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LE DONNE CHE ODIANO HILLARY

Cara Hillary,
Questi non sono giorni facili per lei, impossibile non dargliene atto. Tutti la davano per favorita, con percentuali tendenti anche al 98%, e quei pochi sondaggi che ogni tanto davano in vantaggio il suo sfidante erano tacciati di scarsa credibilità.
Per la terza volta si ritrova a buttar giù un boccone amaro, dopo quel 1998 in cui suo marito finì su ogni prima pagina, dopo quel 2008 in cui le fu offerta la carica di Segreterio di Stato infrangendo i sogni di Presidenza o, al massimo, di Vice-presidenza.
Contava sul voto di neri, ispanici, omosessuali e, soprattutto, donne. 
Ma cara Hillary, noi siamo donne proprio come lei, e il suo gioco l’abbiamo capito fin troppo bene.
Abbiamo intuito cosa c’era dietro i sorrisi e quelle espressioni di sorpresa, la piega perfetta e i tailleur blu, dietro quell’immagine impeccabile firmata Anna Wintour al fianco di sua figlia, che in maglietta e stivaletti si spacciava per “Una di noi”.
Ma sua figlia non è una di noi. Noi non abbiamo alle spalle una famiglia che negli ultimi sette anni ha guadagnato 139 milioni di dollari.
Noi non abbiamo avuto un cognome in grado di aprire ogni porta. Non ci siamo laureate per poi entrare elegantemente e senza sforzi  nella Fondazione Clinton. 
Noi non ci chiamiamo Clinton, ma lei sì, e avrebbe dovuto accettarlo e mostrarlo con orgoglio, perché ciò che a noi secca è vedere una ragazza ricca e privilegiata che vuole negare di esserlo, che vuole fare l’amica, “quella che ci capisce”, ma che non potrà mai capire. Non bastano gli stivaletti e la maglietta: anche se si fosse presentata lì sul palco con una kefia e la felpa di H&M non sarebbe stata una di noi, ma solo l’ennesima, pessima attrice che gioca a fare la proletaria, tirando a indovinare. 
Abbiamo apprezzato di più Ivanka, nei suoi tailleur griffati, perché questo è stata tutta la vita: una privilegiata ragazza ricca, e non lo ha mai nascosto.
Noi donne comuni, signora Rodham, non siamo invidiose di voi ricche. Passiamo la vita a sfogliare Vogue e Vanity Fair, ad ammirare lo stile di Lady Diana e Charlotte Casiraghi, a trovare quel capo low cost che somiglia a quello iper-costoso di Givenchy, sperando che un giorno potremo permettercelo. 
Vede, quando eravamo bambine, noi giocavamo con le Barbie, e sogniamo ancora di essere lei. Molte di noi lavorano e studiano per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini, ma vogliamo farlo con delle belle scarpe e, possibilmente, un tailleur di Armani. 
Ah, signora Rodham, un appunto: non facendocelo comprare da nostro marito! Non vorrei mai che fraintendesse, perché la maggior parte di noi donne comuni, sempre quelle che studiano e lavorano per garantirsi un futuro, trovano disdicevole farsi pagare qualunque cosa dal proprio partner. E per noi, una donna che lavora grazie a suo marito, usando il suo cognome perché è già conosciuto in un certo settore, è una donna debole. 
Per noi, una che si tiene le corna e casualmente pochi anni dopo comincia la scalata alla Presidenza, ha un solo nome: arrampicatrice. Al pari di quelle che sposano un uomo per il suo patrimonio, è una donna di serie B. 
La rovina di noi donne che sgomitiamo per una busta paga pari al quella di un collega uomo, e che quando conquistiamo la posizione che desideravamo dobbiamo fare i conti con le insinuazioni e le malelingue; noi che viviamo ancora con l’incubo di dover barattare la nostra integrità per fare carriera.

Vede, non basta gettare discredito su un uomo sessista per avere la nostra approvazione, e i dati elettorali lo hanno dimostrato: le donne americane hanno votato per lei in percentuali vicine al 54%, contro il 42% che hanno appoggiato il suo sfidante. Quelle dichiarazioni così brutte e sessiste non hanno fatto presa per tre motivi: primo, segretamente su alcuni punti siamo d’accordo con lui. Come già detto sopra, per una donna abituata a farsi strada con le sue forze, un’arrampicatrice sociale è patetica e mette in cattiva luce tutte le donne in carriera.
Secondo, abbiamo a che fare con uomini sessisti da tutta la vita, e odiamo batterli sul terreno del politically correct: vogliamo farlo sul campo che credono essere il loro, che sia un’aula di tribunale, o un ufficio, o delle urne elettorali. È soddisfacente dimostrare di essere capaci, mentre essere piazzate da qualche parte in virtù di una quota rosa ci fa terribilmente vergognare. 

Ma non ci aspettiamo che lei capisca fino in fondo, perché una che abbandona il suo cognome da nubile, come se Hillary Rodham fosse solo l’insignificante passato di una donna che ambiva solo a sposare un Presidente, forse non potrà mai davvero capire.

Stia serena Hillary, un’altra donna sfonderà il tetto di cristallo: non una che non sente la “bruciatura” del popolo, non una che organizza un banchetto al matrimonio della figlia con i soldi della fondazione Clinton, non una che si è fatta strada come “moglie di”, non una a cui “era dovuto” perché vittima di un tradimento coniugale, non una che ha avuto l’appoggio di Star che non hanno nulla da spartire con le minoranze di cui ambiva il voto, la spinta scorretta della Schultz e i finanziatori stranieri.
Noi donne ci affermeremo con le nostre capacità, snobbando le arrampicatrici, diffidando di chi getta fango sugli altri per distogliere l’attenzione dal proprio.
Senza mancare di cucinare dei buoni biscotti.