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SE LE GILMORE GIRLS FOSSERO VISSUTE IN ITALIA

Questo è stato un anno importante per le fan di “Una mamma per amica”: Netflix e diversi siti pirata infatti ci hanno fatto dono del suo sequel, “A year in life”.
Premetto che il finale di nove anni fa a me personalmente stava benissimo, ma ovviamente sono stata iper-felice di un sequel che mi rendesse ulteriormente schiava di Netflix.

Questo sequel poteva essere bello o brutto, ma è riuscito nell’impresa di collocarsi in una inquietante via di mezzo, in cui alcune cose sono davvero belle e altre fanno sinceramente ribrezzo.

*SPOILER ALERT*
Non leggete oltre se siete spoiler-sensibili. 

spoiler-alertL’impressione è che qualcuno abbia congelato Stars Hollow e anche alcuni dei suoi abitanti, perché sono identici a come li avevamo lasciati. Ad esempio Emily Gilmore, che si è ibernata insieme a Babette e a qualcun altro della vecchia guardia.
Il che per un momento ci fa piacere, ma finisce per cozzare con segni di invecchiamento e mal riusciti interventi di chirurgia estetica: la fronte di Rory è più liscia del marmo di casa mia, mentre la faccia di Lorelai è piena quanto quella di un criceto goloso. Insomma, un attimo prima siamo convinti di essere tornati al 2007 e di essere nel fiore dell’adolescenza, e subito dopo sbam!, un filler o una chioma ingrigita ci ricordano che siamo nel 2016 e siamo più precari di Rory Gilmore.
Rory infatti non ha trovato il lavoro dei sogni, ma in compenso ha un fidanzato di cui si dimentica in modo assurdamente stronzo, ma così tanto che perfino le friendzonatrici numero uno ne saranno imbarazzate.
I suoi ex sono ovviamente ancora innamorati di lei, che si ostina a dire che non è davvero tornata a Stars Hollow, perché dopo dieci anni di scuole private e college esclusivi (in cui è stata sempre un’impossibile secchiona ligia al dovere), ritrovarsi precaria sembra paradossale anche a lei. In questa sorta di crisi mistica accetta di diventare l’amante del ragazzo che nove anni prima aveva chiesto la sua mano, e a cui aveva risposto “No, io voglio lavorare ed essere indipendente!”, finisce a letto con un cosplay e fa continuamente la spola tra Londra-New York-Stars Hollow senza che capiamo bene il perché.

Ma cos’è che esattamente ci disturba di Gilmore Girls – Il Sequel?
(Oltre a questo musical disgustoso)
screen-shot-2016-11-25-at-7-42-58-pm-1-700x525Il fatto che sia, a tratti, fin troppo veritiero.

Insomma, immaginate di essere Lorella detta Lella, e di tornare nel vostro piccolo paese natio dopo nove anni. 
Come minimo, i vostri ex hanno un’incipiente calvizie, li incontrate ad un centro commerciale tipo Coop con la moglie e i marmocchi e gongolate al pensiero che voi siete ancora belle e senza smagliature. Segue momento di sconforto perché a 32 anni non avete né lavoro né figli, e pensare che il vostro ultimo ex vi aveva chiesto di sposarlo e quello prima ancora… Beh, era un po’ disagiato, ma almeno vi ricordavate il suo nome. Anzi, era lui a dimenticarsi di voi, ma questo vi faceva andare ancora più sotto. 
Al che tornate dal vostro attuale fidanzato (che è un evidentissimo tappabuchi) e gli chiedete di mettervi incinte. Sì perché ok, voi sarete anche senza lavoro ma vostra nonna è tipo Berlusconi e sta avendo delle crisi che possono benissimo farle guadagnare pensione di invalidità e sentenza di interdizione et voilà, Lella non deve più lavorare. Non c’è il fidanzato o non vi fidate del suo corredo genetico? Non c’è problema, siamo nel 2016 ed esiste la fecondazione artificiale, potete chiedere all’amico gay di vostra madre di donarvi il suo sperma.
Vostra madre è super-contenta di diventare nonna, anche se sulle prime fatica ad accettare la cosa perché si sente ancora young, infatti vuole anche lei un figlio, indossa i cappelli con il pompon e vi fa fare ancora figure di merda. Tuttavia spende un capitale (quello di sua madre Emilia, ormai interdetta) in tutine, cappellini, ciucci personalizzati e le altre millemila cacchiate che si comprano ai neonati. E vissero tutti felici e contenti. 
Attendendo che Emilia stiri definitivamente, momento in cui la famiglia stapperà lo spumante, mentre la famiglia di badanti che vive a casa sua sarà un po’ meno felice.

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Bene, ma questo telefilm si chiama per l’appunto “Gilmore Girls”, non “Lorella la ragazza madre con figlia a carico”, che è un titolo che fa perdere tutta la magia, la freschezza, il bello di vivere in un paese microscopico, il fascino incomprensibile di un uomo che porta sempre i berretti, l’esperienza magica di frequentare super scuole dal nome snob dove si porta la divisa, il trovare carino che tuo padre ti chiami “ragazzina” e il tuo ragazzo “scheggia”.
Personalmente non avrei trovato nulla di simpatico nel vedere, a sedici anni circa, un telefilm su una madre che sgrida sua figlia, la mette in punizione, e lei che ha i brufoli, l’apparecchio e il sogno di andare all’Uniba o all’Unibo o in un’università dalla sigla strana che non è mai figa come Yale o Harvard. Rory, anche se è secchiona e ha l’aria di una che non fa niente di male nemmeno quando fa l’amante o squarta cuccioli di foca, ha tanti ragazzi, frequenta belle scuole, fa dei bei lavori, ci ha sempre illuso che anche noi avremmo realizzato i nostri sogni con al fianco un Dean o un Logan, come Lorelai ci ha fatto credere che saremmo state delle madri cool e che è possibile mangiare schifezze fuori casa senza ingrassare

Cosa volevamo? Un sequel che ci facesse sognare ancora, del tipo tutto è bene quel che finisce bene. Okay le crisi da trentenni e quelle di mezza età, ma poi tranquille ragazze, si sistema tutto! Invece abbiamo avuto uno schiaffo dopo l’altro, come a dire “EHI, QUESTA È LA VITA REALE!!”: Logan che millanta un piano dinastico (?!), Jesse che non ha il coraggio di dichiararsi, tante cose anche un briciolo troppo cattive e squallide (l’incubo dei water? La telefonata con l’amante mentre la tua fidanzata dorme a un metro di distanza? SERIOUSLY????).

Questa pretesa di essere troppo reale ci ha reso tristi, soprattutto perché ci siamo comunque sorbiti maialini, corvi parlanti, scrittrici pazze, una cuoca che assaggia i germogli che crescono sulle scale (!!), Stars Hollow che è rimasta identica nemmeno i suoi abitanti fossero bloccati lì per una maledizione, e allora noi ci chiediamo Se proprio dovevate metterci cose inverosimili perché ci avete messo delle minch *cose inutili* di cui potevamo benissimo fare a meno????
Non potevate farci sognare un matrimonio da favola per Rory? Non potevate farci credere che alla fine se ci facciamo il mazzo con dieci anni di studi poi possiamo davvero trovare il nostro lavoro dei sogni?
Cara Sherman-Palladino, non importa se siamo troppo grandi per le favole, noi vogliamo ancora sognare, e Gilmore Girls sarà sempre il nostro sogno adolescenziale.

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Sì perché io sono Rory Gilmore e nella peggiore delle ipotesi c’è sempre un ragazzo dietro di me pronto a consolarmi o ad offrirmi di fare la mantenuta a vita

Devo dire che comunque qualcosa di Gilmore Girls mi è piaciuto: mi sono emozionata, ho riso (soprattutto grazie a Paris), un po’ ho pianto e e sì, forse avrei potuto fare a meno di questo “finale” aperto e inconcludente che non ha cambiato davvero nulla, ma per un attimo ho desiderato che dopo quelle quattro parole ci fossero nuovi episodi.
Anche se qualcosa mi perseguiterà a vita, come Zach il-ragazzo-di-Lane che suona la chitarra con i capelli ingrigiti e mi ha messo una tristezza inverosimile addosso. O le macchie sulle braccia di Rory che mi hanno fatto domandare “Oddio, tra qualche anno sarò anch’io così?”

Comunque sia, vorrei farvi un piccolo regalo e concludere questo post con una delle cose che ci è mancata di più.
Indovinate? Già, la sigla.

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SUICIDE SQUAD – FATEVI CONVINCERE A VEDERLO [NO SPOILER]

Siamo stanchi dei buoni? Si direbbe di sì.

Suicide Squad, che vede finalmente come protagonisti i cattivi della DC Comics, è riuscito nell’ardua impresa di riempire le sale cinematografiche a metà agosto.
E voi lo amerete? Lo odierete? Chi lo sa. Intanto fatevi convincere a vederlo, e scoprite perché possiamo amare ancora i supereroi… Ma anche i cattivi.

– TRE COSE CHE AMERETE DI SUICIDE SQUAD –

1. WOMEN POWER 

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Finalmente le donne, prima relegate in ruoli insignificanti (come quello di Wonder Woman in “Batman vs Superman”) acquistano carattere e personalità e trainano quasi da sole un film avvincente dall’inizio alla fine.

La dottoressa Harleen Quinzel, partner del Joker e meglio nota come Harley Quinn, era fino ad ora apparsa solo in fumetti e cartoni animati. E il suo esordio cinematografico non delude: Margot Robbie è bravissima nel calarsi nei panni del personaggio e ci regala una performance accattivante e divertente. Siamo già tutti pazzi per questa biondina psicopatica!

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Gli appassionati di “How to get away with murder” la conoscevano già come l’avvocatessa più spietata della TV. Ma anche in questa performance Viola Davis non delude, aggiudicandosi il premio di cattivona di Suicide Squad.

E vanno spese due parole anche per Cara Delevingne, ormai più nota per la sua carriera da modella che per quella da attrice, ma che in questo film ci colpisce ricordando vagamente un’affascinante Maleficent.

2. WILL SMITH 
Will Smith interpreta Deadshoot e ci dimostra che i cattivi non sono così cattivi… A volte hanno un cuore tenero, e ci strappano una lacrimuccia.
Difficile che un attore come Smith passi inosservato in un film, e difatti il suo personaggio a tratti monopolizza l’attenzione del pubblico. Lo amerete.

3. MA QUELLO CHI È?

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Tuttavia, a parte i nomi più altisonanti, l’intero cast di “Suicide Squad” appare affiatato e ben amalgamato.

Sebbene alcuni di questi cattivi siano sconosciuti al grande pubblico, anche i personaggi minori riescono ad integrarsi perfettamente in un cast di “Big” e a regalarci momenti divertenti o più drammatici.

Insomma, “Suicide Squad” è una boccata d’aria in un universo di film con supereroi buoni che spesso presentano una trama e una sceneggiatura paurosamente banali.
È la scommessa (vinta) sui cattivi: se ai personaggi viene data la possibilità di far conoscere il proprio lato interiore, il pubblico se ne innamora. A prescindere dal fatto che salvino persone o rapinino banche… 

Godetevi questo film divertente e ben riuscito, dopo il noiosissimo “Batman vs Superman” ne avevamo bisogno.
E rimanete in sala dopo i titoli di coda….

– IL TASTO DOLENTE:
SIAMO STANCHI DEI SUPEREROI? E COSA ACCADRÀ DOPO SUICIDE SQUAD?
QUESTA CONCLUSIONE CONTIENE SPOILER, MA È UNA DOMANDA INDISPENSABILE PER CHI HA VISTO IL FILM. PERCIÒ VEDETELO E POI LEGGETE! –

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Un giorno un uomo di nome Christopher Nolan ha ripreso in mano un personaggio dei fumetti che negli anni ’90 era stato sfruttato fino all’eccesso e si pensava non avesse più brividi da regalare, specie dopo i flop di “Batman Forever” e “Batman e Robin”.

La trilogia su Batman di Nolan è considerata a tutti gli effetti una pietra miliare della cinematografia contemporanea, grazie alla trama, alla psicologia dei personaggi e alla loro umanizzazione.
Batman, Joker, Catwoman e Bane non sono più personificazioni fumettistiche quasi caricaturali, ma persone vere.

Gli ultimi lavori della DC Comics hanno preferito azione ed effetti speciali alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, che purtroppo sono apparsi molto stereotipati: è il motivo per il quale agli ultimi Batman e Superman ci riesce straordinariamente difficile affezionarciSuperman è sempre stato un supereroe lontano dall’uomo, e se “Smallville” era riuscito nel tentativo di rendercelo più simpatico, i film con Henry Cavill ci hanno restituito lo stereotipo del Superuomo senza macchia, senza paura, senza difetti e senza emotività.
Personalmente, mi auguro sempre che il cattivo di turno dia due calci nel sedere a quel bellimbusto e lo faccia smontare un po’, ma ovviamente questa è una nota del tutto personale. 

Il Batman di Ben Affleck, a così pochi anni di distanza dalla magistrale interpretazione di Christian Bale, non è riuscito ad entusiasmarci come il suo predecessore: siamo ancora troppo innamorati del vecchio Bruce Wayne, eroico ma al contempo straordinariamente umano, per sostituirlo “con il primo che passa”… Anche se si chiama Ben Affleck.

E la DC ci sta dimostrando, sfornando un film dopo l’altro, di essere interessata più a riempire le sale che a creare qualcosa di anche lontanamente paragonabile alla trilogia di Nolan, qualcosa che per un paio di ore ci rubi letteralmente il cuore.

Il personaggio del Joker è il simbolo di questo passaggio all’action movie: Jared Leto è folle, ma non squisitamente decadente come Heath Ledger. Vediamo che è pazzo, ma non ne capiamo il perché, non capiamo la sua filosofia, e ben presto lo archivieremo come “quell’altro Joker”.
Anche se la sua interpretazione magari piacerà, di fatto ha uno spazio troppo ridotto nel film.

Dunque, cosa aspettarci?

Nonostante mi dolga ammetterlo, la presenza di Ben Affleck lascia presagire a tutti gli effetti un grande duello Buoni vs Cattivi, in cui non si capisce veramente chi sono i Buoni e i Cattivi, o una grande alleanza Buoni/Cattivi verso Cattivi ancora più Cattivi…

Riuscirà davvero la DC Comics a creare qualcosa di memorabile o anche semplicemente gradevole senza cadere nel banale più scadente?

Da appassionata di Batman, non posso che avallare un’ipotesi meno probabile ma di certo più rispettosa dell’individualità dei vari personaggi: un film con meno azione e un briciolo di psicologia di più, una sorta di flashback che riesca nel tentativo di farci affezionare un po’ di più a questo Ben Affleck ancora troppo ingessato, a un Joker stereotipato e quasi fastidioso, che ci faccia conquistare totalmente da Deadshoot e Harley Quinn, per ora promossi a pieni voti ma soprattutto perché hanno interpretato personaggi assolutamente nuovi al grande schermo.

Conclusa questa riflessione, vi lascio con le prossime uscite Cinecomics fino al 2020 e
un’immagine troppo divertente per non essere pubblicata. Anche i cattivi possono essere amici!

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ADDIO, BARBIE

*Questo articolo può far piangere i nostalgici, i deboli di cuore, le donne e tutti i nati nel XX secolo. Se ne consiglia la lettura con apposita scorta di fazzolettini*

Barbie è morta. 
O meglio: avete presente la bionda, figa, occhi azzurri,  misure 120-60-90, alta e supergnocca?
Bene. Non esiste più. 
Adesso esistono Barbie sensibili alle diversità: abbiamo Barbie Curvy che ha un po’ esagerato con la cioccolata, Barbie Nana, Barbie Alta e Barbie nera.
E per dimostrarvi che non sto scherzando, eccovi una foto:

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Ma perché la Mattel ha deciso di uccidere Barbie? 
Forse perché si è resa conto che è giusto che le bambine crescano con dei modelli più vicini alla realtà, per permettere loro di rispecchiarsi in una bambola più cicciottella o bassa?
Certo che no, l’ha fatto perché le vendite di Barbie erano e sono in crollo totale. 

Quindi ha tentato la carta “politicamente corretta”, che in un periodo storico dominato dalla parità (o presunta tale) sembra essere un porto sicuro.
Viviamo nell’era in cui si dice “Curvy” e non “Cicciotella”, “Petite” e non “Bassa”, in cui si urla a Photoshop come a un reato, in cui la perfezione viene colpevolizzata, anche se non si è capito bene perché. 
Sembra che il mondo voglia rassicurare le ragazzine sul fatto che non devono essere perfette, che vanno bene così. E questo ha travolto anche Barbie, icona storica di perfezione.

Come è cresciuta la “Generazione Barbie”?
Io sono stata la “bambina che stava sempre avanti” da quando ho memoria, e sinceramente non mi sono mai sentita lesa dalle proporzioni da modella svedese di Barbie, né avrei rotto le balle a mia madre per comprare una Barbie bassa. Io volevo una Barbie bella e con tremila vestiti, punto. Più era figa e più la desideravo.
E se era più bella di quella delle mie amiche provavo una soddisfazione viscerale e profonda. Amavo Barbie perché era bella e anche se io non ho gli occhi azzurri e sono rimasta tappa, tutto questo non mi ha rovinato la vita.
Non sono nemmeno diventata razzista, però ho sempre pensato che le sorelle minori non fossero tutto sto granché, forse perché Skipper è sempre stata insipida. O forse perché io sono la sorella maggiore. 
Barbie è un sogno. O almeno, lo era. 

È sopravvissuta per più di cinquant’anni, ha fatto qualsiasi lavoro esistente, avuto svariati fidanzati, vissuto innumerevoli cambi di look e soprattutto non ha mai avuto problemi di taglia.
Ha vinto contro qualsiasi Sissi o Tania. Era la numero Uno. 
Che dire se non Che figa! Da grande voglio essere come lei!
Che le ragazzine di oggi si tengano le loro pseudo Barbie “reali”. 

La generazione Barbie conserverà il sogno nel cassetto di un Ken, di un camper multi-accessoriato e armadi infiniti.

Anche se è pensionata, rimane figa. Nell’ospizio delle bambole, tra una Polly Pocket e un’inquietante bambola di porcellana, lei resta la numero uno.
E forse ci ritroveremo a comprare alle nostre figlie bambole con la ritenzione idrica e i punti neri, un giorno… O forse nessuna bambina giocherà più con delle bambole.
Ma la cosa importante sarà una: riuscire a trasmettere loro il messaggio che vanno bene così, e che possono aspirare a diventare una veterinaria, una rockstar o una principessa. Che saranno femminili anche se vorranno fare le pompiere. 
Tutti messaggi che noi abbiamo imparato grazie a quella strafiga bionda.

È la fine di un’era, ma la Generazione Barbie resterà.
Guardiamo al futuro con occhi speranzosi…
D’altronde, dalle bambine che giocavano con le Barbie sono nate le fashion blogger.

SCORDATEVI IL GRANDE AMORE!

*NB: questo articolo non è sessista, politicamente scorretto o  offensivo. FORSE* 

Questi sono i giorni giusti per parlare di amore.

11012352_10152792929862903_7859061998437654824_nIn tutta Italia si parla di riconoscimento delle unioni civili, matrimoni, adozioni, temi forti che stanno spopolando sui social: da Salvini a vostra nonna, ne parlano tutti.
E poi ieri c’era 50 Sfumature di Grigio in TV.
Non l’avete visto? Matteo Bianx l’ha recensito per voi.
E anche io ci ho messo del mio, immaginando una storia parallela in cui Christian Gray è nato in Italia e lavora per la Fiat.
Leggeteli e ridete oppure andateacagare sentitevi serenamente liberi di non farlo, tanto ci penserà il Karma.

Dunque, l’amore. 

Come il sesso e la questione palestinese, tutti si sentono fortemente in dovere di dire la propria quando si parla di amore.
E, inevitabilmente, si prende una posizione anche se non lo si ammette: due persone dello stesso sesso si possono amare?
Le relazioni a distanza durano?
La scopamicizia si può classificare come relazione?
E tante altre domande che magari non ci toccano personalmente ma che danno origine ad animate discussioni altresì note come Terzo Conflitto Mondiale.
Ricordo ancora quando, da diciottenne open-mind, dissi a mia madre che per me non era scandaloso che Naike Rivelli fosse bisex. Passai la mezz’ora successiva a convincerla della mia eterosessualità. Ad oggi abbiamo fatto dei progressi, anche se il merito va in buona parte ai film di Checco Zalone.

Leggendo le varie posizioni del web sulle coppie gay, sono arrivata ad una conclusione: la maggior parte di noi parla di amore con la stessa conoscenza che una vergine vestale ha del sesso.
Cioè ne parla per preconcetto, per sentito dire e basandosi su dei romanzi rosa (o grigi).
Chi siamo noi per parlare delle coppie che si amano?
Chi siamo noi per parlare dell’amore?

La maggior parte di noi, il grande amore se lo può scordare!

E no, non sono stata appena mollata, non sono misantropa e ancor meno sono in vena di perfidia, oggi.
Anzi, davanti a queste immagini, ricordando dei momenti meravigliosi e personali, ho raggiunto il livello “faccia da dodicenne innamorata perdutamente”:

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Si chiama “Love is in the Small   Things”, dell’artista coreano  Puuung.

I disegni di Puuung, che trovate tutti QUI   ,  mi hanno ricordato che l’amore sta nelle cose semplici: è fondamentale che ci siano delle piccole cose insostituibili e irripetibili, le uniche che riescono a contraddistinguere il nostro rapporto da qualsiasi altro.
MA
c’è qualcosa di non piccolo, cioè ciò che siamo disposti a fare per amore.

Cosa fai per avere quelle piccole cose, cosa sei realmente disposto a fare?

L’emblema dell’amore è un film che si chiama “Appuntamento a Wicker Park”. Non un grande classico, non “Casablanca” o “Titanic”, non un vincitore di 17 premi Oscar.

Josh Hartnett josh-hartnett-in-una-scena-di-appuntamento-a-wicker-park-15350interpreta un ragazzo giovane, bello e rampante che sta per sposarsi con una ragazza bellissima e ricca. Abbiate pazienza, è pur sempre un film americano, quindi devono sbatterci in faccia  quanto sono fighi. 
Sono a un pranzo di lavoro in un ristorante giapponese, tutto è serenamente banale e noioso, poi lui va in bagno e…
Sente una donna che parla nella cabina telefonica accanto al bagno. Sticazzi, Embé? direte voi…
Beh, lui riconosce la voce della ragazza che tempo prima l’ha piantato e di cui è rimasto perdutamente innamorato.
Peccato che lei vada via prima che Josh riesca a raggiungerla, lascia sbadatamente qualche traccia di sé, ma siamo seri: quanti di noi avrebbero mollato tutto per cercarla?
Immaginatevi: siete fidanzati, siete andati avanti, quella stronza vi ha spezzato il cuore sparendo dall’oggi al domani… Eppure, la amate. Non capite perché se n’è andata, e ora che è tornata non fate che pensare a lei.
Mandate a monte matrimonio e tutto? Lasciate tutto per cercarla?
La vostra attuale fidanzata è bellissima, eppure voi continuate a pensare a quando lei, l’altra, ballava con voi il tango  e vi scattavate selfie come due deficienti.
Quanto è grande l’amore? È grande quanto superare una delusione? O lo è molto più di così?
Quanto siete disposti ad aspettare? Quanto siete disposti a perdonare?
L’amore è quando state con una persona che è esattamente quella con cui vorreste stare. E anche se sparisse dall’oggi al domani, voi fingereste di trovarvi a Shanghai per affari mentre la cercate in una città enorme, mentireste a chiunque, inclusa la vostra supersexy nuova fidanzata, solo per avere un’altra possibilità.
È lì che capisci di amare.
Il resto è una copia di una copia di una copia di un film sentimentale in cui ci si arrende soltanto alle circostanze, al destino, al tempo, alla società, all’incompatibilità caratteriale e a milioni di ottime, eccellenti scuse.
Perciò se non siete disposti a cercarla o a cercarlo per ristoranti giapponesi, a compiere violazioni di domicilio e a scombinare i vostri piani, con il sottofondo di malinconiche canzoni dei Coldplay, e tutto senza avere la garanzia che vi amerà di nuovo, scordatevi il grande amore.
Accontentatevi.

Che siate etero, gay, bisex, guardoni, segaioli, ninfomani, frigidi, teneri come un cucciolo di foca o nel frattempo di incontrare “quello giusto” stiate testando tutto il reame, sapete, non importa.

Tutti possiamo dare un appuntamento a Wicker Park alla persona che amiamo.
Dipende solo da noi.
E quando avrete trovato quella persona, l’ultima cosa che vi verrà in mente di fare sarà guardarvi intorno per commentare altre coppiette che si sbaciucchiano.

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I 10 IMPERDIBILI PRINCIPI AZZURRI COLLEZIONE 2015

Chi l’ha detto che il Principe Azzurro non esista? O che sia gay?
I principi esistono ancora , che ci crediate o no.
E nel 2015 assumono queste vesti:

IL SESSISTA.
Il sessistaIl sessista è una figura di antico retaggio che spesso coincide con quella di Nostalgico del Duce.
Non vi siete ancora stretti la mano e lui ha già fatto il calcolo altezza-peso per capire quanti piccoli balilla potresti sfornare.
Anche se farà il progredito, nel suo immaginario dovrai sempre e solo lavare, stirare e cucinare.
E in quest’ultima attività comunque sua madre sarà sempre migliore di te.

IL FREUD.
Per lui sei un libro aperto, della semplicità delle frasi di Fabio Volo.
La psicologia da 4 euro e 50 della Feltrinelli, letta al mare mentre osservava ragazze in bikini, l’ha fatto diventare esperto in complessi, sindromi, link di Facebook, citazioni di Bukowski, nomi, cose e città.
Spesso ti tratterà con sufficienza, “Perché tanto lui lo sa perché fai così” (8 volte su 10 sarà legato alla sindrome premestruale, 2 al fatto che ti vedi grassa, e tu sì che sei Freud!), ed è così tarato che piuttosto che cambiare idea farebbe harakiri.
Ma è una compagnia piacevole, se vuoi farti odiare da tutti i tuoi amici o ami fare figure di merda.

IL CONVINTO.
Il convintoIl convinto è convinto che mezza popolazione femminile sia Sua.
COMPRESA TE.
Se publichi una canzone che lui ha condiviso nel luglio 2006 è perché brami che ti noti.
Se gli metti un like sei finita. Passerai per quella “che lo vuole”, che è cotta, che si strappa i capelli per lui.
Insomma, “So tutte sue”. Poi nessuna se lo piglia dai tempi dell’asilo, ma questo è un dettaglio.
La cosa più bella in assoluto del convinto è che basta dirgli “Sei troppo per me” per scaricarlo, perché ci crederà davvero.

LO SPORTIVO.
Ti aspetta una storia di birre e Champions League, se sei fortunata.
Altrimenti anche il Fantacalcio. E il calcetto il giovedì.
E il Campionato Master, fatto di partite di mezz’ora l’una, nonché notti insonni in cui ti domanderai se sia il caso di tagliare i rapporti con chi gioca a  PES e non a FIFA o viceversa.
Nutrirai a vita il sospetto che quando farete sesso potrebbe non essere mai bello come un gol di Milito al 92′, e dovrai dividere il suo cuore con almeno altri 11 individui di sesso maschile.
No, ma se sei sicura…

IL PIASTRATO

Il piastratoCon i capelli sempre in piega e le sopracciglia disegnate meglio delle tue, ti farà nutrire seri dubbi circa la tua femminilità.
Tua madre molto probabilmente vorrà adottarlo perché le dirà sempre che sembrate sorelle e la aiuterà a scegliere il fondotinta adatto al suo incarnato.
A te ruberà la crema idratante e forse anche il mascara, e avrai sempre e comunque più peli sul corpo rispetto a lui.
Ma come amico quasi gay potrebbe non essere male, soprattutto perché se un vestito ti ingrassa te lo dirà sicuramente, nel peggiore dei modi.

L’INTELLETTUALE (con tendenze swag)
L'intellettuale
I suoi baffi curati e la sua Moleskine lo distinguono dalla categoria Lercio.
Accessori facoltativi sono il piercing, i calzini dalle dubbie fantasie, i risvoltini, la dieta vegan, gli orologi di legno, le Clarks, il berretto da Pisolo, il grammofono, la passione per musica che tu scambi per latrati di un alano in calore e… Devo continuare?
Aspettati pomeriggi interminabili in negozi stile Diagon Alley più frequentati da acari che da esseri umani, per trovare il suo libro preferito, prima edizione in copertina rigida e scritto in ungherese.
E buona fortuna per i regali di compleanno che riceverai.

IL LERCIO
Negli ultimi anni vanno di moda la barba e i maglioni larghi: insomma, look dimesso alla Dostoevskij. Ma il Lercio era già dimesso di suo, o forse non è mai stato ammesso al ventunesimo secolo.
Non si fa la barba dai tempi di Mao (il riferimento al comunismo non è un caso) e tra le sue Lotte deve rientrare anche quella contro saponi e detergenti.
Ovviamente fuma sigarette rullate, capisce l’economia perché ha letto Marx e farebbe dello scrocco una disciplina olimpica.
Altrettanto ovviamente, spesso il più povero dei suoi cugini è più ricco delle ultime tre generazioni del tuo albero genealogico.

IL DISAGIATO

Diffidate dalle imitazioni: i veri principi azzurri guidano Volvo e indossano plurimi golfini in tutte le tonalità di grigio – o TOTAL BLACK.

Il disagiato è uno del partito Edward Cullen- Christian Grey– Lestat de Lioncourt (detto terra terra, quello che faceva Tom Cruise in “Intervista col Vampiro”, tranne che non è così affascinante, ricco e interessante.
In sostanza è solo un disagiato, e la cosa assurda è che in buona parte dei casi ha anche una vita sentimentale ad alto tasso di quindicenni romantiche e goffe.

IL PIERRE
Per il Pierre sei come un tacchino per un affamato al pranzo del Ringraziamento: sappi che ciò che va dal collo in su è funzionale per un numero ridotto di attività (e no, parlare non è tra quelle).
Lui crede nella legge dei grandi numeri, peccato che gli unici “grandi numeri” di cui sia capace riguardino il numero di tamarri a metro quadro presenti ad una serata dal dubbio tema.
E neanche sempre.

IL FIGLIO DI PAPI

Il figlio di papiE’ il tipico figlio di papà con maglioncino di Fred Perry e Hogan, per il quale non esistono “cose” che una Mastercard non possa comprare, persone incluse.
Misura la difficoltà nella conquista di una donna in scala cuori di Tiffany, con i quali è certo di poter comprare la chiave della tua fre…schezza giovanile.
A quarant’anni sarà molto probabilmente stempiato, fuori forma e allampanato per il massiccio uso di cocaina fatto in gioventù, ma continuerà a sentirsi come Leonardo di Caprio in “The Wolf of Wall Street”.
Stai ancora leggendo? Cioè, vuoi ancora buone motivazioni per mettere tra te e lui una distanza pari alla lunghezza del suo yacht?

NB: Conclusione paracula per far sì che anche gli uomini mettano likes.
Nonostante spesso siano strani, confusi e disagiati, questi principi potrebbero comunque rubarci il cuore.
Siamo esseri umani e nessuno di noi è perfetto.
Siamo in grado di amarci nonostante tutti i nostri più incredibili difetti.
L’importante è saperci accettare l’un l’altro, consci del fatto che non ha senso cercare di cambiare l’altro…
Ricorda che il furbo cambia le carte in tavola… La persona intelligente cambia tavola.

Tanto amore a tutti!

“E SE NON POSSO ESSERE BELLA, ALLORA SARO’ INVISIBILE”

Ecco dove dovresti essere, a un grande ricevimento di nozze in una enorme villa di West Hills, composizioni floreali e funghi farciti sparsi per tutta la casa. Questa si chiama ambientazione di scena: dove ci sono tutti, chi è vivo, chi è morto. Questo è il grande momento di Evie Cottrell al suo ricevimento nuziale. Evie è in piedi a metà della grande scalinata nell’atrio della villa, nuda dentro quel che rimane del suo vestito da sposa, col fucile ancora in mano.
Quanto a me, io sono in piedi, ma solo fisicamente, in fondo alle scale. La mia mente chissà dov’è.

È su questa scalinata che si apre Invisible Monsters, annata 1999, il geniale romanzo di Chuck Palahniuk fratello (o per meglio dire sorella) maggiore del più famoso e acclamato Fight Club.
Invisible Monsters parla del successo, della fama, della bellezza e della loro dolorosa scomparsa.
Perché se pensate che possa far male una vita da eterni “brutti”, Shannon McFarland, ex modella sfigurata da un tragico incidente, insegna che è molto peggio vivere la brusca caduta dalla cima del piedistallo ai piedi della scalinata.
E ovviamente non ce lo dice in modo banale o scontato: come ogni libro del caro zio Chuck, anche Invisible Monsters si caratterizza per uno stile narrativo eclettico, che in questo caso fa sapiente uso di ripetizioni e flashback, e storie bizzarre in cui si intrecciano omosessualità, AIDS, moda, tradimenti e criminalità.
Chi abbia avuto modo di leggere almeno un suo lavoro di una cosa può star certo: le storie semplici e lineari a Palahniuk stanno strette.
E Invisibile Monsters non fa eccezione.

È perché siamo intrappolati nella nostra cultura, nel fatto che siamo esseri umani su questo pianeta con i cervelli che abbiamo, e due braccia e due gambe come tutti. Siamo così intrappolati che qualsiasi via d’uscita riusciamo a immaginare è solo un’altra parte della trappola. Qualsiasi cosa vogliamo, siamo ammaestrati a volerla.

Questo libro è una storia di liberazione dalla schiavitù, dai modelli preimpostati, dal restringimento mentale: “Voglio che tutto il mondo possa amare ciò che odia”, dice Shannon. Ed è con gli errori e con il caos che nascono le più grandi scoperte dell’umanità, è amando qualcosa che in realtà ci hanno insegnato a non amare che si crea una vera rivoluzione.
Leggere Invisible Monsters è un po’ questo: liberarsi da modelli e preconcetti su gran numero di questioni che non riguardavano solo gli anni ’90, ma sembrano più che mai attuali. Questa storia sembra essere stata confezionata ieri, apposta per noi.
Forse perché Palahniuk si sa mantenere sul vago, o forse perché bene o male se la trappola è la stessa allora anche l’uscita resta identica.
E forse, a lettura terminata, sarete tutti un po’ più liberi e leggerete questa frase con sentimenti diversi: “Voglio essere al di fuori delle etichette. Non voglio che tutta la mia vita sia compressa in un unica parola. Una storia. Voglio trovare qualcos’altro, che non si possa conoscere, un posto che non sia sulla mappa. Una vera avventura”.

Siete già corsi a comprarlo?

CI SIAMO RISOLLEVATI PER VOI, GIOVANI

Era il 22 maggio 1988: dopo decenni passati in giro per l’Italia, con l’energia e la determinazione di un ventenne, Giorgio Almirante si spegne a Roma all’età di 74 anni.
Il giorno prima è morto Pino Romualdi, reduce anch’egli della Repubblica Sociale Italiana e compagno di Almirante nel MSI. Alle esequie comuni nella chiesa di Sant’Agnese in Agone partecipa una folla commossa.

Leader del Movimento Sociale Italiano, ha coltivato per anni il sogno di fare del suo partito il catalizzatore della destra italiana.
A microfoni spenti, durante un’intervista nel settembre del 1980, espresse la volontà di dare il MSI in mano ai giovani, a giovani che credessero nelle istituzioni e nella Costituzione.
Volontà che traspare, insieme all’augurio di una lunga serenità, anche dal commiato nelle pagine di “Autobiografia di un fuciliere“:

 Voglio dire, giovani, che vi ho chiesto, e continuo a
chiedervi, l’assurdo : di essere pienamente giovani e compiutamente maturi, di fondere l’entusiasmo con la saggezza, il coraggio con l’intelligenza, la naturale ansia di vincere con la consapevolezza della lunga necessaria
proiezione della battaglia nel tempo…
Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla.
Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate: Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai”

Al di là del credo politico/partitico, non si può negare che Giorgio Almirante sia stato una parte importante della nostra storia nazionale.
Se possiamo considerare il fascismo un male, in quanto tomba della libertà di espressione tanto verbale quanto politica, tale va anche considerata la prospettiva di una Nazione senza contraddittorio, una Nazione impegnata in una folle “caccia alle streghe” che tenta di rialzarsi eliminando a propria volta la pluralità.
Se sono esistite una destra e una sinistra, se c’è stato il confronto, se abbiamo conquistato il pluripartitismo, è anche e in larga parte merito di questo oratore e leader politico. E chi non accetta una tale visione delle cose, chi vuole vedere solo il piombo del decennio ’70-’80, chi preferisce demonizzare, non potrà che essere padrone di una sola faccia della medaglia e di una versione ritoccata e poco fedele della storia.
E queste visioni parziali, in parte fallate e in parte monche, sono il primo presupposto per ripetere errori del passato che hanno sempre il coraggio di tornare e farci rivivere incubi.