NOI E QUEL FANTASMA DEL MONDIALE PASSATO

Molte delle considerazioni post partita tra Italia e Svezia rivelano un’Italia che fa paura, pronta, come lo è spesso di recente, a puntare il dito contro stranieri e stipendi alti per espiare le proprie colpe.

Un’Italia a cui brucia la sconfitta perché per i suoi cittafini il calcio è sempre stato molto più di un semplice gioco: fattore aggregante, in grado di superare differenze generazionali, salariali, e perfino fedi calcistiche diverse, un pallone è stato per decenni l’unico strumento in grado di livellare e unire una Nazione intera. 

Una Nazione che per il resto del tempo gioca a scontrarsi con il proprio vicino di casa, di paese e di regione; una Nazione in cui si sente ancora parlare di una Unità forzata, in cui si riesuma ciclicamente lo spettro del referendum del ’46, che nei momenti in cui tutto va male preferisce sempre puntare il dito piuttosto che farsi un esame di coscienza.

Come una famiglia in crisi che ripone nel pranzo natalizio l’unica possibilità di realizzare un’unione fraterna, così gli italiani aspettano il Mondiale di calcio, in attesa di prendersela con quello che gioca nel club avversario e incitare il beniamino della proprio squadra del cuore. Quando le cose vanno male e qualche testa deve inevitabilmente cadere,
è sempre colpa degli altri; ma se la fortuna ci bacia come ha fatto tante volte, permettendo a una squadra non brillante di arrivare in finale o in semifinale, diventiamo tutti fratelli per cinque minuti. 

È una magia effimera e bugiarda a legarci, ricchi e poveri, tifosi costanti e occasionali, meridionali e settentrionali, eppure la si aspetta con trepidante attesa, la si ricorda con folle nostalgia. 

Sarebbe bello pensare che questo incidente di percorso, in cui l’incantesimo si è spezzato e noi ci siamo svegliati tutti un po’ storditi, sia il primo passo verso una consapevolezza maggiore dei problemi che ci circondano, e di conseguenza verso un auto-miglioramento concreto che ridia nuova linfa al nostro Paese e un buon modello per i più giovani. 

La disfatta della Nazionale è la metafora con cui il caso, il destino o chi per loro ci stanno dicendo che nella vita non si può solo vivere di rendita. Che spesso la fortuna sa essere generosa e in cuor suo strizza l’occhio agli audaci, ma altre volte, inevitabilmente, deve premiare anni di investimenti, lavoro e dedizione.

Che il talento e l’entusiasmo sono un quid pluris, ma non riescono ad esaurire l’intera gamma di abilità e qualità personali e non sempre possono essere perfetti sostituti del duro lavoro. 

Sarebbe bello rivedere se stessi anche nei perdenti,  e non solo nello scapestrato fortunato che “comunque vada, io me la cavo”: il fallimento è un’occasione d’oro in termini pedagogici, ma qui nel Bel Paese la sconfitta chiama solo sangue e teste da far cadere. È la suprema vendetta del debole sul potente, del povero sul ricco; veder rovinare “chi sta in alto” è una forma di appagamento perversa, che però riuscirà a placare gli animi, come tutte le altre volte.

È colpa dello straniero? Sarebbe bene cominciare a pensare che di stranieri in campo ce ne fossero undici, quelli della squadra avversaria.

È colpa del CT? Del Presidente della FIGC? Pagati così tanto eppure incapaci di realizzare IL sogno, l’unico che conti veramente, in grado di far brillare gli occhi di grandi e piccini, farci abbracciare e volere tanto bene?

La verità è che squadre ben più meritevoli, con alle spalle anni di duro lavoro e tanta professionalità, hanno dovuto rinunciare allo stesso sogno tante volte.

Un team valido e letale come quello tedesco è riuscito a vincere la competizione mondiale solo nel 2014, dopo anni di delusioni e l’amara pacca sulla spalla che riceve chi sa in cuor suo di essere il migliore, ma deve tacere e portare a casa la sconfitta.
La vittoria della Nazionale della Germania è stata del tutto meritata: anche lo scapestrato che se la cava sempre per il rotto della cuffia sa riconoscere la costanza e il merito del più bravo della classe.

Accettare la sconfitta e amare se stessi nonostante tutto, piegando la testa e continuando a migliorarsi, è l’unico modo per fare della vittoria qualcosa di più nobile di un’alternativa all’autolesionismo. 

Ma l’italiano questa consapevolezza non la realizzerà a pieno: gli passerà per la mente in una folgorante quanto breve Epifania in questo 14 novembre, per poi essere sepolta sotto odio xenofobo e invocazioni di sangue, invasioni di cavallette e morte dei primogeniti maschi.

Ognuno riprenderà il proprio ruolo di estraneo, di eroe caduto accerchiato dai nemici in casa propria, circondato da stranieri, spaventato dall’Europa, alla disperata ricerca di un’identità che ritiene gli sia stata rubata, di un orgoglio nazionalista che per lui ricorda troppo un tempo lontano, in cui ci si faceva rispettare, in cui il Paese era grande, in cui si vincevano guerre e partite di pallone. Un eroe triste e disperato, inseguito da quel fantasma del mondiale passato che non ci lascia mai e che ci sentiamo in dovere di richiamare come unica strada praticabile per tornare ad essere qualcuno; un fantasma che cela menzogne, odio, mezze verità ed incompletezze, eppure lustro come la coppa che abbiamo vinto con la squadra di calcetto trent’anni fa, l’unico simbolo che qualcosa l’abbiamo fatta anche noi, che sul podio ci siamo stati almeno una volta nella vita.

Un eroe che continua a recitare come un mantra che sia solo la vittoria a rendere grandi, come se essere grandi e duri fosse il solo modo per essere accettati e accettare se stessi.

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LE DONNE CHE ODIANO HILLARY

Cara Hillary,
Questi non sono giorni facili per lei, impossibile non dargliene atto. Tutti la davano per favorita, con percentuali tendenti anche al 98%, e quei pochi sondaggi che ogni tanto davano in vantaggio il suo sfidante erano tacciati di scarsa credibilità.
Per la terza volta si ritrova a buttar giù un boccone amaro, dopo quel 1998 in cui suo marito finì su ogni prima pagina, dopo quel 2008 in cui le fu offerta la carica di Segreterio di Stato infrangendo i sogni di Presidenza o, al massimo, di Vice-presidenza.
Contava sul voto di neri, ispanici, omosessuali e, soprattutto, donne. 
Ma cara Hillary, noi siamo donne proprio come lei, e il suo gioco l’abbiamo capito fin troppo bene.
Abbiamo intuito cosa c’era dietro i sorrisi e quelle espressioni di sorpresa, la piega perfetta e i tailleur blu, dietro quell’immagine impeccabile firmata Anna Wintour al fianco di sua figlia, che in maglietta e stivaletti si spacciava per “Una di noi”.
Ma sua figlia non è una di noi. Noi non abbiamo alle spalle una famiglia che negli ultimi sette anni ha guadagnato 139 milioni di dollari.
Noi non abbiamo avuto un cognome in grado di aprire ogni porta. Non ci siamo laureate per poi entrare elegantemente e senza sforzi  nella Fondazione Clinton. 
Noi non ci chiamiamo Clinton, ma lei sì, e avrebbe dovuto accettarlo e mostrarlo con orgoglio, perché ciò che a noi secca è vedere una ragazza ricca e privilegiata che vuole negare di esserlo, che vuole fare l’amica, “quella che ci capisce”, ma che non potrà mai capire. Non bastano gli stivaletti e la maglietta: anche se si fosse presentata lì sul palco con una kefia e la felpa di H&M non sarebbe stata una di noi, ma solo l’ennesima, pessima attrice che gioca a fare la proletaria, tirando a indovinare. 
Abbiamo apprezzato di più Ivanka, nei suoi tailleur griffati, perché questo è stata tutta la vita: una privilegiata ragazza ricca, e non lo ha mai nascosto.
Noi donne comuni, signora Rodham, non siamo invidiose di voi ricche. Passiamo la vita a sfogliare Vogue e Vanity Fair, ad ammirare lo stile di Lady Diana e Charlotte Casiraghi, a trovare quel capo low cost che somiglia a quello iper-costoso di Givenchy, sperando che un giorno potremo permettercelo. 
Vede, quando eravamo bambine, noi giocavamo con le Barbie, e sogniamo ancora di essere lei. Molte di noi lavorano e studiano per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini, ma vogliamo farlo con delle belle scarpe e, possibilmente, un tailleur di Armani. 
Ah, signora Rodham, un appunto: non facendocelo comprare da nostro marito! Non vorrei mai che fraintendesse, perché la maggior parte di noi donne comuni, sempre quelle che studiano e lavorano per garantirsi un futuro, trovano disdicevole farsi pagare qualunque cosa dal proprio partner. E per noi, una donna che lavora grazie a suo marito, usando il suo cognome perché è già conosciuto in un certo settore, è una donna debole. 
Per noi, una che si tiene le corna e casualmente pochi anni dopo comincia la scalata alla Presidenza, ha un solo nome: arrampicatrice. Al pari di quelle che sposano un uomo per il suo patrimonio, è una donna di serie B. 
La rovina di noi donne che sgomitiamo per una busta paga pari al quella di un collega uomo, e che quando conquistiamo la posizione che desideravamo dobbiamo fare i conti con le insinuazioni e le malelingue; noi che viviamo ancora con l’incubo di dover barattare la nostra integrità per fare carriera.

Vede, non basta gettare discredito su un uomo sessista per avere la nostra approvazione, e i dati elettorali lo hanno dimostrato: le donne americane hanno votato per lei in percentuali vicine al 54%, contro il 42% che hanno appoggiato il suo sfidante. Quelle dichiarazioni così brutte e sessiste non hanno fatto presa per tre motivi: primo, segretamente su alcuni punti siamo d’accordo con lui. Come già detto sopra, per una donna abituata a farsi strada con le sue forze, un’arrampicatrice sociale è patetica e mette in cattiva luce tutte le donne in carriera.
Secondo, abbiamo a che fare con uomini sessisti da tutta la vita, e odiamo batterli sul terreno del politically correct: vogliamo farlo sul campo che credono essere il loro, che sia un’aula di tribunale, o un ufficio, o delle urne elettorali. È soddisfacente dimostrare di essere capaci, mentre essere piazzate da qualche parte in virtù di una quota rosa ci fa terribilmente vergognare. 

Ma non ci aspettiamo che lei capisca fino in fondo, perché una che abbandona il suo cognome da nubile, come se Hillary Rodham fosse solo l’insignificante passato di una donna che ambiva solo a sposare un Presidente, forse non potrà mai davvero capire.

Stia serena Hillary, un’altra donna sfonderà il tetto di cristallo: non una che non sente la “bruciatura” del popolo, non una che organizza un banchetto al matrimonio della figlia con i soldi della fondazione Clinton, non una che si è fatta strada come “moglie di”, non una a cui “era dovuto” perché vittima di un tradimento coniugale, non una che ha avuto l’appoggio di Star che non hanno nulla da spartire con le minoranze di cui ambiva il voto, la spinta scorretta della Schultz e i finanziatori stranieri.
Noi donne ci affermeremo con le nostre capacità, snobbando le arrampicatrici, diffidando di chi getta fango sugli altri per distogliere l’attenzione dal proprio.
Senza mancare di cucinare dei buoni biscotti.

SONO STATA PER UN MESE SU UN GRUPPO DI ANTI-VACCINISTI. ECCO SU COSA HO CAMBIATO IDEA.

Quella dell’anti-vaccinismo viene ormai presentata come una vera corrente di pensiero. Quanto c’è di reale nell’apprensione dei genitori anti-vaccino?
Queste persone sono realmente informate?
Premetto che la mia posizione iniziale era pro-vaccino, e che consideravo chi non vaccinasse i propri figli leggermente irresponsabile. 
Visto che solo gli stupidi non cambiano mai idea, mi sono decisa a conoscere il mio “nemico”, nella forma di gruppi di Facebook che dicono di “fare informazione”, e hanno l’obiettivo di “parlare dei vaccini”.
Dopo un mese, in cui non ho pubblicato assolutamente nulla, né commentato alcunché, ma mi sono limitata ad osservare i comportamenti e le teorie degli anti-vaccinisti, mi sono ritrovata misteriosamente bannata da uno di questi gruppi qui.
Rea di cosa? Di aver messo “mi piace” a qualche commento sporadico che osava contraddire, peraltro con grande educazione, le teorie anti-vaccino.
Il che la dice lunga sulla libertà di parola che contraddistingue questi gruppi in cui si dovrebbe “Parlare di vaccini”. Più o meno la stessa che vigeva sotto Stalin. 
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Qui di seguito, le cose che più mi hanno colpito e mi hanno fatto cambiare idea sulla mia considerazione iniziale circa gli anti-vaccinisti. Che probabilmente vi sorprenderanno più di quanto hanno sorpreso me:
– I genitori che scelgono di non vaccinare reputano i genitori di bambini vaccinati molto irresponsabili. No, non mi sono sbagliata a scrivere.
Secondo un “no vax” mandare a scuola un bambino che ha fatto il vaccino espone i propri figli non vaccinati a dei grossi rischi. Per loro i genitori pro vaccino sono “ignoranti” e vengono puntualmente derisi. Insomma, gli anti-vaccinisti si sentono minacciati dai perfidi bambini minacciati, che rischiano di mischiare il vaccino ai propri “cuccioli” (sì, gli anti-vaccinisti parlano di cuccioli, non di bambini. Anche se i cuccioli vengono sovente vaccinati per non morire, le curiosità del caso).
Altrettanto curiosamente, gli stessi favolosi admin del gruppo dichiarano che “La frequenza di spazi chiusi, o di comunità, è un fattore di rischio”, e che dunque se si frequentano ambienti affollati, come per esempio gli asili nido, i bambini dovrebbero essere vaccinati,  “Ma è sempre una scelta del genitore”.
Insomma, vaccinare o no? Non si è ancora capito, ma di certo queste persone non vogliono prendersi responsabilità, tipo quelle che hanno i medici – anche se loro si ritengono migliori.
– Non vorrei mai che pensaste che i genitori anti-vaccinisti siano dei totali sprovveduti. Al contrario, si preoccupano oltremodo per i loro cuccioli: ad esempio una mamma si è spaventata perché non aveva fatto l’antitetanica a suo figlio, che giocando si è tagliato. E ha chiesto subito consiglio su Facebook. Le è stato detto che non sarebbe successo niente, e che era inutile parlare con il pediatra. Come vedete, parliamo di persone oltremodo responsabili, che si affidano al lungimirante consiglio di Raggiodiluce86 piuttosto che contattare un medico.
– Il livello di apprensione è tale che per non far vaccinare i propri figli sovente viene chiesto ai membri del gruppo “Cosa devo dire al pediatra per spiegare perché non vaccino?” 
Il che mi fa pensare che 11 anni di medicina siano decisamente troppi per esercitare la professione medica: basta diventare un anti-vaccinista e dare consigli via Facebook.
– Molti genitori antivaccinisti tuttavia hanno notato che i loro bambini si ammalano spesso.
Infatti hanno detto “Figuriamoci se li avessi vaccinati!”
– Quando i pediatri si rifiutano di continuare a tenere sotto le proprie cure bambini non vaccinati, alcuni genitori consigliano addirittura di presentarsi in studio con i Carabinieri. La maggior parte degli utenti dà loro man forte, solo qualche sparuta voce si leva dalla massa indistinta di odio verso la classe pediatrica e dice: “Cerca un medico non vaccinista”
– I qui sopracitati medici anti-vaccino vengono trattati come “coraggiosi eretici” (testuali parole), come eroi coraggiosi che si oppongono ai “poteri forti” delle industrie farmaceutiche.
Tali eroi fanno consulenze VIA SKYPE delle quali i genitori anti-vaccinisti si ritengono soddisfattissimi (girano anche tanto di recapito) – mica gratis, ovviamente anche le consulenze via Skype si pagano, e pure tanto.
Magari qualcuno di loro inventerà anche un vaccino come il geniale Wakefield che un giorno saltò su sostenendo di aver trovato una correlazione tra MPR e autismo, questo per vendere il suo costoso vaccino. Ma gli anti-vaccinisti lo sanno? Sanno che Wakefield è stato condannato per aver agito fraudolentemente, in danno di 12 bambini abusati? Che il suo “vaccino omeopatico” era acqua e zucchero? Forse sono troppo impegnati a bannare la gente per accorgersene.
– Il referendum costituzionale per qualche ragione c’entra con i vaccini, in quanto le campagne elettorali sono finanziate dalle case farmaceutiche che producono vaccini (ma non si capisce cosa c’entri questo con il bicameralismo).
– Gli anti-vaccinisti si ritengono una classe debole che viene trattata alla stregua degli ebrei nella Germania nazista (non sto scherzando, sono proprio parole loro), e temono che a breve i loro bambini dovranno girare con l’analogo di una stella di David appuntata sul petto.
– Le notizie su bambini o ragazzi morti per non essere stati vaccinati vengono considerate “Terrorismo mediatico”. Se in più questi bambini o ragazzi erano sovrappeso, “Allora può essere colpa del sovrappeso e non della mancanza di vaccino”. Se però un bambino diventa autistico, la colpa è assolutamente del vaccino. Lapalissiano.
Unica lancia che mi sento di spezzare nei confronti di questi gruppi è che talvolta consigliano fonti imparziali (come PubMed, sito comunque di difficile consultazione e comprensione per l’utente medio di questi gruppi) e consigliano comunque di avere un dialogo con le ASL, quantomeno per portare loro il famoso “foglio del dissenso”. Siti e altri gruppi di anti-vaccinisti solitamente consigliano ciò: “Ovviamente, non dovete presentarvi all’incontro indicato nella comunicazione della ASL, né firmare alcun modulo o prestampato, ma limitarvi a spedire la vostra lettera raccomandata con il dissenso”
Ecco come la mia opinione è cambiata: ora ritengo gli anti-vaccinisti una classe di persone arroganti, piene di sé e assolutamente non disposte al dialogo.
Sono persone a cui personalmente toglierei la connessione ad internet perché sono in grado di sfruttare uno strumento del sapere solo per dare credito alle proprie posizioni, facendosi influenzare facilmente, chiedendo consiglio a persone incompetenti e sfiduciando un’intera classe medica.
Sono analfabeti funzionali, che credono a qualunque cosa senza verificarne la fonte: se su un blog privato un Pinco Pallino qualunque scrivesse di un attacco UFO imminente, ci crederebbero come se la NASA avesse divulgato quella notizia.
Sono pericolosi per se stessi e per chi li circonda, e non di meno per i loro figli, le vere vittime di questa faccenda.
Senza una vera analisi critica, sapere e bufala sono mischiati in un mucchio di immondizia.
 
“Un anal­fa­beta fun­zionale è qual­cuno che può aver speso fino a 12 anni in una scuola e aver imparato a riconoscere le parole come delle con­fig­u­razioni, come carat­teri cinesi, ma è inca­pace di decod­i­fi­care il lin­guag­gio scritto. Sono let­tori frus­trati e penal­iz­zati che trovano la let­tura così fati­cosa che preferiscono evi­tarla. […] Un anal­fa­beta fun­zionale di grande suc­cesso mi disse che si farebbe pic­chiare piut­tosto che leg­gere, un’indicazione del dolore psi­co­logico che questa inca­pac­ità di let­tura può causare”
– The New American, definizione di “Analfabeta funzionale”

QUESTA SAREBBE DOVUTA ESSERE LA CAMPAGNA #FERTILITYDAY

Cominciamo con il dire una cosa banale, cioè che è giusto educare alla fertilità: molte coppie faticano ad avere figli e non conoscono abitudini sane che potrebbero aumentare le loro speranze di concepire.
Ciò che non è bello è far percepire a una donna che ha un orologio ticchettante nell’utero.
Decisamente poco elegante.

La campagna del #Fertilityday è davvero brutta: immagini che sembrano prese da internet con didascalie degne del Ventennio. Se vi concentrate potete anche sentire un’eco in lontananza che dice “ITALIANI!…”
Insomma, non vorrei essere nei panni di chi l’ha ideata.

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Siccome mi piace la critica costruttiva, mi sono chiesta se hanno mai creato una campagna per la fertilità rispettosa delle dignità delle donne.
La sto ancora cercando.
Ma nel frattempo mi sono fatta un’idea di come dovrebbe essere.

1. Una campagna cafona ci dice cosa dobbiamo fare, una intelligente ci spiega perché. 
Non giriamoci intorno, queste campagne sono veramente cafone. A parte le buone intenzioni, il messaggio che trasmettono diventa inevitabilmente: sbrigatevi a fare figli finché siete giovani.
Dovrebbero spiegarci perché è così importante fare figli in giovane età. 
È dato conclamato che con l’età aumenta la probabilità di concepire un bambino con la sindrome di Down (dati alla mano: 1 su 2000 in donne di 10 anni, 1 su 900 in donne di 30 anni, 1 su 350 in donne di 35 anni, 1 su 110 in donne di 40, 1 su 25 in donne di 45).
Ciò che si sa meno è che dopo potrebbero non esserci più probabilità di rimanere incinte.
Molti hanno l’idea che una donna possa concepire fino alla menopausa, ma non sanno quando di preciso arrivi la menopausa, e non sanno che se anche c’è la possibilità teorica di rimanere incinte, ciò non corrisponde a riuscirci al primo tentativo, o addirittura nel primo anno di tentativi. 
Alcune donne di 35 anni si sentono dire di essere incapaci di procreare.
Ma non creiamo allarmismi: parliamo di cifre. 

2. Una campagna intelligente ci dà dati aggiornati e reali.
Il primo mito da sfatare riguarda i numeri, perché il campione cui spesso si fa riferimento in materia di fertilità è un po’… datato.
Nel 2004 uno studio pubblicato sulla rivista Human Reproduction testimoniava che a 35 anni le possibilità di concepire sono del 20% ogni mese, e crollano al 5% a 40 anni. Le coppie tra i 35 e i 39 provano per 1/2 anni prima di riuscire ad avere un figlio, e sono le più fortunate: il 30% non riesce nel tentativo.
Ma attenzione: questi dati sono relativi alle nascite avvenute in Francia tra il 1670 e il 1830.
Avete capito bene! Da allora qualche progresso, seppur piccolo, l’avremo fatto o no?
Le statistiche più recenti sono maggiormente confortanti: uno studio condotto da David Dunson, sempre nel 2004 su un campione di 770 donne europee ha dimostrato che rapporti sessuali almeno due volte a settimana hanno portato al concepimento l’82% delle donne tra i 35 e i 39 anni, e l’86% di quelle tra i 27 e i 34.
[Fonte: un famoso articolo di The Atlantic che potete leggere in inglese qui].
Tuttavia c’è anche da considerare che una coppia più “matura”, che ha difficoltà a concepire e si rivolge alla fecondazione assistita, ha molte meno chances di successo rispetto a coppie ventenni. La motivazione è molto semplice: queste tecniche richiedono un grande numero di ovuli.
Ricapitolando: le coppie over 30 devono fare più o meno lo stesso numero di tentativi di concepimento naturale, ma qualora questi non andassero a buon fine la fecondazione assistita non è una soluzione di sicuro successo, tutt’altro.

3. Chiariamo che non sempre il progresso è indice di fertilità.
Molte critiche alla campagna #Fertilityday riguardano il fatto che l’Italia sia il Paese con il più alto tasso di disoccupazione giovanile. In altre parole: lo Stato si cura poco dei giovani e mettere su famiglia è molto costoso. La gravidanza è tutt’altro che economica, e sebbene le strutture sanitarie pubbliche mettano a disposizione visite ginecologiche ed esami gratuiti, l’80% delle donne in dolce attesa propende per il settore privato. La ragione? Il medico della struttura pubblica cambia da visita a visita: impossibile instaurare un rapporto di fiducia come avviene con il ginecologo privato.
Ma stupirà sapere che anche in Danimarca hanno preso piede le campagne per la fertilità: un Paese molto diverso dall’Italia, in cui ogni studente ha diritto ad un assegno mensile di 700 euro.
Quindi, anche se gravidanza e mantenimento del bambino sono costosi, la ragione dello scarso concepimento non è meramente economica.

4. Non saremo mai sufficientemente pronti.  
Eccoci arrivati al punto nodale: il concepimento o il parto non equivalgono a diventare genitori. Quello è solo l’inizio.
L’età prediletta per diventare mamme si aggira intorno ai 30-35 anni: si ha una maggiore maturità individuale e di coppia, una buona stabilità economica, insomma, è tutto sotto controllo. E questo è proprio il problema delle trentenni che si accingono a diventare madri. A differenza delle “colleghe” ventenni, che con la gravidanza soffrono per la riduzione dei tempi e degli spazi per sé, le donne un po’ più mature vivono la gravidanza e ciò che segue con maggiore ansia e stress. Hanno raggiunto il controllo, e si aspettano di poterlo avere anche sull’imprevedibile: le modificazioni psicofisiche che la gravidanza porta con sé, il parto e il post – parto. Sono meno predisposte al gioco rispetto alle più giovani, e meno inclini ai cambiamenti. Ci si aspetta di essere pronti per mettere al mondo una vita, ma non lo si è mai. Bisogna accettare il cambiamento e sposarlo.

5. Basta considerare i bambini come un capriccio.
Ha fatto discutere la foto di questo articolo, tratta dalla campagna Get Britain Fertile del 2013: una donna settantenne con un pancione. In me ha suscitato subito un pensiero: alcune volte dimostriamo di saper essere straordinariamente egoisti.
Non è raro sentire di coppie particolarmente attempate che, causa improvvisa voglia di maternità, decidono di concepire. Perché questa cosa ci sconcerta? Perché condanniamo facilmente un cinquantenne, o un settantenne che vogliono diventare genitori? Beh, è ovvio: per i bambini. Occorre energia per stare loro dietro, tanta pazienza,  e chi si occuperà di loro se i genitori saranno bisognosi di assistenza?
In realtà i bambini dovrebbero essere alla base di ogni ragionamento sulla maternità, a prescindere dall’età dei genitori. Spesso e volentieri non ci si sente pronti ad abbandonare la vita mondana per fare spazio a un figlio, che diventa un bene di lusso, un capriccio che ci si concede perché “Beh, ho una discreta stabilità, posso rinunciare a qualche festa, facciamolo”.
Pensiamo a cosa abbiamo da offrire, e non solo da prendere o da perdere da una maternità. 
La maternità è un dono, ma prima per il bambino, poi per i genitori. 

I vostri figli
I vostri figli non sono figli vostri… sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi.
Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee.
Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suoi vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.
Kahlil Gibran

 

 

ADDIO, BARBIE

*Questo articolo può far piangere i nostalgici, i deboli di cuore, le donne e tutti i nati nel XX secolo. Se ne consiglia la lettura con apposita scorta di fazzolettini*

Barbie è morta. 
O meglio: avete presente la bionda, figa, occhi azzurri,  misure 120-60-90, alta e supergnocca?
Bene. Non esiste più. 
Adesso esistono Barbie sensibili alle diversità: abbiamo Barbie Curvy che ha un po’ esagerato con la cioccolata, Barbie Nana, Barbie Alta e Barbie nera.
E per dimostrarvi che non sto scherzando, eccovi una foto:

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Ma perché la Mattel ha deciso di uccidere Barbie? 
Forse perché si è resa conto che è giusto che le bambine crescano con dei modelli più vicini alla realtà, per permettere loro di rispecchiarsi in una bambola più cicciottella o bassa?
Certo che no, l’ha fatto perché le vendite di Barbie erano e sono in crollo totale. 

Quindi ha tentato la carta “politicamente corretta”, che in un periodo storico dominato dalla parità (o presunta tale) sembra essere un porto sicuro.
Viviamo nell’era in cui si dice “Curvy” e non “Cicciotella”, “Petite” e non “Bassa”, in cui si urla a Photoshop come a un reato, in cui la perfezione viene colpevolizzata, anche se non si è capito bene perché. 
Sembra che il mondo voglia rassicurare le ragazzine sul fatto che non devono essere perfette, che vanno bene così. E questo ha travolto anche Barbie, icona storica di perfezione.

Come è cresciuta la “Generazione Barbie”?
Io sono stata la “bambina che stava sempre avanti” da quando ho memoria, e sinceramente non mi sono mai sentita lesa dalle proporzioni da modella svedese di Barbie, né avrei rotto le balle a mia madre per comprare una Barbie bassa. Io volevo una Barbie bella e con tremila vestiti, punto. Più era figa e più la desideravo.
E se era più bella di quella delle mie amiche provavo una soddisfazione viscerale e profonda. Amavo Barbie perché era bella e anche se io non ho gli occhi azzurri e sono rimasta tappa, tutto questo non mi ha rovinato la vita.
Non sono nemmeno diventata razzista, però ho sempre pensato che le sorelle minori non fossero tutto sto granché, forse perché Skipper è sempre stata insipida. O forse perché io sono la sorella maggiore. 
Barbie è un sogno. O almeno, lo era. 

È sopravvissuta per più di cinquant’anni, ha fatto qualsiasi lavoro esistente, avuto svariati fidanzati, vissuto innumerevoli cambi di look e soprattutto non ha mai avuto problemi di taglia.
Ha vinto contro qualsiasi Sissi o Tania. Era la numero Uno. 
Che dire se non Che figa! Da grande voglio essere come lei!
Che le ragazzine di oggi si tengano le loro pseudo Barbie “reali”. 

La generazione Barbie conserverà il sogno nel cassetto di un Ken, di un camper multi-accessoriato e armadi infiniti.

Anche se è pensionata, rimane figa. Nell’ospizio delle bambole, tra una Polly Pocket e un’inquietante bambola di porcellana, lei resta la numero uno.
E forse ci ritroveremo a comprare alle nostre figlie bambole con la ritenzione idrica e i punti neri, un giorno… O forse nessuna bambina giocherà più con delle bambole.
Ma la cosa importante sarà una: riuscire a trasmettere loro il messaggio che vanno bene così, e che possono aspirare a diventare una veterinaria, una rockstar o una principessa. Che saranno femminili anche se vorranno fare le pompiere. 
Tutti messaggi che noi abbiamo imparato grazie a quella strafiga bionda.

È la fine di un’era, ma la Generazione Barbie resterà.
Guardiamo al futuro con occhi speranzosi…
D’altronde, dalle bambine che giocavano con le Barbie sono nate le fashion blogger.

SCORDATEVI IL GRANDE AMORE!

*NB: questo articolo non è sessista, politicamente scorretto o  offensivo. FORSE* 

Questi sono i giorni giusti per parlare di amore.

11012352_10152792929862903_7859061998437654824_nIn tutta Italia si parla di riconoscimento delle unioni civili, matrimoni, adozioni, temi forti che stanno spopolando sui social: da Salvini a vostra nonna, ne parlano tutti.
E poi ieri c’era 50 Sfumature di Grigio in TV.
Non l’avete visto? Matteo Bianx l’ha recensito per voi.
E anche io ci ho messo del mio, immaginando una storia parallela in cui Christian Gray è nato in Italia e lavora per la Fiat.
Leggeteli e ridete oppure andateacagare sentitevi serenamente liberi di non farlo, tanto ci penserà il Karma.

Dunque, l’amore. 

Come il sesso e la questione palestinese, tutti si sentono fortemente in dovere di dire la propria quando si parla di amore.
E, inevitabilmente, si prende una posizione anche se non lo si ammette: due persone dello stesso sesso si possono amare?
Le relazioni a distanza durano?
La scopamicizia si può classificare come relazione?
E tante altre domande che magari non ci toccano personalmente ma che danno origine ad animate discussioni altresì note come Terzo Conflitto Mondiale.
Ricordo ancora quando, da diciottenne open-mind, dissi a mia madre che per me non era scandaloso che Naike Rivelli fosse bisex. Passai la mezz’ora successiva a convincerla della mia eterosessualità. Ad oggi abbiamo fatto dei progressi, anche se il merito va in buona parte ai film di Checco Zalone.

Leggendo le varie posizioni del web sulle coppie gay, sono arrivata ad una conclusione: la maggior parte di noi parla di amore con la stessa conoscenza che una vergine vestale ha del sesso.
Cioè ne parla per preconcetto, per sentito dire e basandosi su dei romanzi rosa (o grigi).
Chi siamo noi per parlare delle coppie che si amano?
Chi siamo noi per parlare dell’amore?

La maggior parte di noi, il grande amore se lo può scordare!

E no, non sono stata appena mollata, non sono misantropa e ancor meno sono in vena di perfidia, oggi.
Anzi, davanti a queste immagini, ricordando dei momenti meravigliosi e personali, ho raggiunto il livello “faccia da dodicenne innamorata perdutamente”:

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Si chiama “Love is in the Small   Things”, dell’artista coreano  Puuung.

I disegni di Puuung, che trovate tutti QUI   ,  mi hanno ricordato che l’amore sta nelle cose semplici: è fondamentale che ci siano delle piccole cose insostituibili e irripetibili, le uniche che riescono a contraddistinguere il nostro rapporto da qualsiasi altro.
MA
c’è qualcosa di non piccolo, cioè ciò che siamo disposti a fare per amore.

Cosa fai per avere quelle piccole cose, cosa sei realmente disposto a fare?

L’emblema dell’amore è un film che si chiama “Appuntamento a Wicker Park”. Non un grande classico, non “Casablanca” o “Titanic”, non un vincitore di 17 premi Oscar.

Josh Hartnett josh-hartnett-in-una-scena-di-appuntamento-a-wicker-park-15350interpreta un ragazzo giovane, bello e rampante che sta per sposarsi con una ragazza bellissima e ricca. Abbiate pazienza, è pur sempre un film americano, quindi devono sbatterci in faccia  quanto sono fighi. 
Sono a un pranzo di lavoro in un ristorante giapponese, tutto è serenamente banale e noioso, poi lui va in bagno e…
Sente una donna che parla nella cabina telefonica accanto al bagno. Sticazzi, Embé? direte voi…
Beh, lui riconosce la voce della ragazza che tempo prima l’ha piantato e di cui è rimasto perdutamente innamorato.
Peccato che lei vada via prima che Josh riesca a raggiungerla, lascia sbadatamente qualche traccia di sé, ma siamo seri: quanti di noi avrebbero mollato tutto per cercarla?
Immaginatevi: siete fidanzati, siete andati avanti, quella stronza vi ha spezzato il cuore sparendo dall’oggi al domani… Eppure, la amate. Non capite perché se n’è andata, e ora che è tornata non fate che pensare a lei.
Mandate a monte matrimonio e tutto? Lasciate tutto per cercarla?
La vostra attuale fidanzata è bellissima, eppure voi continuate a pensare a quando lei, l’altra, ballava con voi il tango  e vi scattavate selfie come due deficienti.
Quanto è grande l’amore? È grande quanto superare una delusione? O lo è molto più di così?
Quanto siete disposti ad aspettare? Quanto siete disposti a perdonare?
L’amore è quando state con una persona che è esattamente quella con cui vorreste stare. E anche se sparisse dall’oggi al domani, voi fingereste di trovarvi a Shanghai per affari mentre la cercate in una città enorme, mentireste a chiunque, inclusa la vostra supersexy nuova fidanzata, solo per avere un’altra possibilità.
È lì che capisci di amare.
Il resto è una copia di una copia di una copia di un film sentimentale in cui ci si arrende soltanto alle circostanze, al destino, al tempo, alla società, all’incompatibilità caratteriale e a milioni di ottime, eccellenti scuse.
Perciò se non siete disposti a cercarla o a cercarlo per ristoranti giapponesi, a compiere violazioni di domicilio e a scombinare i vostri piani, con il sottofondo di malinconiche canzoni dei Coldplay, e tutto senza avere la garanzia che vi amerà di nuovo, scordatevi il grande amore.
Accontentatevi.

Che siate etero, gay, bisex, guardoni, segaioli, ninfomani, frigidi, teneri come un cucciolo di foca o nel frattempo di incontrare “quello giusto” stiate testando tutto il reame, sapete, non importa.

Tutti possiamo dare un appuntamento a Wicker Park alla persona che amiamo.
Dipende solo da noi.
E quando avrete trovato quella persona, l’ultima cosa che vi verrà in mente di fare sarà guardarvi intorno per commentare altre coppiette che si sbaciucchiano.

Share the Love.  

MAMMA, MI VOLEVI AVVOCATO MA FARÒ L’HACKER

Attenzione: Dopo questo articolo potresti sentirti vagamente nerd.
Per ovviare a questo problema, ti consigliamo qualcosa di più leggero e vagamente misogino.

“Non sono stato io, mi hanno hackerato il profilo!11!!”

Okay, quante volte l’avete sentita? 

L’hacker è una figura mistica, un po’ Darth Vader e un po’ Matrix, che passa il tempo libero a giocare a qualche GdR e a violare dei sistemi informatici.
Ma perché? 
Tutti oggi parlano di hacking, ma quello che pochi sanno è che dietro c’è una vera filosofia nata negli anni cinquanta, su cui si è sviluppata una gigantesca comunità in cui regnano etica e meritocrazia.
(No, pensi bene, non è nata in Italia!)

Nel settembre del 2012 un docente universitario di Torino, Salvatore Iaconesi, scopre di essere affetto da un tumore al cervello. 
Le cartelle cliniche sono considerate dati sensibili, in quanto contengono informazioni molto personali e delicate. 
Iaconesi viola i meccanismi di protezione della cartella e la diffonde online, per trovare una cura: in altre parole la rende open source. 
“Ogni persona ha fornito la sua cura, quella che poteva, non solo con la medicina, ma anche attraverso l’arte o il design. Qualcuno mi ha consigliato un viaggio in Argentina, altri di fumare cannabis. Addirittura c’era chi stampava la foto del mio cancro e la portava dal suo medico per inviarmi cosa gli aveva detto. La cura ha dimostrato che la società sta male se sta male anche solo uno dei suoi rappresentanti, e tutti dovrebbero sforzarsi per dare un contributo”. 

La filosofia hacker mira al miglioramento del mondo, alla condivisione delle conoscenze e allo scambio di insegnamenti all’interno di una comunità: quanto viene creato è poi messo a disposizione degli altri utenti, perché possano migliorarlo ancora.
L’etica di questi attivisti è stata descritta con sorprendente lucidità da Steven Levy nel suo “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica”.
Per le magiche People from Pigrizia che mai lo leggeranno, trovate degli estratti su WikiBibbia.

Ciò che molto spesso noi chiamiamo hacking è l’operato dei cosiddetti “crackers”, che non sono quelli della Mulino Bianco ma sono altrettanto deleteri: si tratta di criminali che forzano sistemi per creare profitto o generare danni.

Al di là della distinzione terminologica, io ho sempre trovato affascinante la filosofia del file sharing.
E giustamente qualcuno potrebbe dire che condividere qualcosa creato da altri è fin troppo comodo: pensiamo alla musica, ai film e ai libri, tutto ciò che gira sulla rete più o meno liberamente in barba a tante cose giuridiche che nel linguaggio comune vanno sotto il nome di “copyright”.
Ma la filosofia dello sharing è molto più di questo: significa condividere ciò che abbiamo perché qualcun altro possa arricchirlo. In altre parole riconoscere che ciò che possiamo dare al mondo anche se è bello può essere migliore: non è perfetto perché
non c’è niente di grandioso nella perfezione, questa non fa crescere il mondo, non lo migliora.
Qualcosa di perfetto non può migliorare.

L’idea di risolvere un problema in un modo assolutamente non previsto – e non convenzionale – è probabilmente la migliore distinzione che so dare al termine “hacking”, ed è quello che fa (anche) la differenza tra una buona e una cattiva sicurezza nel mondo ICT.

L’hacking è la dimostrazione che uno più uno fa ben più di due. Un valore aggiunto e inconfutabile che segna la misura del progresso.
È per questo mamma, che da grande farò l’hacker. 
Non una di quelle presunte figure oscure che entrano dal profilo Instagram di Chiara Biasi o Nina Moric. No mamma, non fingerò di essere loro insultando ragazzini disabili o ragazze morbidose.

Anche perché è così no sense che nemmeno un cracker lo farebbe.
Non ha importanza se da grande farò l’avvocato, la fashion blogger o la soubrette.
In ogni caso, io farò l’hacker.

Live long and prosper!

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