NOI E QUEL FANTASMA DEL MONDIALE PASSATO

Molte delle considerazioni post partita tra Italia e Svezia rivelano un’Italia che fa paura, pronta, come lo è spesso di recente, a puntare il dito contro stranieri e stipendi alti per espiare le proprie colpe.

Un’Italia a cui brucia la sconfitta perché per i suoi cittafini il calcio è sempre stato molto più di un semplice gioco: fattore aggregante, in grado di superare differenze generazionali, salariali, e perfino fedi calcistiche diverse, un pallone è stato per decenni l’unico strumento in grado di livellare e unire una Nazione intera. 

Una Nazione che per il resto del tempo gioca a scontrarsi con il proprio vicino di casa, di paese e di regione; una Nazione in cui si sente ancora parlare di una Unità forzata, in cui si riesuma ciclicamente lo spettro del referendum del ’46, che nei momenti in cui tutto va male preferisce sempre puntare il dito piuttosto che farsi un esame di coscienza.

Come una famiglia in crisi che ripone nel pranzo natalizio l’unica possibilità di realizzare un’unione fraterna, così gli italiani aspettano il Mondiale di calcio, in attesa di prendersela con quello che gioca nel club avversario e incitare il beniamino della proprio squadra del cuore. Quando le cose vanno male e qualche testa deve inevitabilmente cadere,
è sempre colpa degli altri; ma se la fortuna ci bacia come ha fatto tante volte, permettendo a una squadra non brillante di arrivare in finale o in semifinale, diventiamo tutti fratelli per cinque minuti. 

È una magia effimera e bugiarda a legarci, ricchi e poveri, tifosi costanti e occasionali, meridionali e settentrionali, eppure la si aspetta con trepidante attesa, la si ricorda con folle nostalgia. 

Sarebbe bello pensare che questo incidente di percorso, in cui l’incantesimo si è spezzato e noi ci siamo svegliati tutti un po’ storditi, sia il primo passo verso una consapevolezza maggiore dei problemi che ci circondano, e di conseguenza verso un auto-miglioramento concreto che ridia nuova linfa al nostro Paese e un buon modello per i più giovani. 

La disfatta della Nazionale è la metafora con cui il caso, il destino o chi per loro ci stanno dicendo che nella vita non si può solo vivere di rendita. Che spesso la fortuna sa essere generosa e in cuor suo strizza l’occhio agli audaci, ma altre volte, inevitabilmente, deve premiare anni di investimenti, lavoro e dedizione.

Che il talento e l’entusiasmo sono un quid pluris, ma non riescono ad esaurire l’intera gamma di abilità e qualità personali e non sempre possono essere perfetti sostituti del duro lavoro. 

Sarebbe bello rivedere se stessi anche nei perdenti,  e non solo nello scapestrato fortunato che “comunque vada, io me la cavo”: il fallimento è un’occasione d’oro in termini pedagogici, ma qui nel Bel Paese la sconfitta chiama solo sangue e teste da far cadere. È la suprema vendetta del debole sul potente, del povero sul ricco; veder rovinare “chi sta in alto” è una forma di appagamento perversa, che però riuscirà a placare gli animi, come tutte le altre volte.

È colpa dello straniero? Sarebbe bene cominciare a pensare che di stranieri in campo ce ne fossero undici, quelli della squadra avversaria.

È colpa del CT? Del Presidente della FIGC? Pagati così tanto eppure incapaci di realizzare IL sogno, l’unico che conti veramente, in grado di far brillare gli occhi di grandi e piccini, farci abbracciare e volere tanto bene?

La verità è che squadre ben più meritevoli, con alle spalle anni di duro lavoro e tanta professionalità, hanno dovuto rinunciare allo stesso sogno tante volte.

Un team valido e letale come quello tedesco è riuscito a vincere la competizione mondiale solo nel 2014, dopo anni di delusioni e l’amara pacca sulla spalla che riceve chi sa in cuor suo di essere il migliore, ma deve tacere e portare a casa la sconfitta.
La vittoria della Nazionale della Germania è stata del tutto meritata: anche lo scapestrato che se la cava sempre per il rotto della cuffia sa riconoscere la costanza e il merito del più bravo della classe.

Accettare la sconfitta e amare se stessi nonostante tutto, piegando la testa e continuando a migliorarsi, è l’unico modo per fare della vittoria qualcosa di più nobile di un’alternativa all’autolesionismo. 

Ma l’italiano questa consapevolezza non la realizzerà a pieno: gli passerà per la mente in una folgorante quanto breve Epifania in questo 14 novembre, per poi essere sepolta sotto odio xenofobo e invocazioni di sangue, invasioni di cavallette e morte dei primogeniti maschi.

Ognuno riprenderà il proprio ruolo di estraneo, di eroe caduto accerchiato dai nemici in casa propria, circondato da stranieri, spaventato dall’Europa, alla disperata ricerca di un’identità che ritiene gli sia stata rubata, di un orgoglio nazionalista che per lui ricorda troppo un tempo lontano, in cui ci si faceva rispettare, in cui il Paese era grande, in cui si vincevano guerre e partite di pallone. Un eroe triste e disperato, inseguito da quel fantasma del mondiale passato che non ci lascia mai e che ci sentiamo in dovere di richiamare come unica strada praticabile per tornare ad essere qualcuno; un fantasma che cela menzogne, odio, mezze verità ed incompletezze, eppure lustro come la coppa che abbiamo vinto con la squadra di calcetto trent’anni fa, l’unico simbolo che qualcosa l’abbiamo fatta anche noi, che sul podio ci siamo stati almeno una volta nella vita.

Un eroe che continua a recitare come un mantra che sia solo la vittoria a rendere grandi, come se essere grandi e duri fosse il solo modo per essere accettati e accettare se stessi.

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MAMMA, MI VOLEVI AVVOCATO MA FARÒ L’HACKER

Attenzione: Dopo questo articolo potresti sentirti vagamente nerd.
Per ovviare a questo problema, ti consigliamo qualcosa di più leggero e vagamente misogino.

“Non sono stato io, mi hanno hackerato il profilo!11!!”

Okay, quante volte l’avete sentita? 

L’hacker è una figura mistica, un po’ Darth Vader e un po’ Matrix, che passa il tempo libero a giocare a qualche GdR e a violare dei sistemi informatici.
Ma perché? 
Tutti oggi parlano di hacking, ma quello che pochi sanno è che dietro c’è una vera filosofia nata negli anni cinquanta, su cui si è sviluppata una gigantesca comunità in cui regnano etica e meritocrazia.
(No, pensi bene, non è nata in Italia!)

Nel settembre del 2012 un docente universitario di Torino, Salvatore Iaconesi, scopre di essere affetto da un tumore al cervello. 
Le cartelle cliniche sono considerate dati sensibili, in quanto contengono informazioni molto personali e delicate. 
Iaconesi viola i meccanismi di protezione della cartella e la diffonde online, per trovare una cura: in altre parole la rende open source. 
“Ogni persona ha fornito la sua cura, quella che poteva, non solo con la medicina, ma anche attraverso l’arte o il design. Qualcuno mi ha consigliato un viaggio in Argentina, altri di fumare cannabis. Addirittura c’era chi stampava la foto del mio cancro e la portava dal suo medico per inviarmi cosa gli aveva detto. La cura ha dimostrato che la società sta male se sta male anche solo uno dei suoi rappresentanti, e tutti dovrebbero sforzarsi per dare un contributo”. 

La filosofia hacker mira al miglioramento del mondo, alla condivisione delle conoscenze e allo scambio di insegnamenti all’interno di una comunità: quanto viene creato è poi messo a disposizione degli altri utenti, perché possano migliorarlo ancora.
L’etica di questi attivisti è stata descritta con sorprendente lucidità da Steven Levy nel suo “Hackers. Gli eroi della rivoluzione informatica”.
Per le magiche People from Pigrizia che mai lo leggeranno, trovate degli estratti su WikiBibbia.

Ciò che molto spesso noi chiamiamo hacking è l’operato dei cosiddetti “crackers”, che non sono quelli della Mulino Bianco ma sono altrettanto deleteri: si tratta di criminali che forzano sistemi per creare profitto o generare danni.

Al di là della distinzione terminologica, io ho sempre trovato affascinante la filosofia del file sharing.
E giustamente qualcuno potrebbe dire che condividere qualcosa creato da altri è fin troppo comodo: pensiamo alla musica, ai film e ai libri, tutto ciò che gira sulla rete più o meno liberamente in barba a tante cose giuridiche che nel linguaggio comune vanno sotto il nome di “copyright”.
Ma la filosofia dello sharing è molto più di questo: significa condividere ciò che abbiamo perché qualcun altro possa arricchirlo. In altre parole riconoscere che ciò che possiamo dare al mondo anche se è bello può essere migliore: non è perfetto perché
non c’è niente di grandioso nella perfezione, questa non fa crescere il mondo, non lo migliora.
Qualcosa di perfetto non può migliorare.

L’idea di risolvere un problema in un modo assolutamente non previsto – e non convenzionale – è probabilmente la migliore distinzione che so dare al termine “hacking”, ed è quello che fa (anche) la differenza tra una buona e una cattiva sicurezza nel mondo ICT.

L’hacking è la dimostrazione che uno più uno fa ben più di due. Un valore aggiunto e inconfutabile che segna la misura del progresso.
È per questo mamma, che da grande farò l’hacker. 
Non una di quelle presunte figure oscure che entrano dal profilo Instagram di Chiara Biasi o Nina Moric. No mamma, non fingerò di essere loro insultando ragazzini disabili o ragazze morbidose.

Anche perché è così no sense che nemmeno un cracker lo farebbe.
Non ha importanza se da grande farò l’avvocato, la fashion blogger o la soubrette.
In ogni caso, io farò l’hacker.

Live long and prosper!

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QUANDO LA MORTE AMA I RIFLETTORI

Quando Warhol parlava dei quindici minuti di celebrità forse non pensava a questo, ma è esattamente ciò che si vede oggi, dentro e fuori le aule giudiziarie.
Tra rampanti avvocati stile Billy Flynn (del film Chicago, ndr) e affetti delle vittime, la sfida a colpi di trucco e prime serate continua a far alzare lo share, e con esso la morbosa curiosità dei telespettatori.
Si rivelano dettagli sordidi, si mettono in dubbio le testimonianze, si sprecano insulti e J’accuse: la vera conquista dell’opinione pubblica avviene fuori dal tribunale, negli studi televisivi.

Quella Sabrina Misseri sempre truccata, ripresa da “Chi l’ha visto” nei giorni successivi alla scomparsa della cugina Sara, è stata solo l’inizio.
Il presunto omicida non rimane più nell’ombra, si fa intervistare in diretta e proclama la sua innocenza: il pubblico si appassiona, lo share impazzisce, gli avvocati e i loro clienti diventano delle superstar con tanto di pagine Facebook e fan club.
In questo bizzarro circo mediatico chi tace viene tacciato di colpevolezza, come Marco Di Muro, indagato per la morte della
fidanzatina Federica Mangiapelo. Un caso ancora avvolto nel
mistero e nella nebbia di quel 31 ottobre 2013, un caso controverso che al momento non vede né spiegazioni né colpevoli.

Spunta fuori, nella puntata di “Chi l’ha visto” del 14 maggio,
una testimone che afferma di aver sentito una discussione, una voce che diceva “Dai Fede, non fare la stronza, torna in macchina“.
A mesi di distanza dal fatto, alla testimone viene fatta ascoltare la voce di Federica.
“Non posso essere sicura che fosse lei, è passato tanto tempo”
afferma la donna.
E meno male che ha il buonsenso di accorgersene, visto che di
testimoni ritardatari o troppo “sognatori” la storia giudiziaria è
piena: che dire del fioraio del caso Scazzi, che dopo anni di processi e spese legali da capogiro ha deposto contro Cosima Misseri salvo poi dire che si trattava solo di un sogno?

Al di là di quanto ci sia di attendibile in questa testimone e nelle
accuse rivolte a Di Muro, il lato paradossale della vicenda è che
questi sia stato invitato dal papà della sua defunta fidanzata a
partecipare a trasmissioni televisive per scagionarsi.

“Se io fossi accusato di un atto che non ho commesso, andrei in tutti i programmi televisivi a dichiarare la mia innocenza”
Luigi Mangiapelo.

“Se dicessi la verità lo farei gratis, ed emergerebbe che pessimi
genitori siate in realtà”: grosso modo è stata questa la replica di Di Muro, accompagnata da un tremendo “ti auguro di strozzarti ogni volta
che pronuncerai il mio nome” [rivolto a Luigi Mangiapelo, ndr]. La risposta del diciannovenne è stata poi prontamente ammorbidita dai di lui avvocati, ma non si può negare che troppi processi ormai siano diventati troppo mediatici.

La celebrità, anche se fuggevole e dipinta di tinte macabre, non
sfugge a nessuno. Testimoni, ex fidanzati, genitori, amici, amanti: di
questa torta di share ce n’è un pezzo per tutti.
Ma i protagonisti dei fatti di cronaca vengono pagati per le ospitate? Si fanno intervistare dietro compenso?
Si inventano qualunque cosa pur di essere mandati in onda?
Le risposte sono in realtà poco importanti.

Di vero e di certo c’è che i riflettori televisivi paiono voler illuminare ogni angolo del nero della cronaca. E lo fanno spesso sconfinando nella pubblicità estrema di ciò che dovrebbe rimanere tra le quattro mura delle aule giudiziarie, alzando serie perplessità su quanto sia rispettata la presunzione di innocenza.
Come non citare a tal proposito Massimo Bossetti, accusato per l’omicidio di Yara Gambirasio da un Ministro degli Interni che pare essersi immedesimato un po’ troppo nei panni di Harvey Dent, violando completamente uno dei principi cardine del nostro ordinamento penale? Nei giorni seguenti all’accusa il profilo Facebook del suddetto Bossetti è stato preso d’assalto: molti contenuti da lui pubblicati, come vignette satiriche, sono stati completamente travisati e resi dei pezzi di un puzzle che ne fa un mostro violento e malato.
Se un sospetto è costretto a urlare al mondo la propria innocenza da un tubo catodico, e se bastano dei sospetti a fare di un uomo un assassino prima ancora che si parli di un processo, siamo sicuri che il caro vecchio “innocente fino a prova contraria” non sia più solo roba da film americano?

CI SIAMO RISOLLEVATI PER VOI, GIOVANI

Era il 22 maggio 1988: dopo decenni passati in giro per l’Italia, con l’energia e la determinazione di un ventenne, Giorgio Almirante si spegne a Roma all’età di 74 anni.
Il giorno prima è morto Pino Romualdi, reduce anch’egli della Repubblica Sociale Italiana e compagno di Almirante nel MSI. Alle esequie comuni nella chiesa di Sant’Agnese in Agone partecipa una folla commossa.

Leader del Movimento Sociale Italiano, ha coltivato per anni il sogno di fare del suo partito il catalizzatore della destra italiana.
A microfoni spenti, durante un’intervista nel settembre del 1980, espresse la volontà di dare il MSI in mano ai giovani, a giovani che credessero nelle istituzioni e nella Costituzione.
Volontà che traspare, insieme all’augurio di una lunga serenità, anche dal commiato nelle pagine di “Autobiografia di un fuciliere“:

 Voglio dire, giovani, che vi ho chiesto, e continuo a
chiedervi, l’assurdo : di essere pienamente giovani e compiutamente maturi, di fondere l’entusiasmo con la saggezza, il coraggio con l’intelligenza, la naturale ansia di vincere con la consapevolezza della lunga necessaria
proiezione della battaglia nel tempo…
Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte. E se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi, da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano, come ad altri cadde nel momento in cui si accingeva a trasmetterla.
Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne. E se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate: Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai”

Al di là del credo politico/partitico, non si può negare che Giorgio Almirante sia stato una parte importante della nostra storia nazionale.
Se possiamo considerare il fascismo un male, in quanto tomba della libertà di espressione tanto verbale quanto politica, tale va anche considerata la prospettiva di una Nazione senza contraddittorio, una Nazione impegnata in una folle “caccia alle streghe” che tenta di rialzarsi eliminando a propria volta la pluralità.
Se sono esistite una destra e una sinistra, se c’è stato il confronto, se abbiamo conquistato il pluripartitismo, è anche e in larga parte merito di questo oratore e leader politico. E chi non accetta una tale visione delle cose, chi vuole vedere solo il piombo del decennio ’70-’80, chi preferisce demonizzare, non potrà che essere padrone di una sola faccia della medaglia e di una versione ritoccata e poco fedele della storia.
E queste visioni parziali, in parte fallate e in parte monche, sono il primo presupposto per ripetere errori del passato che hanno sempre il coraggio di tornare e farci rivivere incubi.

STORIE DI ORDINARIA FOLLIA: Il Blu di Francia

De Andrè cantava “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.
In realtà i diamanti possono innescare reazioni molto curiose, come ci illustra l’immagine che segue.

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Scherzi a parte, nella nostra cultura i diamanti sono merce rara e preziosa, il sex symbol delle pietre preziose nonché uno status symbol che fattura 8 miliardi e un numero indefinito di morti l’anno.

Il protagonista di questo articolo si chiama Hope, per gli amici dell’inglese “Speranza”.

E ci sarebbe da dire “Perdete ogni speranza voi che ve ne impossessate”: Hope è di certo un pregiato pezzo di gioielleria (sfaccettature blu, 44 carati e mezzo, una vera rarità!), ma davvero in pochi lo vorrebbero sfoggiare.
Le versioni non sono concordi su come il suo primo possessore europeo l’abbia ottenuto: secondo alcune l’ha comprato, altre sostengono che l’abbia disincastonato personalmente dalla statua in cui si trovava in origine, un idolo indiano del tempio di Rama-sita. E personalmente non faccio fatica a immaginare un uomo di fine Seicento che si sporca un po’ le mani per questa meraviglia che all’epoca vantava 122 carati.
Fatto sta che il viaggio di Hope cominciò nel 1688 “grazie” a quest’uomo, Jean-Baptiste Tavernier. Presto Tavernier andò in bancarotta e cercò di riprendere i suoi affari in India, morendo però durante il viaggio, mentre il diamante arrivò tra le mani di un personaggio settecentesco alquanto noto, il re di Francia Luigi XIV (il “Re Sole”, proprio lui!) . Luigi fece tagliare il diamante a forma di cuore, quasi dimezzandone i carati, e lo donò all’amante Madame de Montespan.
Quest’ultima fu coinvolta in uno scandalo (diciamo che architettare congiure era un po’ il suo hobby) assieme all’abate Guiborg, accusato di aver sacrificato un bambino sul corpo nudo della sopracitata Montespan durante una messa nera: pare che la dama perse così i suoi favori regali, e il diamante fu sfoggiato dallo stesso Luigi XIV e da Luigi XV, morti rispettivamente per una cancrena e un devastante vaiolo che ne causò la decomposizione quando era ancora vivo.

Allegria, insomma.

I successivi possessori del diamante furono la regina Maria Antonietta, e la principessa di Lamballe: entrambe fecero una gran brutta fine durante la Rivoluzione.
Ma il nostro diamante non è mai stato classista, e dopo il sangue blu si è dato agli omicidi in multicolor, senza risparmiarsi col black humour: la sua vittima successiva fu un comune gioielliere, morto in circostanze che rasentano il tragicomico. Pare infatti che suo figlio rubò il diamante, e il padre, scoperta l’identità del ladro, ebbe un infarto. A questo punto il figlio rimase sconvolto per aver indirettamente ucciso il proprio padre e si suicidò.

Una carrellata di lievi eventi, potremmo dire, in seguito ai quali Hope arrivò nelle mani del gioielliere che poi gli ha conferito il suo attuale nome, Thomas Hope. Quest’ultimo con la pietra non ebbe problemi, ma sua moglie era invece convinta che il diamante avrebbe portato disgrazie e rovina; come si può facilmente intuire, la coppia ruppe ben presto e il gioiello circolò disseminando suicidi, incidenti, alcolismo e miseria.

Questa storia sa tanto di “Diamanti di sangue” e ben poco di “Diamonds are a girl’s best friends”… Evidentemente Hope è un po’ sociopatico, tanto che al momento si trova in una teca iper-protetta presso lo Smithsonian Institution  di Washington e non se la prende più con nessuno.
Probabilmente gli piace essere rimirato da lontano con reverenza, come quando era tre volte più grande e si godeva l’ammirazione degli uomini dall’alto del suo idolo indiano.

Magari le religioni cambiano, ma da induismo a consumismo Hope è rimasto protagonista.
E se la bella Hilary Rhoda (in foto) l’ha indossato senza problemi nel 2010 è stato perché, probabilmente, a Hope non dispiaceva l’idea di essere festeggiato nel 50° anniversario della sua donazione allo Smithsonian.

È inevitabile che questa storia ci sollevi dei dubbi: Hope è davvero un oggetto maledetto o si tratta di coincidenze?
Di oggetti sfortunati la storia è piena: si pensi all’automobile di James Dean, la Porsche Little Bastard, o all’autovettura sulla quale fu assassinato l’arciduca Ferdinando a Sarajevo.
Si dice che siano entrambi degli incredibili portasfortuna: la mitica Spyder Porsche in particolare ha ucciso o quantomeno ferito gravemente tutti coloro che l’hanno toccata dopo la morte del celebre attore: meccanici, estimatori e perfino ladri.

Eventi come questi non si possono spiegare. In definitiva o si crede che esistano davvero delle energie negative, oppure si afferma che siano eventi dettati dal caso che agli occhi di persone particolarmente suggestionabili appaiono come paranormali.
Certo, volendo considerare il diamante Hope e la splendida Little Bastard, il numero di morti sfida le leggi della probabilità….
Ma potrebbe essere un caso. Forse.

Nel dubbio non disincastonate pietre preziose dagli idoli indiani (anzi, tenetevi lontani in genere dagli oggetti indiani) e non chiamate la vostra autovettura “Little Bastard”. Ci sta che potrebbe non prenderla bene. 

Per la storia completa del diamante Hope e della Porsche Little Bastard vi consiglio di visitare il sito Latelanera, che mi è stato d’ausilio per dare sicurezza e arricchire le mie conoscenze su quanto ho scritto in questo post.

Buona domenica!

69 ANNI DOPO HITLER

30 aprile 1945. Sono giorni concitati, in cui si susseguono eventi determinanti per la guerra: il suicidio di Hitler avviene mentre le truppe sovietiche hanno in pugno Berlino ed è stato già commesso l’omicidio di Benito Mussolini e compagna.
Nel bunker dove afferma di aver trascorso la maggior parte degli ultimi dodici anni, Hitler convola a nozze con l’attrice Eva Braun, a sua volta tanto emozionata da sbagliare la firma sul certificato di matrimonio.
In uno dei suoi due testamenti il Führer afferma la volontà che il proprio corpo e quella della Braun siano bruciati, per evitare gli oltraggi da parte dei vincitori.
Ma questa disposizione non è bastata a chiudere il “Capitolo Hitler”.
Sulla sua morte si sono sprecate teorie che spaziano dal misticismo al complottismo: il 30 aprile viene considerata una data significativa dal punto di vista esoterico, poiché coincide con la Walpurgisnacht, la Notte di San Valpurga, in cui secondo la tradizione germanica le streghe escono dai loro rifugi per festeggiare il Sabba. 
Secondo alcune teorie degli studiosi delle Sacre Scritture, poi,  il 30 aprile dell’anno 31 potrebbe essere il giorno della presunta Resurrezione di Cristo.
In molti hanno sostenuto l’ipotesi che vuole il Capo del Reich fuggito in Sudamerica, come numerosi gerarchi nazisti; ipotesi che mal si sposa con alcune idee di Hitler, grande sostenitore del suicidio come unica alternativa possibile al trionfo. Al riguardo Albert Speer, noto come L’Architetto del Reich, ha detto: “Era chiaro a noi tutti da anni prima, dai lunghi consulti al Quartier generale, che il Führer accettava solo il trionfo o il suicidio”.
La tesi di una possibile sopravvivenza di Hitler è tutt’oggi in voga poiché, come ogni teoria del genere, ha quel fascino macabro che ci incute timore ma al contempo è in grado di farci ampiamente lavorare di fantasia.
Esemplificativo è al riguardo il brillante lavoro di Charles Bukowski, una perfetta sintesi di creatività, follia e terrore.

Una cosa è certa: vivo, morto o reincarnato che sia, su ciò che restava di Adolf Hitler sono stati compiuti chiari atti di distruzione.
Bruciato, seppellito e disseppellito più volte fino ad essere cremato definitivamente e sparso nelle acque dell’Elba, ciò che di lui ci rimane ufficialmente è una mandibola e dei frammenti di cranio, di cui uno si è, negli ultimi anni, rivelato un falso.
La sorte che è spettata al Führer ricalca quella di altri simboli del nazismo, come il carcere di Spandau, distrutto dopo la morte di Hesse per evitare che diventasse una sorta di “santuario” per fanatici delle ideologie neo-naziste.
Tale distruzione è il sintomo di una paura superiore, quella che il nazismo non sia stato debellato né con la presa di Berlino, né con l’apertura dei campi di concentramento, né con la morte del suo diffusore, né tantomeno con il processo di Norimberga.
L’idea è che per annientare un’idea bisogna distruggerne i simboli. Ma è davvero sufficiente?
Il Quarto Reich per ora è esistito solo nelle dichiarazioni di qualche politico, nella letteratura, nel cinema e nella televisione. Il nazismo è ancora un argomento squisitamente pulp, nei confronti del quale si continua a nutrire un interesse quasi morboso: potremmo osare sostenere che sia stata la Star del ventesimo secolo e continui ad esercitare un’influenza artistica notevole.
E forse non saranno rispettate tutte le volontà del suo testamento, ma quella frase detta all’ambasciatore britannico Henderson pare essersi (seppur postuma) realizzata…

Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia la vita come un artista.
(Adolf Hitler; Fonte: LIFE, 30 ottobre 1939)

 Letture e visioni consigliate: 

7 IDEE PER LE TESINE PIU’ ORIGINALI (part 2)

Eccoci di nuovo qui a parlare di tesine: dopo le prime quattro idee che vi ho suggerito nello scorso post, oggi concluderemo in bellezza la carrellata di spunti per creare dei percorsi coi fiocchi.
Dunque bando alle ciance e proseguiamo nel nostro tesina-tour:

5) L’UOMO, CREATORE DI MILLE MONDI
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All’uomo la Terra non è mai bastata: ha sempre cercato nuovi pianeti e nuove realtà. Il tema è così vasto che ci si può davvero sbizzarrire, tanto che ho selezionato solo alcuni possibili collegamenti tra i mille che mi sono venuti in mente.

  • Letteratura italiana: “Le città invisibili” di Italo Calvino.
  • Letteratura inglese: “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll/ “Peter Pan” di Matthew Barrie.
  • Letteratura francese: “Ventimila leghe sotto i mari” di Jules Verne
  • Filosofia: la Città del Sole di Tommaso Campanella
  • Geografia astronomica/letteratura americana: “Obsoleto” di Chuck Palahniuk. In questo racconto, l’ultimo del best seller “Cavie”, del quale vi consiglio caldamente la lettura, Venere è una sorta di mondo parallelo: i telescopi scoprono che le star del cinema defunte, da James Dean a Marilyn Monroe, sono ancora vivi sul “vicino” pianeta di fuoco e così l’umanità decide di operare uno sterminio di massa per raggiungerlo. Bellissimo, originale e paradossale: potete star certi che nessuno vi copierà l’idea!
  • Storia/letteratura/filosofia: leggende e racconti sulle popolazioni indigene. Gli indigeni sono da sempre stati considerati selvaggi e misteriosi: a lungo si sono covati forti sospetti – tutt’oggi non ancora estinti – su una loro presunta antropofagia.
    Tra le possibili letture spiccano “Robinson Crusoe” e “I viaggi di Gulliver“. Dopo la scoperta delle Americhe la dottrina filosofica si divise tra chi dipingeva gli indigeni come dei mostri e chi ne sosteneva invece la cristianizzazione. Rilevanti in proposito furono le teorie di Francisco de Vitoria e Francisco Suàrez, della Scuola di Salamanca.

6) ARMI: come si è evoluto il lato più oscuro dell’uomo. 
La violenza verso i propri simili ha dimostrato di annientare l’uomo in misura sempre maggiore, con lo sviluppo di armi sempre più devastanti e potenti.
Il tema potrebbe essere analizzato su un duplice versante: da una parte abbiamo l’arma più potente del secolo scorso, la bomba ad idrogeno, con tutto il dibattito etico ed ideologico che ne è conseguito; dall’altra uno scontro attuale sempre più acceso sull’uso e la concessione delle armi da fuoco.

  • Fisica/chimica: la bomba atomica e il gas eprite come armi di distruzione di massa.
  • Letteratura: i War Poets, poeti che furono soldati e trasposero nelle proprie opere la drammaticità e la devastazione della guerra. Tra questi uno dei più noti è Wilfred Owen, del quale mi è piaciuta in particolar modo “Il sogno del soldato“.

Sognai che il buon Gesù aveva sabotato
gli ingranaggi dei grossi pezzi d’artiglieria,
e inceppato in modo irreparabile
tutti gli otturatori.
Con un sorriso, aveva deformato
le Mauser e le Colt,
e arrugginito con le lacrime
tutte le baionette.
E non c’erano più bombe, né nostre né Loro,
neppure un vecchio acciarino o una forca.
Ma Dio, seccato, dette pieni poteri a Michele,
che, al mio risveglio, aveva riparato tutto.

  • Arte: qui si potrebbero citare innumerevoli pellicole, nonché la rappresentativa “Guernica” di Picasso.
    Se io dovessi scegliere un solo film opterei senza dubbio per “Full Metal Jacket“: esempio di alienazione e spersonalizzazione come pochi nel suo genere.
  • Filosofia e attualità: quello dell’etica nell’uso delle armi è un tema scottante e di grande attualità. Oltre al dibattito sviluppatosi intorno all’atomica (tanto che persino Enrico Fermi, nel 1950, firmò contro la “Bomba H”), eventi di cronaca più o meno recenti hanno spinto gli Stati Uniti a sollecitare misure più restrittive nella concessione del porto d’armi. Messi sotto accusa anche parecchi videogames, rei secondo alcuni di acutizzare e rendere quasi accettabile l’idea di violenza. Sul tema potete consultare questo articolo.
Ecco James Holmes, autore della strage di Denver, durante il suo processo. Sono stati formalizzati contro di lui ben 24 capi d'accusa.
James Holmes, autore del massacro di Aurora, durante il suo processo. Durante la prima mondiale del film Batman-Il ritorno del cavaliere oscuro, aprì il fuoco in un cinema causando la morte di 12 persone.

7) SERIAL KILLER

Questa è una tematica che mi ha appassionato moltissimo, e si può sviluppare molto bene nei campi della letteratura, dell’arte, della storia e della psicologia.

Parolisi, Vallanzasca, Amanda Knox, Charles Manson e Richard Ramirez: tutti sospettati di orrendi crimini, hanno stuoli di ammiratori.
Parolisi, Vallanzasca, Amanda Knox, Charles Manson e Richard Ramirez: tutti sospettati di orrendi crimini, hanno stuoli di ammiratori.
  • Nella storia di serial killer ce ne sono stati tantissimi: Barbablù, Jack lo Squartatore, e come non citare i dittatori che si sono macchiati le mani del sangue di milioni di vittime? Tra le figure più crudeli del ventesimo secolo troviamo i coniugi Ceausescu, spesso poco approfonditi nei programmi ma rei di crimini orribili. Le leggi volute da Elena Ceausescu causarono la povertà di migliaia di famiglie; furono vietati il divorzio, l’aborto e l’uso dei contraccettivi e ogni donna sotto i quarant’anni fu costretta ad avere almeno quattro figli. Nonostante negli orfanotrofi i bambini morissero di fame e dilagasse l’AIDS, lei ne negò l’esistenza, causando un’epidemia disastrosa.
  • Psicologia: Killer Groupies e ibristofilia, le donne che amano i serial killer
  • Diritto: il processo Ramirez, una delle pagine più tormentate dell’America del secolo scorso.
  • Letteratura: “Dottor Jekyll e Mr Hyde” di Stevenson, uno dei romanzi più famosi e amati della letteratura di tutti i tempi.
  • Arte: serial killer artisti. Cos’hanno in comune Hitler e Caravaggio? Erano entrambi degli artisti: su latelanera trovate spunti estremamente interessanti tra le analogie tra il processo creativo e quello che spinge all’omicidio seriale.
  • Latino: tra i primi serial killer della storia vengono annoverati alcuni dei più famosi appartenenti alla dinastia Giulio-Claudia: Nerone, Tiberio e Caligola erano dei veri sanguinari.

Occhio: se siete appassionati di serie tv non perdetevi queste due idee di tesine, su alcuni degli show più amati di sempre! 

E dopo questo viaggio tra mondi fantastici e serial killer non mi resta che augurarvi buon lavoro e un grande in bocca al lupo per questi esami di maturità!
E se volete sapere come rispondere ad un bocca al lupo… Date un’occhiatina qui, ne rimarrete sorpresi!

Buona maturità a tutti!