ODIARE SUMMER È STUPIDAMENTE MAINSTREAM

Vi è mai capitato di vedere un film più volte e riuscire a cogliere nuovi messaggi ad ogni visione?

“500 days of Summer” è uno di quei film. Corre l’anno 2009, e tu sei un ragazzino un po’ alternativo a cui piacciono i The Smiths: trovi tremendamente carine le passeggiate da Ikea e le ragazze con le gonne a ruota e i fiocchi nei capelli, e selezioni le persone in base ai loro gusti musicali. Forse hai già avuto un’esperienza amorosa, o forse no, ma i pali te li sei presi eccome.

E incappi in questo film, romantico ma non d’amore, con un messaggio cinico ed esistenzialista, e pensi “Questo è uno dei miei film preferiti”.
Come è ovvio che sia, simpatizzi per Tom, che è praticamente come speri di diventare in futuro, e verso Summer nutri un conflittuale rapporto di amore e odio. Ti dici che la maggior parte delle ragazze è composta da stronze totali tipe poco empatiche, scarabocchi qua e là frasi come “Colora la mia vita con il caos dell’inquietudine” e vai avanti con la tua vita, tenendo bene a mente che le Summer ti rovineranno l’esistenza.

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Però continui a sognare di disegnare palazzi sui loro avambracci, perché questo è tremendamente indie.

Adesso, che corre l’anno 2019, ti lasci andare alla tentazione di rivedere questo film: l’odio per Summer, d’altronde, va rinfocolato almeno una volta ogni dieci anni.
Così scopri che non soltanto Tom ha la maturità sentimentale di un diciottenne un po’ lagnoso, ma che la sua idea di amore non sta veramente né in cielo né in terra.
Sorprendentemente, ti ritrovi a rivalutare Summer, l’Anticristo. 
Summer si auto-definisce una ragazza indipendente, che si infastidisce perfino nel sentirsi definire come “la ragazza di qualcuno”. Ma nel finale nel film, come sappiamo bene, si sposa con un uomo che conosceva da pochissimo tempo. Tu magari dirai “ma certo, è una stronza totale! tipa poco empatica!”  
La verità è che, molto semplicemente, Tom e Summer insieme centravano come un banana split con i carciofi, o il Milan con la Champions League.
La loro relazione inizia con i presupposti più banali del mondo: si trovano carini a vicenda e ascoltano i The Smiths, cosa che si potrebbe dire di un buon 60% dei ragazzi cresciuti nell’emisfero boreale negli anni ’80-’90. Tom si illude che i piccoli dettagli di Summer siano un segno evidente della sua perfezione, perché ha già deciso che quella è la donna della sua vita e non è in cerca di prove, bensì di conferme costanti della sua tesi.
Non lo sfiora nemmeno il pensiero che non centri nulla con lui.
Questa è la visione dell’amore più ingenua, tipicamente adolescenziale.

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Aspetta, mi stai dicendo che il fatto che a entrambi piaccia Ringo non fa di noi delle anime gemelle?? Ma questo è assurdo!!

Summer naturalmente si accorge prima di Tom che le cose siano destinate ad andar male, e non perché sia una donna, significativamente superiore in quanto a percezione, ma perché è una persona di natura disillusa e Tom ai suoi occhi non è granché interessante. 
Da qui l’epilogo: a Tom crolla il mondo addosso, Summer si dice che questa non è che l’ennesima conferma della sua scarsa stabilità sentimentale, ma poi di lì a poco trova “quello giusto” e si sposa.

Il dialogo conclusivo tra i due è sorprendentemente profondo. Summer dice a Tom che lui aveva ragione, che è vero che l’amore esiste e che è bella l’idea di legare la propria esistenza a qualcun altro (per quanto ciò appaia al contempo anche abbastanza spaventoso), ma… Non aveva ragione a pensarlo di lei.
Sorpresa! Non puoi decidere chi sarà la donna della tua vita.
Ma quando arriva, te ne accorgi.

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La “nuova” Summer è la visione dell’amore maturo, che si lega ad una persona in base ad una compatibilità reale e non perché vuole l’amore a tutti i costi. Non ci è dato sapere chi sia l’uomo che Summer ha sposato; potremmo quasi giurare che si tratti di un grande ascoltatore di musica indie, ma soprattutto con una natura più simile alla sua, tendenzialmente indipendente e magari anche un po’ disilluso circa l’esistenza del “grande amore”.
La cosa interessante del grande amore è non ci si può credere o non credere: si tratta di un semplice evento che a volte avviene nelle vite di quelli che ripetono “Io al grande amore non ci credo”, e non a quelli che stanno lì a cercarlo disperatamente tra mille compatibilità su Tinder. Anzi, chi lo cerca a volte non lo trova proprio perché non vede il mondo circostante, perso com’è dietro l’ennesima persona che ascolta i The Smiths… Proprio come Autumn, di cui Tom non si era minimamente accorto perché non stava “prestando attenzione”.

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Quanto è facile lanciarsi nella ricerca della persona ideale? Così facile che non ci soffermiamo nemmeno un minuto a chiederci quanto noi siamo  ideali, e soprattutto per chi. Molti dei nostri errori di giudizio sentimentali derivano dalla scarsa conoscenza che abbiamo di noi stessi. Riusciamo a fare una summa molto precisa di film e generi musicali preferiti, ma quanti di noi sono veramente sicuri di ciò che cercano in una persona? Certo: fedeltà, attenzioni, affetto, sicurezza… Si potrebbe andare avanti per mezz’ora elencando una serie di cose che in realtà sono implicite nell’idea stessa di relazione. Si sta bene insieme, ci si piace, il sesso è ottimo, e allora si chiudono gli occhi su tutte quelle differenze macroscopiche come la visione della famiglia, del lavoro, del futuro…
E poi un giorno, dopo sette anni di relazione, Pino e Pina si lasciano a un passo dall’altare perché lui ha realizzato all’improvviso che non vuole al suo fianco una persona senza ambizioni, intellettualmente poco stimolante, disposta a seguirlo ovunque ma senza dei progetti suoi. Magari anche pancina.
E in sette anni Pino aveva avuto duecento occasioni per accorgersene. Ma, madre di tutti gli errori, cosa si era detto? Quattro parole:

Ma io la amo!

Come se l’amore fosse qualcosa che esista prima, e a prescindere da qualsiasi divergenza d’opinione e differenza caratteriale, e fosse basato su… Una freccia scoccata da Cupido? Una mera attrazione sessuale? Un trovare tutto sommato accettabile l’altro?
Possiamo sempre scegliere se vivere la vita da Tom, accontentandoci di ciò che troviamo e facendocelo andar bene finché lo sopportiamo, o vivere da Summer: stare bene da soli, e lasciare quella condizione solo per stare meglio. Questo porta ad essere considerati degli stronzi totali tipi poco empatici, ma alla lunga si dimostra la scelta che crea più benessere collettivo. E meno abbandoni all’altare quando tutti hanno già comprato vestiti, regali eccetera.

Ricordate: Summer si odia fino a quando non si realizza quanto avesse ragione.
E non le si dice comunque mai che aveva ragione, perché, senza una ragione ben precisa, un po’ si merita di essere trattata da… Sì, proprio da stronza.
Ma dentro, beh, lo si sa che aveva ragione lei.

[Nota a margine: non basta ascoltare i The Smiths per essere l’anima gemella di qualcuno, ma che anima gemella non ascolta i The Smiths? Siamo seri! Diffidate di chi non ascolta i The Smiths, sempre. “To diiie by yooour side is such an heavenly way to diiiieee”]

NOI E QUEL FANTASMA DEL MONDIALE PASSATO

Molte delle considerazioni post partita tra Italia e Svezia rivelano un’Italia che fa paura, pronta, come lo è spesso di recente, a puntare il dito contro stranieri e stipendi alti per espiare le proprie colpe.

Un’Italia a cui brucia la sconfitta perché per i suoi cittafini il calcio è sempre stato molto più di un semplice gioco: fattore aggregante, in grado di superare differenze generazionali, salariali, e perfino fedi calcistiche diverse, un pallone è stato per decenni l’unico strumento in grado di livellare e unire una Nazione intera. 

Una Nazione che per il resto del tempo gioca a scontrarsi con il proprio vicino di casa, di paese e di regione; una Nazione in cui si sente ancora parlare di una Unità forzata, in cui si riesuma ciclicamente lo spettro del referendum del ’46, che nei momenti in cui tutto va male preferisce sempre puntare il dito piuttosto che farsi un esame di coscienza.

Come una famiglia in crisi che ripone nel pranzo natalizio l’unica possibilità di realizzare un’unione fraterna, così gli italiani aspettano il Mondiale di calcio, in attesa di prendersela con quello che gioca nel club avversario e incitare il beniamino della proprio squadra del cuore. Quando le cose vanno male e qualche testa deve inevitabilmente cadere,
è sempre colpa degli altri; ma se la fortuna ci bacia come ha fatto tante volte, permettendo a una squadra non brillante di arrivare in finale o in semifinale, diventiamo tutti fratelli per cinque minuti. 

È una magia effimera e bugiarda a legarci, ricchi e poveri, tifosi costanti e occasionali, meridionali e settentrionali, eppure la si aspetta con trepidante attesa, la si ricorda con folle nostalgia. 

Sarebbe bello pensare che questo incidente di percorso, in cui l’incantesimo si è spezzato e noi ci siamo svegliati tutti un po’ storditi, sia il primo passo verso una consapevolezza maggiore dei problemi che ci circondano, e di conseguenza verso un auto-miglioramento concreto che ridia nuova linfa al nostro Paese e un buon modello per i più giovani. 

La disfatta della Nazionale è la metafora con cui il caso, il destino o chi per loro ci stanno dicendo che nella vita non si può solo vivere di rendita. Che spesso la fortuna sa essere generosa e in cuor suo strizza l’occhio agli audaci, ma altre volte, inevitabilmente, deve premiare anni di investimenti, lavoro e dedizione.

Che il talento e l’entusiasmo sono un quid pluris, ma non riescono ad esaurire l’intera gamma di abilità e qualità personali e non sempre possono essere perfetti sostituti del duro lavoro. 

Sarebbe bello rivedere se stessi anche nei perdenti,  e non solo nello scapestrato fortunato che “comunque vada, io me la cavo”: il fallimento è un’occasione d’oro in termini pedagogici, ma qui nel Bel Paese la sconfitta chiama solo sangue e teste da far cadere. È la suprema vendetta del debole sul potente, del povero sul ricco; veder rovinare “chi sta in alto” è una forma di appagamento perversa, che però riuscirà a placare gli animi, come tutte le altre volte.

È colpa dello straniero? Sarebbe bene cominciare a pensare che di stranieri in campo ce ne fossero undici, quelli della squadra avversaria.

È colpa del CT? Del Presidente della FIGC? Pagati così tanto eppure incapaci di realizzare IL sogno, l’unico che conti veramente, in grado di far brillare gli occhi di grandi e piccini, farci abbracciare e volere tanto bene?

La verità è che squadre ben più meritevoli, con alle spalle anni di duro lavoro e tanta professionalità, hanno dovuto rinunciare allo stesso sogno tante volte.

Un team valido e letale come quello tedesco è riuscito a vincere la competizione mondiale solo nel 2014, dopo anni di delusioni e l’amara pacca sulla spalla che riceve chi sa in cuor suo di essere il migliore, ma deve tacere e portare a casa la sconfitta.
La vittoria della Nazionale della Germania è stata del tutto meritata: anche lo scapestrato che se la cava sempre per il rotto della cuffia sa riconoscere la costanza e il merito del più bravo della classe.

Accettare la sconfitta e amare se stessi nonostante tutto, piegando la testa e continuando a migliorarsi, è l’unico modo per fare della vittoria qualcosa di più nobile di un’alternativa all’autolesionismo. 

Ma l’italiano questa consapevolezza non la realizzerà a pieno: gli passerà per la mente in una folgorante quanto breve Epifania in questo 14 novembre, per poi essere sepolta sotto odio xenofobo e invocazioni di sangue, invasioni di cavallette e morte dei primogeniti maschi.

Ognuno riprenderà il proprio ruolo di estraneo, di eroe caduto accerchiato dai nemici in casa propria, circondato da stranieri, spaventato dall’Europa, alla disperata ricerca di un’identità che ritiene gli sia stata rubata, di un orgoglio nazionalista che per lui ricorda troppo un tempo lontano, in cui ci si faceva rispettare, in cui il Paese era grande, in cui si vincevano guerre e partite di pallone. Un eroe triste e disperato, inseguito da quel fantasma del mondiale passato che non ci lascia mai e che ci sentiamo in dovere di richiamare come unica strada praticabile per tornare ad essere qualcuno; un fantasma che cela menzogne, odio, mezze verità ed incompletezze, eppure lustro come la coppa che abbiamo vinto con la squadra di calcetto trent’anni fa, l’unico simbolo che qualcosa l’abbiamo fatta anche noi, che sul podio ci siamo stati almeno una volta nella vita.

Un eroe che continua a recitare come un mantra che sia solo la vittoria a rendere grandi, come se essere grandi e duri fosse il solo modo per essere accettati e accettare se stessi.

TANTI AUGURI … E BUONA MORTE! – La Scatola degli Incubi

Immaginate che sia il giorno del vostro compleanno e che un killer vi uccida. Poi vi svegliate tutti sudati, è di nuovo il vostro compleanno e il killer vi uccide daccapo. E così più o meno all’infinito. Già diversi film hanno parlato di loop temporali (se volete sapere quali, leggete questo articolo), perlopiù in chiave umoristica o […]

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SE LE GILMORE GIRLS FOSSERO VISSUTE IN ITALIA

Questo è stato un anno importante per le fan di “Una mamma per amica”: Netflix e diversi siti pirata infatti ci hanno fatto dono del suo sequel, “A year in life”.
Premetto che il finale di nove anni fa a me personalmente stava benissimo, ma ovviamente sono stata iper-felice di un sequel che mi rendesse ulteriormente schiava di Netflix.

Questo sequel poteva essere bello o brutto, ma è riuscito nell’impresa di collocarsi in una inquietante via di mezzo, in cui alcune cose sono davvero belle e altre fanno sinceramente ribrezzo.

*SPOILER ALERT*
Non leggete oltre se siete spoiler-sensibili. 

spoiler-alertL’impressione è che qualcuno abbia congelato Stars Hollow e anche alcuni dei suoi abitanti, perché sono identici a come li avevamo lasciati. Ad esempio Emily Gilmore, che si è ibernata insieme a Babette e a qualcun altro della vecchia guardia.
Il che per un momento ci fa piacere, ma finisce per cozzare con segni di invecchiamento e mal riusciti interventi di chirurgia estetica: la fronte di Rory è più liscia del marmo di casa mia, mentre la faccia di Lorelai è piena quanto quella di un criceto goloso. Insomma, un attimo prima siamo convinti di essere tornati al 2007 e di essere nel fiore dell’adolescenza, e subito dopo sbam!, un filler o una chioma ingrigita ci ricordano che siamo nel 2016 e siamo più precari di Rory Gilmore.
Rory infatti non ha trovato il lavoro dei sogni, ma in compenso ha un fidanzato di cui si dimentica in modo assurdamente stronzo, ma così tanto che perfino le friendzonatrici numero uno ne saranno imbarazzate.
I suoi ex sono ovviamente ancora innamorati di lei, che si ostina a dire che non è davvero tornata a Stars Hollow, perché dopo dieci anni di scuole private e college esclusivi (in cui è stata sempre un’impossibile secchiona ligia al dovere), ritrovarsi precaria sembra paradossale anche a lei. In questa sorta di crisi mistica accetta di diventare l’amante del ragazzo che nove anni prima aveva chiesto la sua mano, e a cui aveva risposto “No, io voglio lavorare ed essere indipendente!”, finisce a letto con un cosplay e fa continuamente la spola tra Londra-New York-Stars Hollow senza che capiamo bene il perché.

Ma cos’è che esattamente ci disturba di Gilmore Girls – Il Sequel?
(Oltre a questo musical disgustoso)
screen-shot-2016-11-25-at-7-42-58-pm-1-700x525Il fatto che sia, a tratti, fin troppo veritiero.

Insomma, immaginate di essere Lorella detta Lella, e di tornare nel vostro piccolo paese natio dopo nove anni. 
Come minimo, i vostri ex hanno un’incipiente calvizie, li incontrate ad un centro commerciale tipo Coop con la moglie e i marmocchi e gongolate al pensiero che voi siete ancora belle e senza smagliature. Segue momento di sconforto perché a 32 anni non avete né lavoro né figli, e pensare che il vostro ultimo ex vi aveva chiesto di sposarlo e quello prima ancora… Beh, era un po’ disagiato, ma almeno vi ricordavate il suo nome. Anzi, era lui a dimenticarsi di voi, ma questo vi faceva andare ancora più sotto. 
Al che tornate dal vostro attuale fidanzato (che è un evidentissimo tappabuchi) e gli chiedete di mettervi incinte. Sì perché ok, voi sarete anche senza lavoro ma vostra nonna è tipo Berlusconi e sta avendo delle crisi che possono benissimo farle guadagnare pensione di invalidità e sentenza di interdizione et voilà, Lella non deve più lavorare. Non c’è il fidanzato o non vi fidate del suo corredo genetico? Non c’è problema, siamo nel 2016 ed esiste la fecondazione artificiale, potete chiedere all’amico gay di vostra madre di donarvi il suo sperma.
Vostra madre è super-contenta di diventare nonna, anche se sulle prime fatica ad accettare la cosa perché si sente ancora young, infatti vuole anche lei un figlio, indossa i cappelli con il pompon e vi fa fare ancora figure di merda. Tuttavia spende un capitale (quello di sua madre Emilia, ormai interdetta) in tutine, cappellini, ciucci personalizzati e le altre millemila cacchiate che si comprano ai neonati. E vissero tutti felici e contenti. 
Attendendo che Emilia stiri definitivamente, momento in cui la famiglia stapperà lo spumante, mentre la famiglia di badanti che vive a casa sua sarà un po’ meno felice.

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Bene, ma questo telefilm si chiama per l’appunto “Gilmore Girls”, non “Lorella la ragazza madre con figlia a carico”, che è un titolo che fa perdere tutta la magia, la freschezza, il bello di vivere in un paese microscopico, il fascino incomprensibile di un uomo che porta sempre i berretti, l’esperienza magica di frequentare super scuole dal nome snob dove si porta la divisa, il trovare carino che tuo padre ti chiami “ragazzina” e il tuo ragazzo “scheggia”.
Personalmente non avrei trovato nulla di simpatico nel vedere, a sedici anni circa, un telefilm su una madre che sgrida sua figlia, la mette in punizione, e lei che ha i brufoli, l’apparecchio e il sogno di andare all’Uniba o all’Unibo o in un’università dalla sigla strana che non è mai figa come Yale o Harvard. Rory, anche se è secchiona e ha l’aria di una che non fa niente di male nemmeno quando fa l’amante o squarta cuccioli di foca, ha tanti ragazzi, frequenta belle scuole, fa dei bei lavori, ci ha sempre illuso che anche noi avremmo realizzato i nostri sogni con al fianco un Dean o un Logan, come Lorelai ci ha fatto credere che saremmo state delle madri cool e che è possibile mangiare schifezze fuori casa senza ingrassare

Cosa volevamo? Un sequel che ci facesse sognare ancora, del tipo tutto è bene quel che finisce bene. Okay le crisi da trentenni e quelle di mezza età, ma poi tranquille ragazze, si sistema tutto! Invece abbiamo avuto uno schiaffo dopo l’altro, come a dire “EHI, QUESTA È LA VITA REALE!!”: Logan che millanta un piano dinastico (?!), Jesse che non ha il coraggio di dichiararsi, tante cose anche un briciolo troppo cattive e squallide (l’incubo dei water? La telefonata con l’amante mentre la tua fidanzata dorme a un metro di distanza? SERIOUSLY????).

Questa pretesa di essere troppo reale ci ha reso tristi, soprattutto perché ci siamo comunque sorbiti maialini, corvi parlanti, scrittrici pazze, una cuoca che assaggia i germogli che crescono sulle scale (!!), Stars Hollow che è rimasta identica nemmeno i suoi abitanti fossero bloccati lì per una maledizione, e allora noi ci chiediamo Se proprio dovevate metterci cose inverosimili perché ci avete messo delle minch *cose inutili* di cui potevamo benissimo fare a meno????
Non potevate farci sognare un matrimonio da favola per Rory? Non potevate farci credere che alla fine se ci facciamo il mazzo con dieci anni di studi poi possiamo davvero trovare il nostro lavoro dei sogni?
Cara Sherman-Palladino, non importa se siamo troppo grandi per le favole, noi vogliamo ancora sognare, e Gilmore Girls sarà sempre il nostro sogno adolescenziale.

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Sì perché io sono Rory Gilmore e nella peggiore delle ipotesi c’è sempre un ragazzo dietro di me pronto a consolarmi o ad offrirmi di fare la mantenuta a vita

Devo dire che comunque qualcosa di Gilmore Girls mi è piaciuto: mi sono emozionata, ho riso (soprattutto grazie a Paris), un po’ ho pianto e e sì, forse avrei potuto fare a meno di questo “finale” aperto e inconcludente che non ha cambiato davvero nulla, ma per un attimo ho desiderato che dopo quelle quattro parole ci fossero nuovi episodi.
Anche se qualcosa mi perseguiterà a vita, come Zach il-ragazzo-di-Lane che suona la chitarra con i capelli ingrigiti e mi ha messo una tristezza inverosimile addosso. O le macchie sulle braccia di Rory che mi hanno fatto domandare “Oddio, tra qualche anno sarò anch’io così?”

Comunque sia, vorrei farvi un piccolo regalo e concludere questo post con una delle cose che ci è mancata di più.
Indovinate? Già, la sigla.

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REGALI ORIGINALI E DOVE TROVARLI

Non vorrei dirvelo, ma manca meno di un mese a Natale. 
La sentite l’ansia? 
Ma niente da paura: calca e corse dell’ultimo minuto possono essere un ricordo lontano… Basta solo conoscere i regali fantastici e dove trovarli. 

SERIE TV, MUSICA E GEEK
Per gli amanti delle serie TV abbiamo l’abbonamento a Netflix (nel link tutte le indicazioni su come fare una carta prepagata da regalare), per porre fine finalmente a quella sopravvalutata cosa chiamata “vita sociale”, ma anche i gadget di Stranger Things, come la carinissima tazza, oppure…
Si tengano forti gli appassionati di vinili, perché sono disponibili a 40 € (spedizione inclusa) i meravigliosi LP di Stranger Things volume 2. Esteticamente parlando, una vera gioia per gli occhi.
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Ma attenzione, perché le coppie amanti di Game of Thrones c’è la dolcissima doppia collana del sole e della luna. Da donare al vostro Khal o alla vostra Khaleesi.
My Sun and Stars, Moon of My Life… 

Veniamo ora agli amanti di Harry Potter, che spesso venderebbero anche la loro nonna per comprare i gadget del maghetto. E non è un caso che il merchandise di HP sia così fiorente e offra delle idee davvero originali. Ad esempio la sciarpa delle Case di Hogwarts (qualcuno compra davvero quella di Tassorosso?), una tazza che riscaldandosi rivela la mappa del Malandrino (GENIALE!), il set di palle da Quidditch o questo simpatico adesivo.

Poi ho visto questi pupazzi testoni di FunKo che stanno andando molto di moda questo periodo. Sono ovunque! Se avete un amico a cui piace una cosa a caso approfittatene.

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SPORT, AVVENTURE E FOTOGRAFIA
Conoscerete sicuramente qualcuno che ama fare foto, pubblicarle e tappezzarvi casa. Sicuramente d’effetto questo carinissimo espositore di foto, magari da accompagnare alla piccola INSTAX, una versione più piccola (ed economica) della storica Polaroid che ricorda il simbolo di Instagram.

La categoria di persone che in tema di regali a volte manda in crisi è quella degli avventurosi/sportivi. Tendenzialmente hanno già tutto ciò che serve a coltivare la loro passione, ma niente paura: qui troverete un sacco di cose che sicuramente non hanno provato. A meno che siano Bear Grylls, s’intende.
Alcuni esempi: classici trekking, escursioni, softair, ma anche avventure al limite del paranormale come il lancio di armi primitive o il trekking su lama, e perché no? Un rilassante corso di sopravvivenza.

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Hey tu… Ti andrebbe un po’ di trekking su lama? Solo io e te…

RELAX E CUCINA
Se siete meno tipi da lancio di armi e vi rilassate con una bella sauna, su Groupon e Smartbox troverete rilassanti pacchetti per percorsi benessere. Alcuni sono vere chicche: biosaune, grotte di sale, scrub con sale rosa dell’Himalaya e massaggi di coppia.
Per provare qualcosa di nuovo ci sono sempre il romantico volo in mongolfiera per due, e anche se è già un po’ mainstream potreste regalare una stella con il nome della persona amata.
Ma ora basta con lo zucchero, e parliamo di qualcosa di più appetitoso: chi non ha un amico amante del sushi? Questo regalo può essere davvero una svolta per chi, oltre al ristorante, si diletta nella preparazione homemade: un fantastico sushi making, che trovate anche nella versione per l’amico impedito.

MODA E MAKE UP
Tranquilli, per fare un bel regalo in questo campo basta solo non fare regali “tanto per farli” e “tanto uno vale l’altro”. Altrimenti non li fate, semplice.
Temete “Che non le servano?” Ecco la risposta:

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E indovinate un po’? Non vale solo per le scarpe!

Ancora per pochissimi giorni è valido lo sconto di Collistar per il Black Friday. Attenzione, i neo-iscritti hanno un ulteriore sconto di 10 € sul loro primo ordine!
Se volete regalare una palette di ombretti, immancabile nella pochette di ogni donna, Urban Decay farà uscire la nuova palette in periodo natalizio, quindi magari aspettate un po’ a comprarla per fare un regalo utile e di tendenza. La troverete sicuramente nei negozi e sull’e-shop di Sephora.
Costano un po’ meno ma sono comunque di ottima qualità le palette di Douglas, fantastico rapporto qualità/prezzo quella di 10 €.
Per quanto riguarda l’abbigliamento potete trovare sciarpe e guanti su Zalando, Asos, H&M e Mango. Ce ne sono tantissimi nei colori di tendenza come il taupe, a prezzi abbordabilissimi! Se invece volete regalare un bel maglioncino, occhio al nuovo maglione di Benetton senza cuciture (anche questo ancora per poco con lo sconto del B.F.), anche se per me la collezione classica di Benetton è più che valida. Magari date un’occhiata anche agli sconti presenti su Zalando.
Altro leader nel settore maglieria è Diffusione Tessile, che propone linee smarchiate del gruppo Max Mara. Bellissimi anche le camicie e i cappotti, di qualità sopra la media.

Per le scorse puntate dei regali originali:
PARTE 1
PARTE 2

BUONO SHOPPING NATALIZIO!
E siate indulgenti con i commessi, che passeranno il mese più duro dell’anno, confrontandosi con clienti spesso impossibili. In bocca al lupo anche a voi ragazzi!

LE DONNE CHE ODIANO HILLARY

Cara Hillary,
Questi non sono giorni facili per lei, impossibile non dargliene atto. Tutti la davano per favorita, con percentuali tendenti anche al 98%, e quei pochi sondaggi che ogni tanto davano in vantaggio il suo sfidante erano tacciati di scarsa credibilità.
Per la terza volta si ritrova a buttar giù un boccone amaro, dopo quel 1998 in cui suo marito finì su ogni prima pagina, dopo quel 2008 in cui le fu offerta la carica di Segreterio di Stato infrangendo i sogni di Presidenza o, al massimo, di Vice-presidenza.
Contava sul voto di neri, ispanici, omosessuali e, soprattutto, donne. 
Ma cara Hillary, noi siamo donne proprio come lei, e il suo gioco l’abbiamo capito fin troppo bene.
Abbiamo intuito cosa c’era dietro i sorrisi e quelle espressioni di sorpresa, la piega perfetta e i tailleur blu, dietro quell’immagine impeccabile firmata Anna Wintour al fianco di sua figlia, che in maglietta e stivaletti si spacciava per “Una di noi”.
Ma sua figlia non è una di noi. Noi non abbiamo alle spalle una famiglia che negli ultimi sette anni ha guadagnato 139 milioni di dollari.
Noi non abbiamo avuto un cognome in grado di aprire ogni porta. Non ci siamo laureate per poi entrare elegantemente e senza sforzi  nella Fondazione Clinton. 
Noi non ci chiamiamo Clinton, ma lei sì, e avrebbe dovuto accettarlo e mostrarlo con orgoglio, perché ciò che a noi secca è vedere una ragazza ricca e privilegiata che vuole negare di esserlo, che vuole fare l’amica, “quella che ci capisce”, ma che non potrà mai capire. Non bastano gli stivaletti e la maglietta: anche se si fosse presentata lì sul palco con una kefia e la felpa di H&M non sarebbe stata una di noi, ma solo l’ennesima, pessima attrice che gioca a fare la proletaria, tirando a indovinare. 
Abbiamo apprezzato di più Ivanka, nei suoi tailleur griffati, perché questo è stata tutta la vita: una privilegiata ragazza ricca, e non lo ha mai nascosto.
Noi donne comuni, signora Rodham, non siamo invidiose di voi ricche. Passiamo la vita a sfogliare Vogue e Vanity Fair, ad ammirare lo stile di Lady Diana e Charlotte Casiraghi, a trovare quel capo low cost che somiglia a quello iper-costoso di Givenchy, sperando che un giorno potremo permettercelo. 
Vede, quando eravamo bambine, noi giocavamo con le Barbie, e sogniamo ancora di essere lei. Molte di noi lavorano e studiano per farsi strada in un mondo dominato dagli uomini, ma vogliamo farlo con delle belle scarpe e, possibilmente, un tailleur di Armani. 
Ah, signora Rodham, un appunto: non facendocelo comprare da nostro marito! Non vorrei mai che fraintendesse, perché la maggior parte di noi donne comuni, sempre quelle che studiano e lavorano per garantirsi un futuro, trovano disdicevole farsi pagare qualunque cosa dal proprio partner. E per noi, una donna che lavora grazie a suo marito, usando il suo cognome perché è già conosciuto in un certo settore, è una donna debole. 
Per noi, una che si tiene le corna e casualmente pochi anni dopo comincia la scalata alla Presidenza, ha un solo nome: arrampicatrice. Al pari di quelle che sposano un uomo per il suo patrimonio, è una donna di serie B. 
La rovina di noi donne che sgomitiamo per una busta paga pari al quella di un collega uomo, e che quando conquistiamo la posizione che desideravamo dobbiamo fare i conti con le insinuazioni e le malelingue; noi che viviamo ancora con l’incubo di dover barattare la nostra integrità per fare carriera.

Vede, non basta gettare discredito su un uomo sessista per avere la nostra approvazione, e i dati elettorali lo hanno dimostrato: le donne americane hanno votato per lei in percentuali vicine al 54%, contro il 42% che hanno appoggiato il suo sfidante. Quelle dichiarazioni così brutte e sessiste non hanno fatto presa per tre motivi: primo, segretamente su alcuni punti siamo d’accordo con lui. Come già detto sopra, per una donna abituata a farsi strada con le sue forze, un’arrampicatrice sociale è patetica e mette in cattiva luce tutte le donne in carriera.
Secondo, abbiamo a che fare con uomini sessisti da tutta la vita, e odiamo batterli sul terreno del politically correct: vogliamo farlo sul campo che credono essere il loro, che sia un’aula di tribunale, o un ufficio, o delle urne elettorali. È soddisfacente dimostrare di essere capaci, mentre essere piazzate da qualche parte in virtù di una quota rosa ci fa terribilmente vergognare. 

Ma non ci aspettiamo che lei capisca fino in fondo, perché una che abbandona il suo cognome da nubile, come se Hillary Rodham fosse solo l’insignificante passato di una donna che ambiva solo a sposare un Presidente, forse non potrà mai davvero capire.

Stia serena Hillary, un’altra donna sfonderà il tetto di cristallo: non una che non sente la “bruciatura” del popolo, non una che organizza un banchetto al matrimonio della figlia con i soldi della fondazione Clinton, non una che si è fatta strada come “moglie di”, non una a cui “era dovuto” perché vittima di un tradimento coniugale, non una che ha avuto l’appoggio di Star che non hanno nulla da spartire con le minoranze di cui ambiva il voto, la spinta scorretta della Schultz e i finanziatori stranieri.
Noi donne ci affermeremo con le nostre capacità, snobbando le arrampicatrici, diffidando di chi getta fango sugli altri per distogliere l’attenzione dal proprio.
Senza mancare di cucinare dei buoni biscotti.

SONO STATA PER UN MESE SU UN GRUPPO DI ANTI-VACCINISTI. ECCO SU COSA HO CAMBIATO IDEA.

Quella dell’anti-vaccinismo viene ormai presentata come una vera corrente di pensiero. Quanto c’è di reale nell’apprensione dei genitori anti-vaccino?
Queste persone sono realmente informate?
Premetto che la mia posizione iniziale era pro-vaccino, e che consideravo chi non vaccinasse i propri figli leggermente irresponsabile. 
Visto che solo gli stupidi non cambiano mai idea, mi sono decisa a conoscere il mio “nemico”, nella forma di gruppi di Facebook che dicono di “fare informazione”, e hanno l’obiettivo di “parlare dei vaccini”.
Dopo un mese, in cui non ho pubblicato assolutamente nulla, né commentato alcunché, ma mi sono limitata ad osservare i comportamenti e le teorie degli anti-vaccinisti, mi sono ritrovata misteriosamente bannata da uno di questi gruppi qui.
Rea di cosa? Di aver messo “mi piace” a qualche commento sporadico che osava contraddire, peraltro con grande educazione, le teorie anti-vaccino.
Il che la dice lunga sulla libertà di parola che contraddistingue questi gruppi in cui si dovrebbe “Parlare di vaccini”. Più o meno la stessa che vigeva sotto Stalin. 
siberia
Qui di seguito, le cose che più mi hanno colpito e mi hanno fatto cambiare idea sulla mia considerazione iniziale circa gli anti-vaccinisti. Che probabilmente vi sorprenderanno più di quanto hanno sorpreso me:
– I genitori che scelgono di non vaccinare reputano i genitori di bambini vaccinati molto irresponsabili. No, non mi sono sbagliata a scrivere.
Secondo un “no vax” mandare a scuola un bambino che ha fatto il vaccino espone i propri figli non vaccinati a dei grossi rischi. Per loro i genitori pro vaccino sono “ignoranti” e vengono puntualmente derisi. Insomma, gli anti-vaccinisti si sentono minacciati dai perfidi bambini minacciati, che rischiano di mischiare il vaccino ai propri “cuccioli” (sì, gli anti-vaccinisti parlano di cuccioli, non di bambini. Anche se i cuccioli vengono sovente vaccinati per non morire, le curiosità del caso).
Altrettanto curiosamente, gli stessi favolosi admin del gruppo dichiarano che “La frequenza di spazi chiusi, o di comunità, è un fattore di rischio”, e che dunque se si frequentano ambienti affollati, come per esempio gli asili nido, i bambini dovrebbero essere vaccinati,  “Ma è sempre una scelta del genitore”.
Insomma, vaccinare o no? Non si è ancora capito, ma di certo queste persone non vogliono prendersi responsabilità, tipo quelle che hanno i medici – anche se loro si ritengono migliori.
– Non vorrei mai che pensaste che i genitori anti-vaccinisti siano dei totali sprovveduti. Al contrario, si preoccupano oltremodo per i loro cuccioli: ad esempio una mamma si è spaventata perché non aveva fatto l’antitetanica a suo figlio, che giocando si è tagliato. E ha chiesto subito consiglio su Facebook. Le è stato detto che non sarebbe successo niente, e che era inutile parlare con il pediatra. Come vedete, parliamo di persone oltremodo responsabili, che si affidano al lungimirante consiglio di Raggiodiluce86 piuttosto che contattare un medico.
– Il livello di apprensione è tale che per non far vaccinare i propri figli sovente viene chiesto ai membri del gruppo “Cosa devo dire al pediatra per spiegare perché non vaccino?” 
Il che mi fa pensare che 11 anni di medicina siano decisamente troppi per esercitare la professione medica: basta diventare un anti-vaccinista e dare consigli via Facebook.
– Molti genitori antivaccinisti tuttavia hanno notato che i loro bambini si ammalano spesso.
Infatti hanno detto “Figuriamoci se li avessi vaccinati!”
– Quando i pediatri si rifiutano di continuare a tenere sotto le proprie cure bambini non vaccinati, alcuni genitori consigliano addirittura di presentarsi in studio con i Carabinieri. La maggior parte degli utenti dà loro man forte, solo qualche sparuta voce si leva dalla massa indistinta di odio verso la classe pediatrica e dice: “Cerca un medico non vaccinista”
– I qui sopracitati medici anti-vaccino vengono trattati come “coraggiosi eretici” (testuali parole), come eroi coraggiosi che si oppongono ai “poteri forti” delle industrie farmaceutiche.
Tali eroi fanno consulenze VIA SKYPE delle quali i genitori anti-vaccinisti si ritengono soddisfattissimi (girano anche tanto di recapito) – mica gratis, ovviamente anche le consulenze via Skype si pagano, e pure tanto.
Magari qualcuno di loro inventerà anche un vaccino come il geniale Wakefield che un giorno saltò su sostenendo di aver trovato una correlazione tra MPR e autismo, questo per vendere il suo costoso vaccino. Ma gli anti-vaccinisti lo sanno? Sanno che Wakefield è stato condannato per aver agito fraudolentemente, in danno di 12 bambini abusati? Che il suo “vaccino omeopatico” era acqua e zucchero? Forse sono troppo impegnati a bannare la gente per accorgersene.
– Il referendum costituzionale per qualche ragione c’entra con i vaccini, in quanto le campagne elettorali sono finanziate dalle case farmaceutiche che producono vaccini (ma non si capisce cosa c’entri questo con il bicameralismo).
– Gli anti-vaccinisti si ritengono una classe debole che viene trattata alla stregua degli ebrei nella Germania nazista (non sto scherzando, sono proprio parole loro), e temono che a breve i loro bambini dovranno girare con l’analogo di una stella di David appuntata sul petto.
– Le notizie su bambini o ragazzi morti per non essere stati vaccinati vengono considerate “Terrorismo mediatico”. Se in più questi bambini o ragazzi erano sovrappeso, “Allora può essere colpa del sovrappeso e non della mancanza di vaccino”. Se però un bambino diventa autistico, la colpa è assolutamente del vaccino. Lapalissiano.
Unica lancia che mi sento di spezzare nei confronti di questi gruppi è che talvolta consigliano fonti imparziali (come PubMed, sito comunque di difficile consultazione e comprensione per l’utente medio di questi gruppi) e consigliano comunque di avere un dialogo con le ASL, quantomeno per portare loro il famoso “foglio del dissenso”. Siti e altri gruppi di anti-vaccinisti solitamente consigliano ciò: “Ovviamente, non dovete presentarvi all’incontro indicato nella comunicazione della ASL, né firmare alcun modulo o prestampato, ma limitarvi a spedire la vostra lettera raccomandata con il dissenso”
Ecco come la mia opinione è cambiata: ora ritengo gli anti-vaccinisti una classe di persone arroganti, piene di sé e assolutamente non disposte al dialogo.
Sono persone a cui personalmente toglierei la connessione ad internet perché sono in grado di sfruttare uno strumento del sapere solo per dare credito alle proprie posizioni, facendosi influenzare facilmente, chiedendo consiglio a persone incompetenti e sfiduciando un’intera classe medica.
Sono analfabeti funzionali, che credono a qualunque cosa senza verificarne la fonte: se su un blog privato un Pinco Pallino qualunque scrivesse di un attacco UFO imminente, ci crederebbero come se la NASA avesse divulgato quella notizia.
Sono pericolosi per se stessi e per chi li circonda, e non di meno per i loro figli, le vere vittime di questa faccenda.
Senza una vera analisi critica, sapere e bufala sono mischiati in un mucchio di immondizia.
 
“Un anal­fa­beta fun­zionale è qual­cuno che può aver speso fino a 12 anni in una scuola e aver imparato a riconoscere le parole come delle con­fig­u­razioni, come carat­teri cinesi, ma è inca­pace di decod­i­fi­care il lin­guag­gio scritto. Sono let­tori frus­trati e penal­iz­zati che trovano la let­tura così fati­cosa che preferiscono evi­tarla. […] Un anal­fa­beta fun­zionale di grande suc­cesso mi disse che si farebbe pic­chiare piut­tosto che leg­gere, un’indicazione del dolore psi­co­logico che questa inca­pac­ità di let­tura può causare”
– The New American, definizione di “Analfabeta funzionale”