ADDIO, BARBIE

*Questo articolo può far piangere i nostalgici, i deboli di cuore, le donne e tutti i nati nel XX secolo. Se ne consiglia la lettura con apposita scorta di fazzolettini*

Barbie è morta. 
O meglio: avete presente la bionda, figa, occhi azzurri,  misure 120-60-90, alta e supergnocca?
Bene. Non esiste più. 
Adesso esistono Barbie sensibili alle diversità: abbiamo Barbie Curvy che ha un po’ esagerato con la cioccolata, Barbie Nana, Barbie Alta e Barbie nera.
E per dimostrarvi che non sto scherzando, eccovi una foto:

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Ma perché la Mattel ha deciso di uccidere Barbie? 
Forse perché si è resa conto che è giusto che le bambine crescano con dei modelli più vicini alla realtà, per permettere loro di rispecchiarsi in una bambola più cicciottella o bassa?
Certo che no, l’ha fatto perché le vendite di Barbie erano e sono in crollo totale. 

Quindi ha tentato la carta “politicamente corretta”, che in un periodo storico dominato dalla parità (o presunta tale) sembra essere un porto sicuro.
Viviamo nell’era in cui si dice “Curvy” e non “Cicciotella”, “Petite” e non “Bassa”, in cui si urla a Photoshop come a un reato, in cui la perfezione viene colpevolizzata, anche se non si è capito bene perché. 
Sembra che il mondo voglia rassicurare le ragazzine sul fatto che non devono essere perfette, che vanno bene così. E questo ha travolto anche Barbie, icona storica di perfezione.

Come è cresciuta la “Generazione Barbie”?
Io sono stata la “bambina che stava sempre avanti” da quando ho memoria, e sinceramente non mi sono mai sentita lesa dalle proporzioni da modella svedese di Barbie, né avrei rotto le balle a mia madre per comprare una Barbie bassa. Io volevo una Barbie bella e con tremila vestiti, punto. Più era figa e più la desideravo.
E se era più bella di quella delle mie amiche provavo una soddisfazione viscerale e profonda. Amavo Barbie perché era bella e anche se io non ho gli occhi azzurri e sono rimasta tappa, tutto questo non mi ha rovinato la vita.
Non sono nemmeno diventata razzista, però ho sempre pensato che le sorelle minori non fossero tutto sto granché, forse perché Skipper è sempre stata insipida. O forse perché io sono la sorella maggiore. 
Barbie è un sogno. O almeno, lo era. 

È sopravvissuta per più di cinquant’anni, ha fatto qualsiasi lavoro esistente, avuto svariati fidanzati, vissuto innumerevoli cambi di look e soprattutto non ha mai avuto problemi di taglia.
Ha vinto contro qualsiasi Sissi o Tania. Era la numero Uno. 
Che dire se non Che figa! Da grande voglio essere come lei!
Che le ragazzine di oggi si tengano le loro pseudo Barbie “reali”. 

La generazione Barbie conserverà il sogno nel cassetto di un Ken, di un camper multi-accessoriato e armadi infiniti.

Anche se è pensionata, rimane figa. Nell’ospizio delle bambole, tra una Polly Pocket e un’inquietante bambola di porcellana, lei resta la numero uno.
E forse ci ritroveremo a comprare alle nostre figlie bambole con la ritenzione idrica e i punti neri, un giorno… O forse nessuna bambina giocherà più con delle bambole.
Ma la cosa importante sarà una: riuscire a trasmettere loro il messaggio che vanno bene così, e che possono aspirare a diventare una veterinaria, una rockstar o una principessa. Che saranno femminili anche se vorranno fare le pompiere. 
Tutti messaggi che noi abbiamo imparato grazie a quella strafiga bionda.

È la fine di un’era, ma la Generazione Barbie resterà.
Guardiamo al futuro con occhi speranzosi…
D’altronde, dalle bambine che giocavano con le Barbie sono nate le fashion blogger.

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5 COSE CHE COMPRERAI E TI FARANNO SENTIRE RIDICOLA

Facciamo lavori che odiamo, per comprare cazzate che non ci servono!
Tyler Durden aka Amore della mia vita

Il mondo del consumismo ha strade oscure e misteriose.
A volte ci offre cose bellissime e utilissime, come le ciabatte autoriscaldanti o la tazza automescolante, altre ci svuota l’anima  e il portafogli per comprare delle maledette cazzate cose di cui potremmo fare serenamente a meno.

Queste 5 cose, viste con occhi oggettivi, non lasciano spazio a dubbi: sono i soldi peggio buttati di sempre.
Se le hai acquistate in preda a un qualche sortilegio voodoo, sei perdonata: non eri in evidente stato di capacità.
Devi solo cospargerle di sale e bruciarle.
Se il sesto senso, il buon senso o un senso a caso ti hanno frenata, brava. Sei una sopravvissuta!
Ecco la guida ai mostri: conoscerli è il primo passo per eliminarli.

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Una foto drammatica che proviene dal Pitti

1. Le scarpe glitterate
L’ultima terribile creatura apparsa sugli scaffali, il risultato di un accoppiamento selvaggio tra due zoccoli di cavllo e una fatina molto trash.
Facendo leva sul desiderio atavico della nostra bambina interiore di possedere un paio di Lelly Kelly sberluccicanti, questo oggetto del male sta mietendo l’anima di più di una fashion victim.
Escludendo quelle che se l’erano già venduta per una originalissima borsa di Michael Kors.

2. Le piattaforme petrolifere
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Ce le avessero fatte vedere qualche anno fa, avremmo detto “Ma che è sta cafonata?”
In realtà potremmo dirlo tuttora. Ma il nostro occhio ha avuto tutto l’inverno per abituarsi a queste scarpe e all’aggraziata camminata da t-rex di chi le indossa, quindi ne siamo ormai assuefatti .

3. I bikini a vita alta
Visti nelle foto degli anni ’50 erano carini. Addosso a qualche modella stragnocca stanno anche bene.
Ma in spiaggia non se ne vedono, chissà perché. Probabilmente le ragazze che li indossno finiscono su The Island, su Temptation Island o in un programma in via di sperimentazione di Carla Gozzi.

4. Le salopette di jeans
salopette-di-jeans-2-680x1024Chi ne ha fatto un capo di moda? E perché?
L’unica funzione a cui potrebbero aspirare è “imbiancare casa senza sporcarsi le robe buone”.
Sono diventate velocemente il capo preferito delle ragazze alternative e di quelle zocc che hanno un conflitto irrisolto con il loro genitore maschio. Ma in compenso se avete meno di otto anni risulterete tanto, tanto carine.


5. Il collarino

l_gr357 pure bone collarDopo la collana con l’iniziale di Fendi, è l’emblema di gioiello subliminale che rimanda alla natura cagnesca.
Fa tanto sedicenne disagiata, anche se un tempo (nei mitici ’90) aveva il suo perché – o forse noi che lo indossavamo non ce lo chiedevamo.

Come questi malefici si sono abbattuti su di noi?
Beh signore, le vie del trash sono infinite.
Ma siccome prevenire è meglio che curare, ecco 5 incubi che potrebbero tornare di qui a breve:

1. Le fasce per capelli di lei, il frontino per lui.
C’è davvero bisogno di aggiungere altro?
2. Gli scaldamuscoli.
A meno che non viviate dentro Flashdance, risparmiatevela.
3. Le ciocche colorate.
Portate avanti dalla fiera versione quattordicenne di Aria Montgomery, fanno tanto Avril Lavigne dei primi tempi.
4. La felpa legata in vita.
Unita ai pantaloni con cavallo ad altezza rotula, rafforzerà la convinzione che abbiate problemi di incontinenza.
5. L’acetato.

Insieme alla tortura e al maltrattamento è un crimine di guerra riconosciuto dall’ONU. Negli anni ’90 è perfino degenerato dando vita ai pantaloncini da uomo con riga fluo al lato, da indossare in discoteca.
Lo so, dubitate che sia accaduto davvero, ma le foto di repertorio non mentono mai.

Conoscere gli orrori del passato è il primo passo per far sì che non ricapitino. Mai più.
Aiuta le tue amiche a guarire. Se sei con loro a fare shopping e noti atteggiamenti compulsivi davanti a una vetrina di Primadonna, accertati delle loro intenzioni. Non lasciarle sole alla cassa.
Un giorno ti ringrazieranno, e quel grazie ti riempirà il cuore.

Per un mondo migliore, per la pace, per la nostra vita, per salvaguardare la procreazione, per una sana convivenza in una società civile.
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STORIE DI ORDINARIA FOLLIA: Il Blu di Francia

De Andrè cantava “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
In realtà i diamanti possono innescare reazioni molto curiose, come ci illustra l’immagine che segue.

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Scherzi a parte, nella nostra cultura i diamanti sono merce rara e preziosa, il sex symbol delle pietre preziose nonché uno status symbol che fattura 8 miliardi e un numero indefinito di morti l’anno.

Il protagonista di questo articolo si chiama Hope, per gli amici dell’inglese “Speranza”.

E ci sarebbe da dire “Perdete ogni speranza voi che ve ne impossessate”: Hope è di certo un pregiato pezzo di gioielleria (sfaccettature blu, 44 carati e mezzo, una vera rarità!), ma davvero in pochi lo vorrebbero sfoggiare.
Le versioni non sono concordi su come il suo primo possessore europeo l’abbia ottenuto: secondo alcune l’ha comprato, altre sostengono che l’abbia disincastonato personalmente dalla statua in cui si trovava in origine, un idolo indiano del tempio di Rama-sita. E personalmente non faccio fatica a immaginare un uomo di fine Seicento che si sporca un po’ le mani per questa meraviglia che all’epoca vantava 122 carati.
Fatto sta che il viaggio di Hope cominciò nel 1688 “grazie” a quest’uomo, Jean-Baptiste Tavernier. Presto Tavernier andò in bancarotta e cercò di riprendere i suoi affari in India, morendo però durante il viaggio, mentre il diamante arrivò tra le mani di un personaggio settecentesco alquanto noto, il re di Francia Luigi XIV (il “Re Sole”, proprio lui!) . Luigi fece tagliare il diamante a forma di cuore, quasi dimezzandone i carati, e lo donò all’amante Madame de Montespan.
Quest’ultima fu coinvolta in uno scandalo (diciamo che architettare congiure era un po’ il suo hobby) assieme all’abate Guiborg, accusato di aver sacrificato un bambino sul corpo nudo della sopracitata Montespan durante una messa nera: pare che la dama perse così i suoi favori regali, e il diamante fu sfoggiato dallo stesso Luigi XIV e da Luigi XV, morti rispettivamente per una cancrena e un devastante vaiolo che ne causò la decomposizione quando era ancora vivo.

Allegria, insomma.

I successivi possessori del diamante furono la regina Maria Antonietta, e la principessa di Lamballe: entrambe fecero una gran brutta fine durante la Rivoluzione.
Ma il nostro diamante non è mai stato classista, e dopo il sangue blu si è dato agli omicidi in multicolor, senza risparmiarsi col black humour: la sua vittima successiva fu un comune gioielliere, morto in circostanze che rasentano il tragicomico. Pare infatti che suo figlio rubò il diamante, e il padre, scoperta l’identità del ladro, ebbe un infarto. A questo punto il figlio rimase sconvolto per aver indirettamente ucciso il proprio padre e si suicidò.

Una carrellata di lievi eventi, potremmo dire, in seguito ai quali Hope arrivò nelle mani del gioielliere che poi gli ha conferito il suo attuale nome, Thomas Hope. Quest’ultimo con la pietra non ebbe problemi, ma sua moglie era invece convinta che il diamante avrebbe portato disgrazie e rovina; come si può facilmente intuire, la coppia ruppe ben presto e il gioiello circolò disseminando suicidi, incidenti, alcolismo e miseria.

Questa storia sa tanto di “Diamanti di sangue” e ben poco di “Diamonds are a girl’s best friends”… Evidentemente Hope è un po’ sociopatico, tanto che al momento si trova in una teca iper-protetta presso lo Smithsonian Institution  di Washington e non se la prende più con nessuno.
Probabilmente gli piace essere rimirato da lontano con reverenza, come quando era tre volte più grande e si godeva l’ammirazione degli uomini dall’alto del suo idolo indiano.

Magari le religioni cambiano, ma da induismo a consumismo Hope è rimasto protagonista.
E se la bella Hilary Rhoda (in foto) l’ha indossato senza problemi nel 2010 è stato perché, probabilmente, a Hope non dispiaceva l’idea di essere festeggiato nel 50° anniversario della sua donazione allo Smithsonian.

È inevitabile che questa storia ci sollevi dei dubbi: Hope è davvero un oggetto maledetto o si tratta di coincidenze?
Di oggetti sfortunati la storia è piena: si pensi all’automobile di James Dean, la Porsche Little Bastard, o all’autovettura sulla quale fu assassinato l’arciduca Ferdinando a Sarajevo.
Si dice che siano entrambi degli incredibili portasfortuna: la mitica Spyder Porsche in particolare ha ucciso o quantomeno ferito gravemente tutti coloro che l’hanno toccata dopo la morte del celebre attore: meccanici, estimatori e perfino ladri.

Eventi come questi non si possono spiegare. In definitiva o si crede che esistano davvero delle energie negative, oppure si afferma che siano eventi dettati dal caso che agli occhi di persone particolarmente suggestionabili appaiono come paranormali.
Certo, volendo considerare il diamante Hope e la splendida Little Bastard, il numero di morti sfida le leggi della probabilità….
Ma potrebbe essere un caso. Forse.

Nel dubbio non disincastonate pietre preziose dagli idoli indiani (anzi, tenetevi lontani in genere dagli oggetti indiani) e non chiamate la vostra autovettura “Little Bastard”. Ci sta che potrebbe non prenderla bene. 

Per la storia completa del diamante Hope e della Porsche Little Bastard vi consiglio di visitare il sito Latelanera, che mi è stato d’ausilio per dare sicurezza e arricchire le mie conoscenze su quanto ho scritto in questo post.

Buona domenica!

SELFIE, KILLER E FANTASIA: 7 IDEE PER TESINE ORIGINALI (part 1)

È una delle poche certezze degli esami di maturità: una buona tesina è un prezioso cavallo di battaglia.
Permette di approfondire argomenti che ci hanno interessato e darci la possibilità di mostrare capacità di collegamento e creatività, troppo spesso penalizzate durante il nostro percorso di studi.
Ma come evitare di cadere nella solita solfa delle tesine trite e ritrite? Perché mettetevi nei panni dei professori, che ascoltano alcuni percorsi da decine di esaminandi, un anno dopo l’altro: qualcosa di originale è più che ben accetto!
Eccovi dunque alcuni spunti per sviluppare delle tesine un po’ diverse dal solito.

1) SELFIE: l’autoscattomania è una moda o un disturbo?
E’ la nuova moda del momento. Un tempo si chiamava banalmente autoscatto, oggi è “selfie”. Politici, attori e perfino il Papa hanno abbracciato questa tendenza, ma a volte un’innocente fotografia può essere la chiave per analisi antropologiche o addirittura  causare un licenziamento…

  • Psicologia: il disturbo narcisistico di personalità.
  • Antropologia: su selfiecity.net sono raccolti i selfie di abitanti di Mosca, Tokyo e San Paolo (Brasile). La cosa interessante? A seconda della zona geografica e della cultura sono diversi l’uno dall’altro: se a San Paolo preferiscono le boccacce, le ragazze russe posano come modelle.
  • Storia: il primo selfie della storia? E’ un autoscatto della Granduchessa di Russia Anastasia Romanova della dinastia dei Romanov, risalente al 1914. E’ probabilmente uno dei primi selfie di cui ci è rimasta traccia.
  • Storia dell’arte/economia: il selfie è un’automopromozione artistica. Sostenitore di questa teoria è l’attore americano James Franco, che ha difeso una delle sue passioni in un articolo pubblicato sul New York Times.
  • Diritto: quando i selfie diventano illegali. Un pilota della Royal Air Forceline è stato licenziato per questo scatto: si è infatti immortalato mentre sganciava un missile.

    L'attore James Franco è un patito dei
    L’attore James Franco è un patito dei “selfie”: sul suo profilo di Instagram ne pubblica tantissimi, tutti rigorosamente “nature”.

2) L’UOMO È VOTATO AL BENE O AL MALE?
Il Novecento si è caratterizzato per alcuni degli eventi più sanguinosi della storia, complice lo sviluppo di armi sempre più distruttive, tra cui la terribile bomba atomica. Si può smentire la natura maligna dell’essere umano?
In qualche modo il secolo scorso ci ha offerto anche esempi di amore, solidarietà e bontà. Alcuni esempi?

  • In storia, oltre all’esemplare condotta di alcune persone durante il secondo conflitto mondiale (vedi Schindler) si può senz’altro citare la Tregua di Natale. Il giorno di Natale del 1914, durante la Prima Guerra Mondiale, sul fronte occidentale vennero attuati dei “cessate il fuoco” non ufficiali. I soldati delle trincee britanniche e tedesche attraversarono le linee nemiche scambiandosi doni, auguri e canzoni. L’evento fu criticato dalla stampa tedesca e dagli alti comandi dell’esercito, tanto che tregue di questo tipo vennero proibite per il futuro.
    Ma il potere evocativo di queste immagini fa venire ancora i brividi.
Un'immagine che vale più di mille parole: ecco la foto che ritrae una battaglia tra inglesi e tedeschi, nella
Un’immagine che vale più di mille parole: ecco la foto che ritrae una battaglia tra inglesi e tedeschi, nella “terra di nessuno”.
  • Letteratura italiana: “Il Visconte dimezzato” di Italo Calvino ci offre la visione di un personaggio che racchiude in sé, come ogni uomo, il Bene e il Male. Questi due lati presi singolarmente sono egualmente insopportabili: è solo con l’unione degli stessi che l’uomo è completo. Il Male si configura così come un completamento della nostra natura, e se temperato dal Bene è addirittura produttivo.
  • Filosofia: il concetto di “Bene”. Teoria oggettivistica e soggettivistica.
  • Letteratura inglese: il “Canto di Natale” di Charles Dickens è un’opera famosissima che ha visto numerose rivisitazioni letterarie e cinematografiche. E’ la prova che anche l’essere umano più abietto possa cambiare e votarsi al Bene.

Del resto anche la natura stessa ci insegna che (a dispetto dei detti popolari) se al peggio c’è una fine, questa è sconosciuta al “meglio”. Un esempio ci è offerto dal calore: se è ormai accertato il valore negativo massimo, il cosiddetto zero assoluto, non è stata ancora trovata la più alta temperatura raggiungibile.


3) VIAGGI NEL TEMPO
L’argomento è trattabile mediante tre famose opere: “Ritorno al futuro” di Robert Zemeckis , “Donnie Darko” di Richard Kelly e “Canto di Natale” di Charles Dickens. I viaggi nel tempo hanno da sempre affascinato tanto gli artisti quanto gli scienziati, tanto che questo tema si presta bene sia ai collegamenti con le materie umanistiche che con quelle scientifiche.

  • Donnie Darko può essere collegato con la geografia astronomica, l’arte e la fisica. Più nello specifico, possiamo analizzare la Teoria della relatività, le opere dell’artista Escher e la Teoria degli universi paralleli.
    La teoria della relatività è infatti alla base dei viaggi spazio-tempo.
    Nella camera da letto di Donnie, inoltre, vi è una riproduzione del famoso occhio di Escher. Nelle opere di Escher sono spesso rappresentate situazioni paradossali con implicazioni geometriche, fisiche e matematiche (il moto perpetuo, i processi ricorsivi, i frattali), tutte ottime per creare dei buoni percorsi multi-disciplinari.
    Per approfondire la tematica degli universi paralleli,  in rete è reperibile un documentario di un’oretta circa: potete visualizzarlo qui su Youtube.
  • Il “Canto di Natale” di Charles Dickens, già citato per quanto riguarda la natura buona dell’uomo, non è altro che un viaggio spazio-tempo: già nell’Ottocento, insomma, questa tematica appassionava gli scrittori. Un altro possibile collegamento con la letteratura straniera è il romanzo di fantascienza “La monetina di Woodrow Wilson“.
  • “Ritorno al futuro” è una delle trilogie più fortunate della storia del cinema. Si può dire che abbia consacrato Michael J. Fox come uno degli attori più famosi e conosciuti della sua generazione.
    Nel primo film della saga un adolescente del 1985, Marty McFly, si ritrova negli anni ’50, in un contesto socio-culturale molto diverso dal proprio. Diversità leggere e frivole (negli anni ’50 il suo piumino viene scambiato per un giubbotto di salvataggio e le Nike sono cosa sconosciuta) si uniscono a temi più scottanti, come l’integrazione razziale: è infatti impensabile, per la morale dell’epoca, che un giovane di colore possa diventare sindaco.

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    Michael J. Fox in una scena di “Ritorno al futuro”

4) AMORE E GUERRA: l’uomo li ha immortalati così – dagli Antichi Greci al 1945.
Quello tra amore e guerra è un accostamento antico quanto sempreverde. Da Ovidio al fotografo del Novecento Einsenstaedt, da sempre gli artisti hanno cercato di immortalare questa unione. Ecco come:

  • Letteratura latina: ne “Le Metamorfosi” Ovidio narra del tradimento di Venere e Marte, che vengono colti in flagrante dal marito di lei, Vulcano. Molto più famoso è l'”Inno a Venere” di Lucrezio, contenuto nel “De rerum natura”.
    I due dei sono da sempre stati considerati amanti e complementari: lei, dea della bellezza e della sensualità, tempera bene l’indole sanguinaria del dio della guerra.
  • Geografia astronomica: il riferimento più azzeccato sono proprio i due nostri “vicini”, Venere e Marte.
  • Storia/storia dell’arte: la Seconda Guerra Mondiale non è solo battaglie e Trattati, ma anche storie di coppie, di addii, di matrimoni dell’ultimo minuto e di ricongiungimenti. Ecco come l’ha raccontata il fotografo Alfred Einsenstaedt. Qui tutto il materiale.

    Foto d'amore dalla seconda guerra mondiale
    Foto d’amore dalla seconda guerra mondiale
  • Letteratura: qui le opere si sprecano: si va dai poemi epici cavallereschi allo scrittore contemporaneo Ken Follett, con i suoi meravigliosi “La caduta dei giganti” e “L’inverno del mondo”. Quest’ultimo segue le storie di cinque famiglie tra amori, odi e dissapori nello scenario del secondo conflitto mondiale: il lettore può seguire le loro vite dall’ascesa al potere di Hitler fino allo sviluppo dell’atomica. Uno dei più bei romanzi degli ultimi anni, mai trattato all’interno degli striminziti percorsi scolastici ma davvero meritevole.

Spero che questi spunti ti siano stati d’aiuto! Vista la grande mole di materiale, altre tre idee saranno approfondite nel prossimo articolo. Uno spoiler? Molta fantasia e tanto, tanto sangue…
Mentre, se volete fare una tesina diversa dal solito e siete appassionati di serie tv date un’occhiata a questo post.

A presto, amici!

Sesso, Droga e Chanel: l’incredibile storia dei ladri dei VIP

“I ragazzi sono bombardati dai reality show e dalla cultura dei tabloid,  ormai sembra sia tutto normale. Quando vado ai concerti, vedo tutti che si fotografano e subito postano le loro foto online.  Come se le tue esperienze non contassero nulla, a meno che non sia qualcun altro a guardarle. Ci sono video di ragazzi che festeggiano i 16 anni e come tema vogliono un tappeto rosso. Questo film è una visione estrema di tutto questo”
Sofia Coppola su Bling Ring

Sofia Coppola, figlia d’arte di uno dei più grandi “big” nella storia del cinema, è una persona riservata e gelosissima della propria vita privata.
Appare quasi ironico che abbia voluto girare un film sulla scatenata gang dei “Bling Ring”, ragazzini all’ultima moda che nel giro di un anno hanno svaligiato le case di Orlando Bloom, Paris Hilton, Lindsay Lohan e Rachel Bilson.
Nick, Rachel, Alexis, Courtney e Tess sono ladri atipici, non tanto stregati dai Rolex, dai vestiti di haute couture e dalle borse di Vuitton…
Quanto dall’idea di possedere qualcosa appartenente ai propri idoli.

“Voler indossare i vestiti di qualcun altro è poi così diverso da volersi coprire con le loro pelli, come il tipo de “Il silenzio degli innocenti”?”
Ufficiale Goodkin, che ha seguito il caso Bling Ring.

La gang ha cominciato con furti di modesta entità (qualche reggiseno costoso, un vestito griffato, soldi spiegazzati trovati nelle borse e una bottiglia di vodka, tutti presi a casa della Hilton), per poi arrivare a sottrarre un patrimonio pari a tre milioni di dollari in gioielli (quasi tutti alla stessa Hilton), opere d’arte, vestiti e perfino trucchi, fotografie e altri oggetti personali.
Nella casa dell’attore Brian Austin Green, dove i Bling Ring – stando alla versione di Nick- si sono introdotti perché Rachel voleva a tutti i costi appropriarsi del guardaroba di Megan Fox, hanno perfino rubato una pistola Sig Sauer .380.
Ad aiutarli un 27enne buttafuori, Roy Lopez, che pagava due soldi la merce di valore che loro rubavano: “Ci ha dato 5.000 dollari per 10 Rolex” – ha detto Nick – Ci ha fregati, ora che ci penso”.

Nick Prugo ha confessato diversi reati, molti dei quali non erano neanche conosciuti dalla polizia.
Ha tra le altre cose definito Paris Hilton “una stupida”, poiché teneva la chiave della propria enorme villa sotto lo zerbino, e sostiene di aver sniffato cinque grammi di cocaina trovati in casa sua.

Emma Watson On The Set Of 'The Bling Ring'
“Entravamo nelle boutique frequentate dalle attrici, stilosi e bellissimi. Usavamo le carte di credito, nessuno faceva domande”
Nick Prugo

Il gioco dei ragazzi però diventava sempre più pericoloso: mentre Nick cadeva nella dipendenza da cocaina, rubando perfino ai propri genitori, le telecamere di sorveglianza della villa dell’attrice Audrina Patridge avevano ripreso i volti dei ladri e i video erano stati mandati in onda nei notiziari locali di Los Angeles.

La leadership di Rachel però era così forte da “far passare la cosa come normale”.
I furti sono cominciati per un suo desiderio e il suo migliore amico, che ha più volte dichiarato di amarla come una sorella, l’ha assecondata senza mai imporsi.
Nick ha più volte dichiarato che durante le folli incursioni a caccia di denaro, vanità e ricchezza, era nervoso, sudava, urlava disperato che voleva andarsene e non riusciva a sopportare la pressione, mentre Rachel lo tranquillizzava e manteneva un controllo assolutamente straordinario.
A casa di Rachel Bilson ha perfino usato in tutta calma la toilette.

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Droga, griffe, fotografie nei club più esclusivi di Los Angeles: così i ladri dalle vite troppo piatte realizzavano il sogno di ogni adolescente, vivere come delle celebrità.

In molti hanno citato i reality show come causa primaria del dissesto morale dei giovani, che sempre più pretendono le luci della ribalta e sono disposti a tutto per un capo griffato o l’ingresso in una discoteca glamour.
Prugo ha detto che la Lee era sempre stata ossessionata da telefilm come “Gossip Girl” e “The Hills” e che desiderava quella vita e quei vestiti.
Ma gli abiti costosi e le celebrità sono del resto sempre esistiti, e con loro la spropositata voglia, da parte dei non famosi, di assaggiare una fetta di quel mondo luminoso e pieno di promesse in cui chiunque sembra un dio.
L’Olimpo per il quale i “comuni mortali” venderebbero l’anima.

Basta immaginare la folla di fan che chiedono autografi, i flash dei fotografi, il lusso sfrenato e la gente che pur di avere delle scarpe che tu non ricordi neanche di possedere rischia fino a sette anni di carcere.
La linea tra sogno e incubo è sottile, e sparisce quando non hai più privacy, la cocaina entra prepotentemente nella tua vita e dei ragazzini rubano i tuoi cimeli di famiglia e le tue foto private, frugano tra le tue cose e vivono pezzi di te.

Ma quanto queste cose sono “tue”, se te le godi solo facendo sapere al mondo che le possiedi?
Quanto casa tua è “tua” se ci fai entrare delle troupe televisive per girare un reality?
Quanto le tue vacanze, i tuoi giorni, i tuoi minuti e la tua intera vita sono roba tua, se hai la necessità di far sapere al mondo con fotografie, video e status dove sei, cosa fai e con chi sei?

Se nel libro (e poi nell’omonimo film) “Fight Club” si dice che gli oggetti che possediamo alla fine ci possiedono, questa storia rende evidente una realtà ancor più amara: l’attenzione, l’ammirazione e l’invidia altrui ci stanno sempre più animando a fare, comprare ed essere.
I social network ci spingono fino all’altra parte del globo, in ogni angolo di mondo che abbia una connessione alla rete, e noi condividiamo la foto della nostra nuova borsa, di noi che giochiamo a pallacanestro, della piscina dell’hotel in cui stiamo passando le vacanze.
Amiamo rendere di dominio pubblico tutto questo, e sbirciare nella vita degli altri.
Non risulta né logico né tanto meno giusto condannare la potenza dello strumento “web”, che tanto appare come il fuoco donato da Prometeo agli uomini; lo stesso fuoco che serve a riscaldare, allontanare le bestie feroci e cuocere i cibi quanto a bruciare, uccidere e distruggere.

Se “The Bling Ring” sia romanzato o meno, veritiero o meno, se le dichiarazioni di Goodkin e della giornalista Nancy Sales siano false, se Nick Prugo sia sinceramente pentito, se Rachel Lee sia pazza e ossessionata, questo conta ben poco nello scenario generale.
Tappeti rossi si srotolano verso negozi e club, promettendo la felicità.
I miti degli adolescenti, che si sono dichiarati feriti e sconvolti per le infrazioni,  poi fanno un uso abituale di stupefacenti, si mettono alla guida ubriachi e – ironia della sorte – finiscono in prigione nello stesso blocco dei ladri rei di averli derubati (ndr: Alexis Neiers ha speso appena 30 giorni di carcere nello stesso blocco della Lohan).
Questi idoli non fanno niente per nascondere la propria vita, tutt’altro: la Hilton ha girato svariati reality che avevano come trama comune la ricerca di un “bff”, ossia di un amico del cuore, e reso pubblico un film pornografico di cui è protagonista.
In definitiva,

Essere famoso è ben diverso dall’essere un modello.

Il nostro viaggio sull’Hollywood CityPASS è finito.
Non mi resta che augurarvi una buona visione.

Fedeltà, Castità e Cartier // Faithfulness, Chastity and Cartier

Questo mio articolo domenicale si apre con una pseudo- interessantissima parentesi storica.
La cintura di castità è stata ideata da quei simpaticoni dei medievali, che temevano il tradimento delle proprie donne (inutile dire che loro, gli uomini, erano liberi di spargere per il mondo i propri semini) e a costo di farle morire di infezione donavano loro questo delizioso strumento di tortura. Là dove si apriva, quel tanto da consentire lo svolgimento sereno delle proprie funzioni fisiologiche, questo magnifico cimelio era ornato da graziosi spunzoni acuminati.
La versione maschile della cintura di castità è stata introdotta invece verso la fine del 1800, non per par condicio ma per scoraggiare una pratica maschile che secondo leggende tutt’ora esistenti conduce alla cecità e alla pazzia.

Non proseguirò nell’indagine circa l’evoluzione della cintura di castità, primo perché reputo che siate abbastanza intelligenti per dedurlo da soli, e secondo perché la sfumatura che vorrei dare al post non ha niente a che vedere con quelle nere, grigie e rosse della signora Leonard.

Dicevo, questo breve excursus storico secondo voi centra con Cartier come i Friskies stanno alla vostra merenda preferita, ma devo contraddire i miei lettori umani.
La collezione LOVE di Cartier infatti propone un bracciale che viene così teatralmente descritto: “è un provocante talismano, oltre che un potente simbolo di un amore totale… Perdersi nell’altro fino a diventare una cosa sola, possedere o lasciarsi possedere”. E conclude con un ispirato “How far will you go for LOVE?” che personalmente mi evoca una forsennata corsa alla ricerca di un fabbro.
Ci sono due versioni di questo bracciale: una aperta, ma non evoca l’immagine del vero amore (e non a caso costa meno) e una che si chiude con delle viti, e la tradizione vuole che sia il lui della questione (o perché no, anche l’altra lei) a tenere il cacciavite con sé. In parole povere non si può togliere, e immaginate come dev’essere brutto quando la coppia si lascia e lei in lacrime si fa svitare il bracciale (sì.. aspetta e spera).
Ovviamente la seconda versione, quella che si avvita, è anche la più costosa, ma si sa che il vero amore non bada a spese pur di incatenare simbolicamente il polso della propria amata.
Più precisamente il prezzo dell’amore finisce con tre zeri e un bel cinque davanti per la versione in oro giallo o rosa; occorre invece un po’ di più se la donna in questione preferisce l’oro bianco (esattamente 400 euro in più, anche se è volgare dare cifre a un amore così cieco, profondo e disinteressato), mentre per gli amori più scintillanti che fanno pendant con le pietre preziose saranno necessari soltanto dai 6700 ai 26400 euro.
Quest’ultima versione è composta da ben due bracciali -dunque la castità è potenziata- uno in oro rosa e l’altro in oro bianco, entrambi impreziositi da diamanti.
Esistono anche versioni più opulente dei bracciali LOVE, come quella immortalata dalla foto a seguire, il cui prezzo  ho dovuto richiedere via e-mail a mio rischio e pericolo di infarto. Il consulente di Cartier non mi ha ancora risposto, probabilmente è morto anche lui quando gli hanno comunicato il costo di questo simbolo di possessione ed eterno amore. Non appena avrò ricevuto risposta da un temerario addetto alla corrispondenza, che pur in preda ad un attacco di cuore riuscirà coraggiosamente a digitare le cinque o sei o sette cifre, ve lo comunicherò.


Tra parentesi, il servizio consulenza di Cartier riesce a farti sentire davvero speciale e benvoluta, naturalmente prima che tu dica loro quanto sei disposta a spendere.
Insomma, i loro messaggi vanno letti come “Saremo lieti di accoglierla nuovamente su www.cartier.it o in una delle nostre boutique.. Gentile libretto degli assegni” .

Ho deciso di lanciare un piccolo sondaggio, per chiedervi cosa ne pensate di questa moderna e leggermente costosa cintura di castità: vi evoca repressione e immagini spiacevoli oppure vi fa pensare ai cavalieri crociati che partivano per l’Oriente con il cuore ricolmo d’amore per le loro donzelle?

Su shopwiki c’è un interessante e squallidissimo assortimento di repliche del Love bracelet, che ripropone anche favmost  con delle immagini che fanno più chic, ma l’offerta più imperdibile è di hoojewerly,  che a 29.80 $ vende la versione in oro bianco (altresì detta: plastica argentata) e a 33 $ quella in oro rosa e giallo, e sono anche disponibili le versioni con i diamanti (leggi anche: strass)! Che dire, è l’occasione imperdibile di pagare una multa astronomica alla dogana per quattro pezzetti di plastica! 

E con questo concludo questo post, augurandovi una domenica ricolma d’amore, senza cinture di castità di mezzo!

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Sunday morning, praise the dawning.. Good morning everyone, by me, The Velvet Underground and Nico.

Firstly I have to make a historical digression. Don’t hate me.  According to Wikipedia and some other websites, the chastity belt was used as an anti-temptation device during the Crusades, by those sweet and funny knights who wanted to preserve Ladies’ faithfulness (while they were free and impregnate the whole world) in a very romantic and deferent way.
In the 1800 the chastity belt was also used to avoid a particular male practise that, according to some urban legends, will drive men to insanity and blindess.

I won’t continue this beautiful historical investigation about the C belt evolution, firstly because I guess that you have a great imagination, but also because I don’t want those shades of red, grey and black in this post.
Maybe just Cartier red ones.

Well, maybe according to somebody this post is light-years away from Cartier. Instead the other ones already know Cartier’s LOVE collection – and probably have thought that my historical digression is very stupid .
Well (for those not-know it all who ignore the link between Crusades and Cartier), this famous jewelry brand has made a collection of earrings, rings, bracelets and necklaces inspired by the C belt.
In particular the shape and the description of the Love braceletremind us to that funny and very glamorous belt: “is both a provocative talisman and a bold symbol of passionate love. Allow yourself to become one with your partner, possess or let yourself be possessedHow far will you go for love?

That question makes me imagine a woman who desperately runs miles and miles away looking for a locksmith.  In the real life I guess that every woman in the world with a “Sex and the City” philosophy will Carry that bracelet in her grave.

Well, there are two models of the Love bracelet: the first one is opened and is also less expensive (mmm.. this is not real love, I guess), while the second one it’s closed by some screws, and you have to use a screwdriver to open it.

On the Cartier website there are only prices in euros, so I don’t know what is the cost of the deep faithful love in dollars or pounds. I’m sorry.

These websites, shopwiki favmost  and hoojewerly sell shabby Cartier’s replicas at 29.80 $ or 33 $ with (they say) real diamonds. You are not stupid. And there’s also an old and current Latin maxim that says “Ignorantia iuris non excusat”: in English, ignorance of law is no excuse.
So buy in a responsible way, for your criminal record from www.cartier.com. And don’t make your boyfriend’s wallet cry too much.

I’ve made a poll because I’m curious about what you think about the Love bracelet, so express your opinions and have a nice and passionate Sunday without chastity belts on your way! 

NON E’ SOLO UNA BORSA!

Una delle caratteristiche che oserei definire predominanti del mondo della moda è la creazione di miti, senza i quali non si potrebbe mai riuscire a vendere lo stesso prodotto a distanza di anni e fatturare cifre spropositate grazie a un solo prodotto per un secolo e più.

La creazione del mito ha più a che spartire con il marketing che con il design, e chi si illude del contrario è è completamente assuefatto dal mito sopracitato, e questo significa che la strategia di marketing ha fatto centro.
Senza testimonial invidiabili, enormi manifesti pubblicitari e spot spietati è categoricamente escluso che una borsa possa troneggiare negli armadi delle signore per più di qualche anno. Non importa quanto il suo design possa essere piacevole e i materiali utilizzati di ottima qualità, perché nel mercato verranno immesse altre borse, e il consumatore si troverà a desiderarle in un circolo di pelle e colori in cui regna sovrano l’Imperatore Consumismo.

Nel grande Universo delle borse ce ne sono quattro che a mio parere non si sono ancora estinte grazie ad abilissime strategie commerciali. Strategie che hanno visto coinvolte perfino due principesse e una First Lady.

  1. La Kelly e la Birkin di Hermés. Queste due borse hanno avuto due testimonial d’eccezione: l’attrice e  principessa Grace Kelly e l’attrice Jane Birkin.
    Oggi probabilmente è Jane Birkin ad essere associata alla borsa e molte di voi si chiederanno “ma chi è questa?”;  eppure negli anni ’60 era una delle donne più trasgressive e chiacchierate del mondo. Il film Blow-up, in cui la Birkin si mostra a seno nudo, rappresentò – come prevedibilmente si può immaginare – un vero e proprio scandalo, e unito alla sua abitudine di indossare gonne molto corte e quasi mai il reggiseno l’ha resa uno dei simboli della rivoluzione sessuale. Emblematica a questo proposito è la canzone che l’attrice incise insieme al suo allora compagno Serge Gainsbourg, Je t’aime.. moi non plus, di cui fu all’epoca proibita la riproduzione in moltissime radio.
    Riguardo Grace Kelly, beh, puntare su di lei è come puntare oggi su Kate Middleton: una donna giovane, bella ed elegante, all’epoca oltretutto famosissima grazie alla sua sfavillante carriera di attrice.
    Ma passiamo a parlare di quanto questi due bei volti abbiano giovato ad Hermés in quanto a cifre: 4130 € per ogni Kelly, 6000 € circa per ogni Birkin. Le più low cost, naturalmente.

    L’elegantissima principessa Grimaldi sfoggia la sua Hermés. A destra, due modelli della Kelly in costosissima pelle di coccodrillo.
  2. La 2.55 di Chanel. Kate Moss, Nicole Kidman, Keira Knightley, Alice Dellal, Blake Lively, e se volessimo tornare ancora più indietro negli anni come non potremmo citare Marilyn Monroe come testimonial di Chanel?
    Non avranno in prima persona diffuso il mito della 2.55, che è nata e si è diffusa a mio parere grazie al genio di Gabrielle Bonheur, ma senza tutte queste magnifiche e invidiate donne la doppia C ideata da Lagerfeld non sarebbe nemmeno venuta ad esistenza, probabilmente.

    La splendida Nicole Kidman, testimonial per lo storico “N° 5” di Chanel
  3. La Lady Dior di Christian Dior. Forse non tutti sapranno che il nome Lady è dedicato alla defunta principessa di Galles Diana Spencer, come Grace Kelly simbolo di eleganza e stile, ma soprattutto capace di catalizzare l’ammirazione (o l’adorazione?) popolare. Tanto per far sì che il mito della Lady Dior non si appannasse, star del calibro di Monica BellucciDiane Kruger e per ultima Marion Cotillard  le hanno fatto da testimonial. Segnalo a questo proposito lo splendido cortometraggio che vede protagonista la splendida attrice francese, intitolato The Lady Noir Affair 

    Lady Dior Cannage tricolore, P/E 2011. Colori briosi e un costo da capogiro: 3000 €.
  4. La Jackie O di GucciJacqueline Kennedy-Onassis si innamorò di una borsa di Gucci in pelle, il cui morsetto ricordava il mondo dell’equitazione (amato e di grande ispirazione anche per Fendi, Chanel ed Hermés): potrebbe suonare vagamente come una fiaba, ma in termini di fatturato l’immagine della First Lady fu considerevolmente positivo per il marchio Gucci.
    Come Jane Birkin, anche Jackie Kennedy era una donna-simbolo, amante dell’haute couture e senza dubbio dotata di gran classe, perfino nel sopportare i tradimenti del marito. Il suo charme superò perfino i confini imposti dalla Guerra Fredda: la first lady conquistò sia il suocero, padre di John Fitzgerald Kennedy, che l’allora leader sovietico Nikita Krusciov. Quando, nel 1968 Jacqueline convolò a nozze con l’armatore greco Aristoteles Onassis, nacque il soprannome che diede poi un’identità alla borsa del marchio Gucci: Jackie O.

    Jacqueline Kennedy, impeccabile ed elegante con la sua Jackie O al braccio

Il meccanismo psicologico che scatta nella mente delle donne (o forse è il caso di includere qualche uomo alla lista) è facilmente intuibile: vedi al braccio di donne così belle, eleganti, ammirate ed iconiche una borsa, e automaticamente quella borsa non è più solo una borsa. E’ un oggetto che ti può avvicinare a loro, e ti dici che magari con quella borsa potresti diventare così.
La borsa diventa così un oggetto del desiderio, perché promette bellezza e felicità.

E per averla si è disposte a fare di tutto. Non a caso si sono sviluppate, negli ultimi anni, tre particolari tendenze concernenti le borse:

  1. IL NOLEGGIO. “Noleggia una borsa da sogno a partire da 15 €” è il motto di www.myluxury.biz. Per intenderci, una Chanel modello classico, dimensione Large, in pelle matelassé nera vi viene a costare 100 € a settimana (95 se vi abbonate al sito) e 300 € al mese. Ma ce ne sono anche di più economiche: una Balenciaga Maxi Twiggy costa 60 € a settimana, 190 se la prenotate per l’intero mese, “appena” 50 € a settimana per la famosa borsa dal modello intrecciato di Bottega Veneta. 
    Se poi sia un inutile spreco spendere dei soldi per prendere in prestito qualcosa che non ci si può permettere o se sia un modo conveniente per usare una borsa giusto per un’occasione speciale o due, questi sono pensieri personali che prescindono dai calcoli del mercato.
  2. L’ACQUISTO DI BORSE USATE. Borse come nuove che vengono vendute a un costo dimezzato: detto così sembra l’affare del secolo. In realtà destreggiarsi tra falsi e falsi che cercano di spacciarti per “repliche di prima qualità” non è poi tanto semplice come sembra, e lo sconto che viene applicato su una Birkin non supera quasi mai il 20% del costo iniziale.
    Diciamo che questo può essere un buon metodo se usato con criterio, ossia cercando siti internet affidabili specializzati nelle second hand handbags, ma non aspettatevi comunque di trovare una Chanel 2.55 a meno di 1000 €.
  3. LA RIPRODUZIONE. Attenzione, perché “riproduzione” è diverso da “contraffazione”. Una borsa contraffatta presenta lo sfruttamento di un marchio o di un brevetto: per intenderci, una borsa con una doppia C che non è una Chanel è contraffatta; una che presenta lo stesso modello di una 2.55, tra cui magari anche l’impiego di autentica pelle matelassé, è una riproduzione.
    Si tratta a mio avviso di un ottimo modo per sfoggiare un modello di borsa particolare (come la Boston Bag di Cèline), senza spendere un capitale per pagare, sostanzialmente, la firma. Segnalo a questo proposito due siti  italiani, www.delucapelli.it, che consente anche il pagamento rateale e propone una borsa modello Birkin a 90 € circa, e www.pablobaldini.it.

Ultimo appello: non comprate borse contraffatte. Trovo che sia il modo più volgare per sfoggiare qualcosa che non ci si può permettere, senza contare  che sareste complici del reato di contraffazione e non sareste nemmeno tutelate se il pacco non arrivasse a destinazione o il prodotto fosse dissimile: è di gran lunga meglio comprare una borsa usata o che somigli a quella che è la borsa “dei vostri sogni”. 
Non fidatevi di coloro che vi garantiscono che quella che non chiamano “tarocco” bensì “replica” (che suona un tantino più ingannevolmente elegante e vi persuade che anche il gesto di comprarla lo sia) sia una borsa identica a quelle autentiche. Grazie al servizio di Report circa la produzione di borse Gucci e Prada, sappiamo che quella che paghiamo 4000 € in via Montenapoleone in realtà è un’unione di materiali costata non più di 40 €, e questo già fa venir via un po’ di smalto dal mito della borsa. 
Risparmiare per comprare un oggetto del desiderio va bene, finché non vi indebitate fino al collo e vi avvelenate l’esistenza perché non potete permettervi una Lady Dior in edizione limitata. 
Insomma gioie, è inutile che vi dica che le felicità della vita sono ben altre. E che, per quanto bella e chic possa essere, è sempre un container di rossetto, portafoglio, cellulare, chiavi, assorbenti e un’altra dozzina di cose dalle quali difficilmente riusciamo a separarci. Praticità e buon gusto non conoscono griffe, ricordatelo bene!