubrick a King, hanno sviluppato il topic bambino-tenero-che-fa-dannatamente-accaponare-la-pelle.

Il terrore è un’arte.
E questi sono i capolavori dei Picasso dell’orrore.

Orphan. 

75447_bpC’è qualcosa di strano in Esther.
Qualcosa che mi viene evocato ormai ogni volta che odo il nome Esther.
Carina, composta, suona il piano e dipinge castelli: il sogno di ogni mamma, specie se con rinnovati sogni di maternità.
Katherine si innamora subito di questa beneducata bambina con i ciuffetti, che si rivela ben presto una piccola carogna.
La sua sottile cattiveria è pari solo all’amore per il suo papà… E no, non è una buona cosa!


The Shining (tratto da un romanzo di Stephen King)

Un triciclo e due gemelle. Niente di pauroso, vero?
Se li mettete in un hotel deserto nel pieno dell’inverno del Colorado, magari potreste trovarli vagamente inquietanti.
E se le gemelle fossero state uccise dieci anni prima?
Mmm… Questo dà da pensare!
I proprietari dell’hotel chiesero perfino a Kubrick di cambiare il numero della stanza in cui erano state assassinate le due gemelline (nel romanzo di King la numero 217), perché temevano che nessuno avrebbe più voluto alloggiarvi. Il regista la sostituì dunque con una stanza non realmente esistente, la 237: peccato che gli amanti del film che chiesero poi di avere la più famosa stanza dell’Overlook non poterono essere accontentati.

daveigh_chase_thumbChi è questa affascinante ragazza?
Forse la conoscerete per la sua interpretazione nella versione americana di The Ring, il famoso film horror che ha per protagonista una videocassetta maledetta, tratto da un romanzo di Koji Suzuki.  
Ecco qui la sua best performance, l’uscita dal televisore del salotto.
samara-o
Pet Semerary (tratto da un romanzo di Stephen King).

100812-pet-semataryQuesto bambino sembra molto determinato, vero?
Magari la cicatrice e il coltello non ne fanno proprio un piccolo boy scout…
Mentre è fuori in giardino con la sua famiglia, Gage Creed viene investito. Ma anziché trapassare e fare compagnia ai cherubini, viene sepolto in un cimitero che ha il potere di far tornare in vita i morti… Peccato solo che tornino leggermente più arrabbiati, come si accorgerà il suo papà Louis.

Ci sarebbero tanti altri piccoli birbanti da citare, da Regan de “L’Esorcista” a Damien di “Omen”.
Non ti vorresti mai ritrovare con loro in una stanza buia, vero?

Ma perché i bambini dei film horror ci fanno così paura, ben più di un mostruoso Freddie Kruger?
La risposta è molto semplice: dai bambini, un po’ come dai pagliacci, non ci aspettiamo cose così cattive.
E’ un po’ ciò che mi ha portato ad apprezzare questo video, della bravissima youtuber Fraffrog:

Piaciuto? Spero possa essere per voi un gradevole antipasto per i sovracitati film.

Buona visione a tutti cari lettori e… Uh, occhio alle spalle!

Nell’immagine in evidenza: “Grano Rosso Sangue” di Kirsch, tratto dal romanzo “A volte ritornano” di Stephen King. 

RITORNO AL FUTURO – SCENA MAI VISTA!

Com’erano i nostri genitori da adolescenti?
Probabilmente vi sarete posti questa domanda, quella decina di volte o giù di lì.
E’ difficile immaginare che una volta anche loro abbiano attraversato “L’età della trasgressione”: e difatti il diciassettenne Marty McFly, testa calda e aspirante rockstar, trova i suoi “vecchi” alquanto rompiscatole.
Si dice che il maestro appaia quando l’allievo è pronto: e nel caso di Marty si tratta dell’amico scienziato Doc. Grazie ad una serie di malcapitati eventi e a una DeLorean che funge da macchina del tempo, il giovane protagonista si ritrova catapultato del 1955.
Sono gli anni dei milkshake e dei capelli alla Happy Days, ma anche della non semplice integrazione razziale e della lotta al moralismo sociale, che la mamma di Marty sostiene con sigarette e fiaschette di alcol.
Un’esperienza abbastanza formativa, se non fosse per due motivi: Marty non sa come tornare nel 1985 e sua madre si innamora di lui anziché di suo padre, mettendo a rischio la sua nascita e dunque la sua stessa esistenza. Così il ragazzo comincia a cercare il Doc del 1955 e ce la mette tutta per far sì che sua madre Lorraine si innamori dell’imbranatissimo George McFly.
E in questa divertentissima scena inedita lo minaccia fingendosi un alieno, con l’ausilio di un phon per capelli e di una tranquilla melodia dei Van Halen.

Ritorno al futuro è un film strepitoso, che amerete o adorerete come una sacra reliquia del cinema.
L’abile mix tra anni ’50, fantascienza e divertenti riferimenti alla società e alla cultura dell’85 (i Van Halen, le Nike, i Levi’s, la Fanta) ne fanno una pellicola leggera, spensierata e appassionante.
E pensare che ha rischiato di non essere prodotto: tutti gli studios lo rifiutarono perché era troppo poco spinto per gli standard dell’epoca – per intenderci, erano gli anni di Porky’s – e la Disney non trovava adatto al proprio pubblico un film in cui una madre si innamorava del figlio. Grazie alla tenacia di Zemeckis e Spielberg, il film uscì invece nel luglio dell’85 e solo nel primo weekend incassò 11 milioni di dollari (ne era costati soltanto 19).

Se potessi inserire in una capsula del tempo, di quelle che si aprono dopo una cinquantina d’anni, soltanto un film da passare ai posteri, sarebbe questo primo capitolo della trilogia di Zemeckis.

GUARDATELO, SE POTETE CON I VOSTRI GENITORI!