STORIE DI ORDINARIA FOLLIA: Il Blu di Francia

De Andrè cantava “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
In realtà i diamanti possono innescare reazioni molto curiose, come ci illustra l’immagine che segue.

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Scherzi a parte, nella nostra cultura i diamanti sono merce rara e preziosa, il sex symbol delle pietre preziose nonché uno status symbol che fattura 8 miliardi e un numero indefinito di morti l’anno.

Il protagonista di questo articolo si chiama Hope, per gli amici dell’inglese “Speranza”.

E ci sarebbe da dire “Perdete ogni speranza voi che ve ne impossessate”: Hope è di certo un pregiato pezzo di gioielleria (sfaccettature blu, 44 carati e mezzo, una vera rarità!), ma davvero in pochi lo vorrebbero sfoggiare.
Le versioni non sono concordi su come il suo primo possessore europeo l’abbia ottenuto: secondo alcune l’ha comprato, altre sostengono che l’abbia disincastonato personalmente dalla statua in cui si trovava in origine, un idolo indiano del tempio di Rama-sita. E personalmente non faccio fatica a immaginare un uomo di fine Seicento che si sporca un po’ le mani per questa meraviglia che all’epoca vantava 122 carati.
Fatto sta che il viaggio di Hope cominciò nel 1688 “grazie” a quest’uomo, Jean-Baptiste Tavernier. Presto Tavernier andò in bancarotta e cercò di riprendere i suoi affari in India, morendo però durante il viaggio, mentre il diamante arrivò tra le mani di un personaggio settecentesco alquanto noto, il re di Francia Luigi XIV (il “Re Sole”, proprio lui!) . Luigi fece tagliare il diamante a forma di cuore, quasi dimezzandone i carati, e lo donò all’amante Madame de Montespan.
Quest’ultima fu coinvolta in uno scandalo (diciamo che architettare congiure era un po’ il suo hobby) assieme all’abate Guiborg, accusato di aver sacrificato un bambino sul corpo nudo della sopracitata Montespan durante una messa nera: pare che la dama perse così i suoi favori regali, e il diamante fu sfoggiato dallo stesso Luigi XIV e da Luigi XV, morti rispettivamente per una cancrena e un devastante vaiolo che ne causò la decomposizione quando era ancora vivo.

Allegria, insomma.

I successivi possessori del diamante furono la regina Maria Antonietta, e la principessa di Lamballe: entrambe fecero una gran brutta fine durante la Rivoluzione.
Ma il nostro diamante non è mai stato classista, e dopo il sangue blu si è dato agli omicidi in multicolor, senza risparmiarsi col black humour: la sua vittima successiva fu un comune gioielliere, morto in circostanze che rasentano il tragicomico. Pare infatti che suo figlio rubò il diamante, e il padre, scoperta l’identità del ladro, ebbe un infarto. A questo punto il figlio rimase sconvolto per aver indirettamente ucciso il proprio padre e si suicidò.

Una carrellata di lieti eventi, potremmo dire, in seguito ai quali Hope arrivò nelle mani del gioielliere che poi gli ha conferito il suo attuale nome, Thomas Hope. Quest’ultimo con la pietra non ebbe problemi, ma sua moglie era invece convinta che il diamante avrebbe portato disgrazie e rovina; come si può facilmente intuire, la coppia ruppe ben presto e il gioiello circolò disseminando suicidi, incidenti, alcolismo e miseria.

Questa storia sa tanto di “Diamanti di sangue” e ben poco di “Diamonds are a girl’s best friends”… Evidentemente Hope è un po’ sociopatico, tanto che al momento si trova in una teca iper-protetta presso lo Smithsonian Institution  di Washington e non se la prende più con nessuno.
Probabilmente gli piace essere rimirato da lontano con reverenza, come quando era tre volte più grande e si godeva l’ammirazione degli uomini dall’alto del suo idolo indiano.

Magari le religioni cambiano, ma da induismo a consumismo Hope è rimasto protagonista.
E se la bella Hilary Rhoda (in foto) l’ha indossato senza problemi nel 2010 è stato perché, probabilmente, a Hope non dispiaceva l’idea di essere festeggiato nel 50° anniversario della sua donazione allo Smithsonian.

È inevitabile che questa storia ci sollevi dei dubbi: Hope è davvero un oggetto maledetto o si tratta di coincidenze?
Di oggetti sfortunati la storia è piena: si pensi all’automobile di James Dean, la Porsche Little Bastard, o all’autovettura sulla quale fu assassinato l’arciduca Ferdinando a Sarajevo.
Si dice che siano entrambi degli incredibili portasfortuna: la mitica Spyder Porsche in particolare ha ucciso o quantomeno ferito gravemente tutti coloro che l’hanno toccata dopo la morte del celebre attore: meccanici, estimatori e perfino ladri.

Eventi come questi non si possono spiegare. In definitiva o si crede che esistano davvero delle energie negative, oppure si afferma che siano eventi dettati dal caso che agli occhi di persone particolarmente suggestionabili appaiono come paranormali.
Certo, volendo considerare il diamante Hope e la splendida Little Bastard, il numero di morti sfida le leggi della probabilità….
Ma potrebbe essere un caso. Forse.

Nel dubbio non disincastonate pietre preziose dagli idoli indiani (anzi, tenetevi lontani in genere dagli oggetti indiani) e non chiamate la vostra autovettura “Little Bastard”. Ci sta che potrebbe non prenderla bene. 

Per la storia completa del diamante Hope e della Porsche Little Bastard vi consiglio di visitare il sito Latelanera, che mi è stato d’ausilio per dare sicurezza e arricchire le mie conoscenze su quanto ho scritto in questo post.

Buona domenica!

Mete interessanti per una scampagnata domenicale – Meglio noti come: i posti più terrificanti del mondo.

Eccomi di nuovo qui nel magico mondo di WordPress – no, non sono morta né ho vissuto una mirabolante esperienza premorte – con un post che desideravo pubblicare da tempo.
Mi piacerebbe dire che ho speso un sacco di tempo in estenuanti ricerche sul posto, ma purtroppo o per fortuna non è vero.
In tutte le zone ci sono leggende, dicerie & altra roba assolutamente non attendibile circa infestazioni di case, castelli, posti nei quali prima sorgevano manicomi e orfanotrofi e magari anche carceri col braccio della morte, perciò mi sono impegnata per trovare qualcosa di diverso dalla solita casa-in-cui-è-stato-commesso-un-omicidio-passionale.

1. Aokigahara Forest (in italiano non è abbastanza “creepy”)

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Okay, partiamo dalla premessa che se l’Inferno fosse davvero come Dante l’ha decritto, sicuramente nel girone dei suicidi il gruppo più numeroso sarebbe quello dei giapponesi che preparano sushi e fotografano qualsiasi cosa.

La ragione dell’altissimo tasso di suicidi in Giappone è radicata nella cultura di questo Paese, in cui togliersi la vita è considerato un modo di morire estremamente dignitoso (dalla tradizionale pratica del seppuku nacque addirittura la pratica di “farsi esplodere”, e di qui l’origine dei kamikaze); ma il fatto che la foresta di Aokigahara sia così gettonata dai suicidi è colpa di un romanzo d’amore.
Nonostante la mia pressoché nulla conoscenza del giapponese, posso affermare con certezza che “Kuroi Jukai” parla di un giovane innamorato che si suicida in questa benedetta foresta; da questa scenica scelta letteraria è partita la prassi di andare ad Aokigahara a uccidersi, stando alle statistiche soprattutto dopo un divorzio.
A nulla valgono i cartelli che cercano di far riconsiderare agli aspiranti suicidi il loro gesto… E non vi dico cosa c’è a terra! Indumenti, bottigliette d’acqua, fermacapelli.. Perfino delle apparentemente innocue forbici rosa dalla punta arrotondata, identiche a un paio che usavo alle scuole elementari. Non sono sicura che tutte le fotografie che girano su questa foresta siano autentiche – perché tenere i crani ricoperti di erba ancora là, ad esempio? O perché un paio di mutande della Levi’s?

In ogni caso per fare una scampagnata all’insegna della natura è sicuramente l’ideale.

2. Bones, bones everywhere. 

Immaginate che ci sia Buzz Lightyear a dire questa frase: è proprio a lui che ho pensato quando ho visto la prima di una lunga serie di chiese che hanno come principale attrazione gli ossari.
Ce ne sono davvero parecchie, anche qui in Italia, e dopo un ponderato ambarabacciccicocò ne ho scelte due: il cimitero dei frati Cappuccini a Roma e l’Ossario di Sedlec in Repubblica Ceca, che hanno come merito una disposizione alquanto fantasiosa delle suddette ossa.
Il primo non è nato con l’intento di mettere i brividi, ma piuttosto per prendere confidenza con quella che il fondatore dell’ordine dei Cappuccini – per coloro che  hanno pensato a latte e caffè, mi riferisco a Francesco d’Assisi –  chiamava “Sorella Morte”.
E anche il secondo non ha, di fondo, cattive intenzioni: nel cimitero infatti un abate aveva sparso della terra proveniente da Golgota, il luogo dove si ipotizza che venne crocifisso Gesù Cristo, e in molti (ricchi) vi seppellirono i propri cari per donar loro “la salvezza eterna”. Le ossa erano così tante che un bel giorno un intagliatore del duca di Schwarzenberg decise di riorganizzarle, dando sfogo al suo estro creativo. E il risultato è… beh, giudicate voi.

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3. Chuckie’s Home sweet Home

Se io vi dicessi Xochimico, voi sicuramente mi rispondereste “Eh?”: è proprio per questo che ho scelto questo suggestivo posto per la mia meta di scampagnate numero tre.
C’era una volta Don Julian Santana, che abitava tutto solo, da buon eremita che si rispetti, su un’isoletta in un canale di Mexico City. Un giorno trovò il cadavere di una bambina in un canale, e questa visione lo tormentò in modo indicibile. Quando l’uomo pescò una bambola, lo interpretò come un segno: pensò che l’anima della giovane creatura avrebbe trovato sollievo – e tra le altre cose lo avrebbe lasciato in pace – se avesse avuto qualcosa con cui giocare. Così decise di appendere la bambola ad un albero dell’isola. Dopo probabilmente deve averci preso gusto, perché attualmente ogni angolo dell’isola è qualcosa del genere:

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A chi di voi starà pensando “Beh, dai, in fondo è un’idea carina” faccio notare che la natura è matrigna, e quello che inizialmente si presentava come un tenero Cicciobello ora è qualcosa di più simile a questo:

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Se volete deliziarvi con altre squisite immagini dell’Isola delle Bambole (i messicani non sono tipi originali) nel magico mondo di Internet ne troverete a bizzeffe. Una romantica passeggiata tra bambole mutilate… Non riesco a immaginarmi un San Valentino migliore!

4. Burn it to the ground.

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Gli effetti dell’incendio nel sottosuolo di Centralia. Nei vent’anni successivi all’incidente la cittadina è stata completamente evacuata e molti edifici abbattuti.

Si chiama Centralia, è in Pennsylvania e brucia. Costruita su un enorme giacimento di antracite, questa cittadina di appena duemila abitanti si è accesa e non si è più spenta: l’antracite è difficile da accendere, ma spegnerla è un’impresa ancora più ardua; e così, quando nel 1962 dei rifiuti ardenti sono stati immessi in un pozzo dismesso (leggi: discarica illegale), la vena carborifera ha preso fuoco e ne avrà ancora per centinaia di anni.

Indubbiamente una vicenda da usare come monito per un corretto uso delle risorse naturali, ma vi è un lato positivo: Centralia ha ispirato l’ambientazione del film Silent Hill, ispirato all’omonimo e famoso videogame.

5. Twin City

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Candido Godoi, un paese in Brasile in cui gran parte degli abitanti hanno discendenza tedesca, è noto per l’altissimo tasso di nascite gemellari (il 10% contro circa il 2% del resto dello Stato federato). Creepy? E perché mai? Chi non adora i gemelli?
D’altronde anche in altri luoghi del mondo vi sono dei tassi di nascite gemellari più alti della media, ma secondo lo studioso Jorge Camarasa  non è un caso che il dato abbia cominciato a crescere negli anni ’60, esattamente quando un rispettabile medico tedesco di nome Richard Weiss vi è arrivato.
Stando ai racconti quest’uomo curò molte donne, distribuendo medicine e preparati e assistendole nella gravidanza. Sosteneva tra le altre cose di saper far nascere gemelli maschi dalle mucche e parlava già allora d’inseminazione artificiale.
Anomalo? Sicuramente ha tutto più senso se si considera che Richard Weiss non è che un nome fittizio, che il dottor Joseph Mengele ha usato per espatriare in Sudamerica. Camarasa sostiene che Candido Godoi sia divenuto il “laboratorio a cielo aperto” del genetista: non sembra essere una casualità che altrove solo un parto su 80 dà vita a una coppia monozigote, mentre nel paese in questione una gravidanza su cinque si conclude con la nascita di una coppia di gemellini con occhi blu e capelli biondi. Questo un po’ creepy lo è sicuramente.

6. Jatinga e Overtoun

Se siete tra quelle persone che adorano fare passeggiate con i loro quattrozampe, o siete tipi un po’ bizzarri e durante le scampagnate vi portate dietro i vostri volatili, non andate in questi posti.
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Niente di personale contro il ponte di Overtoun (Scozia) e il villaggio di Jatinga  (India), ma si dà il caso che queste due amene località abbiano la spiacevole fama di essere vere calamite di suicidi per (rispettivamente) cani e uccelli.
Secondo delle stime, è dagli anni ’60 che giù dal ponte di Overtoun si gettano circa cinque cani ogni sei mesi; la faccenda non sarebbe abbastanza creepy, e dunque non potrebbe essere in questo post, se i cani sopravvissuti al bagno non si gettassero nuovamente in acqua. Secondo lo studioso Sexton, che tuttavia non si è fatto portatore di una risposta definitiva, è l’urina di un mammifero chiamato mustela lutreola (se ne contano 26 mila in tutta la Scozia) che “affascina” i cani e dunque li spinge a buttarsi. In particolare, ha detto Sexton al Daily Mail, il ponte impedisce la vista ai cani e attutisce i suoni, così l’olfatto viene potenziato.
Per quanto riguarda Jatinga, centinaia di uccelli si schiantano regolarmente al suolo, in una zona ben precisa di 200 metri per 1500 circa, tra le 19:00 e le 22:00. Le teorie a riguardo si sono sprecate: magnetismo, altitudine, velocità del vento.

Energie o suggestione? 

Presso Castel del Monte, in Puglia, si dice che ci sia una stanza che canalizzi particolari energie: nello specifico, quando ci si trova lì, non si riescono ad alzare completamente le braccia. È stato però notato che ciò avveniva soprattutto a persone che sapevano del “potere” della stanza, mentre visitatori ignari ai quali è stato chiesto di alzare le braccia ci sono riusciti senza difficoltà. Suggestione? Può capitare: tra le tante case che si dicono essere infestate – per reperire le informazioni necessarie a redarre questo post ho letto molte storie in proposito – ce ne sono davvero alcune che nascondono delle “presenze” o si tratta soltanto del frutto di una predisposizione mentale dei visitatori?

Secondo l’archeologo T.C. Lethbridge, che ha raccontato diversi episodi sulla base dei quali ha elaborato la sua tesi, posti in cui si verificano eventi tragici – come i suicidi – possono “registrare” energie negative, in particolar modo se si trovano in prossimità di corsi d’acqua, un elemento fortemente catalizzatore; tale registrazione può essere “letta” da persone particolarmente sensibili (per maggiori informazioni cercare: psicometria). Questo potrebbe spiegare i suicidi ad Aokigahara, presso il ponte di Overtoun e il villaggio di Jatinga? Può darsi.

Per il momento non posso che augurarvi una felice scampagnata domenicale, come da titolo.

(Nell’immagine in evidenza: Hellingly Hospital. Data l’eccessiva lunghezza del post, non ho inserito anche questo posto terrificante. Le informazioni reperibili su internet sono principalmente in inglese, ma ve ne sono in abbondanza)