SE LE GILMORE GIRLS FOSSERO VISSUTE IN ITALIA

Questo è stato un anno importante per le fan di “Una mamma per amica”: Netflix e diversi siti pirata infatti ci hanno fatto dono del suo sequel, “A year in life”.
Premetto che il finale di nove anni fa a me personalmente stava benissimo, ma ovviamente sono stata iper-felice di un sequel che mi rendesse ulteriormente schiava di Netflix.

Questo sequel poteva essere bello o brutto, ma è riuscito nell’impresa di collocarsi in una inquietante via di mezzo, in cui alcune cose sono davvero belle e altre fanno sinceramente ribrezzo.

*SPOILER ALERT*
Non leggete oltre se siete spoiler-sensibili. 

spoiler-alertL’impressione è che qualcuno abbia congelato Stars Hollow e anche alcuni dei suoi abitanti, perché sono identici a come li avevamo lasciati. Ad esempio Emily Gilmore, che si è ibernata insieme a Babette e a qualcun altro della vecchia guardia.
Il che per un momento ci fa piacere, ma finisce per cozzare con segni di invecchiamento e mal riusciti interventi di chirurgia estetica: la fronte di Rory è più liscia del marmo di casa mia, mentre la faccia di Lorelai è piena quanto quella di un criceto goloso. Insomma, un attimo prima siamo convinti di essere tornati al 2007 e di essere nel fiore dell’adolescenza, e subito dopo sbam!, un filler o una chioma ingrigita ci ricordano che siamo nel 2016 e siamo più precari di Rory Gilmore.
Rory infatti non ha trovato il lavoro dei sogni, ma in compenso ha un fidanzato di cui si dimentica in modo assurdamente stronzo, ma così tanto che perfino le friendzonatrici numero uno ne saranno imbarazzate.
I suoi ex sono ovviamente ancora innamorati di lei, che si ostina a dire che non è davvero tornata a Stars Hollow, perché dopo dieci anni di scuole private e college esclusivi (in cui è stata sempre un’impossibile secchiona ligia al dovere), ritrovarsi precaria sembra paradossale anche a lei. In questa sorta di crisi mistica accetta di diventare l’amante del ragazzo che nove anni prima aveva chiesto la sua mano, e a cui aveva risposto “No, io voglio lavorare ed essere indipendente!”, finisce a letto con un cosplay e fa continuamente la spola tra Londra-New York-Stars Hollow senza che capiamo bene il perché.

Ma cos’è che esattamente ci disturba di Gilmore Girls – Il Sequel?
(Oltre a questo musical disgustoso)
screen-shot-2016-11-25-at-7-42-58-pm-1-700x525Il fatto che sia, a tratti, fin troppo veritiero.

Insomma, immaginate di essere Lorella detta Lella, e di tornare nel vostro piccolo paese natio dopo nove anni. 
Come minimo, i vostri ex hanno un’incipiente calvizie, li incontrate ad un centro commerciale tipo Coop con la moglie e i marmocchi e gongolate al pensiero che voi siete ancora belle e senza smagliature. Segue momento di sconforto perché a 32 anni non avete né lavoro né figli, e pensare che il vostro ultimo ex vi aveva chiesto di sposarlo e quello prima ancora… Beh, era un po’ disagiato, ma almeno vi ricordavate il suo nome. Anzi, era lui a dimenticarsi di voi, ma questo vi faceva andare ancora più sotto. 
Al che tornate dal vostro attuale fidanzato (che è un evidentissimo tappabuchi) e gli chiedete di mettervi incinte. Sì perché ok, voi sarete anche senza lavoro ma vostra nonna è tipo Berlusconi e sta avendo delle crisi che possono benissimo farle guadagnare pensione di invalidità e sentenza di interdizione et voilà, Lella non deve più lavorare. Non c’è il fidanzato o non vi fidate del suo corredo genetico? Non c’è problema, siamo nel 2016 ed esiste la fecondazione artificiale, potete chiedere all’amico gay di vostra madre di donarvi il suo sperma.
Vostra madre è super-contenta di diventare nonna, anche se sulle prime fatica ad accettare la cosa perché si sente ancora young, infatti vuole anche lei un figlio, indossa i cappelli con il pompon e vi fa fare ancora figure di merda. Tuttavia spende un capitale (quello di sua madre Emilia, ormai interdetta) in tutine, cappellini, ciucci personalizzati e le altre millemila cacchiate che si comprano ai neonati. E vissero tutti felici e contenti. 
Attendendo che Emilia stiri definitivamente, momento in cui la famiglia stapperà lo spumante, mentre la famiglia di badanti che vive a casa sua sarà un po’ meno felice.

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Bene, ma questo telefilm si chiama per l’appunto “Gilmore Girls”, non “Lorella la ragazza madre con figlia a carico”, che è un titolo che fa perdere tutta la magia, la freschezza, il bello di vivere in un paese microscopico, il fascino incomprensibile di un uomo che porta sempre i berretti, l’esperienza magica di frequentare super scuole dal nome snob dove si porta la divisa, il trovare carino che tuo padre ti chiami “ragazzina” e il tuo ragazzo “scheggia”.
Personalmente non avrei trovato nulla di simpatico nel vedere, a sedici anni circa, un telefilm su una madre che sgrida sua figlia, la mette in punizione, e lei che ha i brufoli, l’apparecchio e il sogno di andare all’Uniba o all’Unibo o in un’università dalla sigla strana che non è mai figa come Yale o Harvard. Rory, anche se è secchiona e ha l’aria di una che non fa niente di male nemmeno quando fa l’amante o squarta cuccioli di foca, ha tanti ragazzi, frequenta belle scuole, fa dei bei lavori, ci ha sempre illuso che anche noi avremmo realizzato i nostri sogni con al fianco un Dean o un Logan, come Lorelai ci ha fatto credere che saremmo state delle madri cool e che è possibile mangiare schifezze fuori casa senza ingrassare

Cosa volevamo? Un sequel che ci facesse sognare ancora, del tipo tutto è bene quel che finisce bene. Okay le crisi da trentenni e quelle di mezza età, ma poi tranquille ragazze, si sistema tutto! Invece abbiamo avuto uno schiaffo dopo l’altro, come a dire “EHI, QUESTA È LA VITA REALE!!”: Logan che millanta un piano dinastico (?!), Jesse che non ha il coraggio di dichiararsi, tante cose anche un briciolo troppo cattive e squallide (l’incubo dei water? La telefonata con l’amante mentre la tua fidanzata dorme a un metro di distanza? SERIOUSLY????).

Questa pretesa di essere troppo reale ci ha reso tristi, soprattutto perché ci siamo comunque sorbiti maialini, corvi parlanti, scrittrici pazze, una cuoca che assaggia i germogli che crescono sulle scale (!!), Stars Hollow che è rimasta identica nemmeno i suoi abitanti fossero bloccati lì per una maledizione, e allora noi ci chiediamo Se proprio dovevate metterci cose inverosimili perché ci avete messo delle minch *cose inutili* di cui potevamo benissimo fare a meno????
Non potevate farci sognare un matrimonio da favola per Rory? Non potevate farci credere che alla fine se ci facciamo il mazzo con dieci anni di studi poi possiamo davvero trovare il nostro lavoro dei sogni?
Cara Sherman-Palladino, non importa se siamo troppo grandi per le favole, noi vogliamo ancora sognare, e Gilmore Girls sarà sempre il nostro sogno adolescenziale.

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Sì perché io sono Rory Gilmore e nella peggiore delle ipotesi c’è sempre un ragazzo dietro di me pronto a consolarmi o ad offrirmi di fare la mantenuta a vita

Devo dire che comunque qualcosa di Gilmore Girls mi è piaciuto: mi sono emozionata, ho riso (soprattutto grazie a Paris), un po’ ho pianto e e sì, forse avrei potuto fare a meno di questo “finale” aperto e inconcludente che non ha cambiato davvero nulla, ma per un attimo ho desiderato che dopo quelle quattro parole ci fossero nuovi episodi.
Anche se qualcosa mi perseguiterà a vita, come Zach il-ragazzo-di-Lane che suona la chitarra con i capelli ingrigiti e mi ha messo una tristezza inverosimile addosso. O le macchie sulle braccia di Rory che mi hanno fatto domandare “Oddio, tra qualche anno sarò anch’io così?”

Comunque sia, vorrei farvi un piccolo regalo e concludere questo post con una delle cose che ci è mancata di più.
Indovinate? Già, la sigla.

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Perché le donne sono il problema

Come si suol dire, il maestro appare quando l’allievo è pronto.
Anche se è un maestro dubbio e che alterna programmi di gente obesa a programmi di gente (spesso obesa) che si sposa.
Ebbene sì, Real Time si è fatto portatore di un messaggio che mi ha illuminato: le donne possono causare una marea di problemi.

Una sera mi sono imbattuta nella nuova creatura di RT, molto probabilmente scopiazzata da qualche canale americano o ispirato a vere storie di gente colombiana, “Alta Infedeltà”.
Ammetto che queste storie sono abbastanza appassionanti, grazie ai commenti della mia gioviale famiglia e al fatto che si parla sostanzialmente di storie di corna – che piacciono a tutti.

La puntata è più o meno così:
Pino e Pina stanno insieme, poi arriva una Gina (lasciatevi suggerire il nome completo dalla vostra fantasia) che comincia a tentare Pino, affascinata non tanto dalla sua barba e dalla sua pancetta quanto dall’eterno potere attrattivo della fede nuziale. Quando lui cede perché Gina è sempre più bella, giovane, meno problematica e non ha mai mal di testa, lei non si accontenta di aver già sottratto Pino a una rivale donna… No… Questa tizia, che fino al giorno prima si credeva Samantha di Sex And The City e ai biberon preferiva Sangria e Mojito, inizia a fantasticare una vita insieme, un nido d’amore in cui costruire dolci sogni d’amore, ricolmo di tanti pargoletti che gattonano. Pino viene preso in pauroso contropiede, perché lui si è trovato un’amante per soddisfare le sue fantasie, e non perché vuole coccole e bambini.
Badate bene che le fantasie di Gina nascono dal nulla, ma hanno una crescita pari a quella di un OGM: se lui temporeggia per non dire di sì alle sue assurde proposte, Gina è capace di falli che neanche in quarta categoria, lasciando piccole tracce del suo passaggio perché Pina scopra tutto.
Un esempio? Lasciar cadere accidentalmente un’unghia finta di cinque centimetri nella doccia. Mannaggia, come ho fatto a non accorgermene!
Pino, che normalmente non è molto sveglio, accampa scuse poco credibili a Pina, fino a quando decide di dichiarare il suo amore per Gina (lui crede perché si sente bene con lei… La verità è che non ha scelta, una volta persa la moglie pensa a salvare la botte!).
Da qui si snodano diverse possibilità, che variano dalla pubblica gogna a una pacata e dignitosa disperazione da parte di Pina.
Ma la parte più interessante è ciò che accade dopo: mentre Pina generalmente si trova un compagno che le appare più maturo e responsabile (e anche più grande – tanto vale che gli uomini hanno una data di scadenza, tanto vale approfittarne), Pino e Gina sono finalmente liberi di vivere la loro favola!
E invece no! Gina è stanca del suo giocattolino e comincia a frequentare un tipo più giovane, aitante e figo di Pino.
Morale della favola: la battaglia tra Gina e Pina si conclude con pari perdite ed entrambe scaricano Pino.
Non ce la faccio a non provare compassione per quest’uomo, davvero.
E’ come mettere un bambino a giocare a Monopoli, pretendendo che sappia destreggiarsi in un gioco ben più grande delle sue doti intellettive.
Se avete visto Match Point , capirete bene di cosa parlo: un attimo prima la vita ti sembra meravigliosa, tua moglie ti prepara da mangiare ed è là a disposizione in caso di carestia, hai un’amante bellissima che devi sopportare per così poche ore a settimane che sei perfino in grado di interessarti ai suoi provini da attrice…
Poi un giorno la tua amante si sveglia e vuole diventare la tua seconda moglie, anzi la prima, perché sticazzi che lei l’hai sposata prima, l’hai tradita con me, hai preferito me, quindi io vengo prima!

J. Rhys-Meyers che sfoggia perfettamente l'espressione "Emmosocazzi"
J. Rhys-Meyers che sfoggia perfettamente l’espressione “Emmosocazzi”

Insomma, gli uomini pensano di avere veramente il controllo di queste cose, ma le donne hanno il potere e sono in grado di distruggere intere vite con un’unghia finta.
Sono il problema, ma possono essere un’altrettanta buona soluzione.
Vanno maneggiate con cautela, ignorate quanto basta, amate almeno il doppio.
E quando vogliono darsi battaglia, l’ideale è spararsi a un piede e farsi mandare a casa.
Vietnam docet.

L’AMERICA CI SERVE! E’ PIENA DI CICCIONI!

Gli americani sono grassi, e di questo ho avuto coscienza grazie al canale più sconcertante che sia mai stato concepito nella storia della radiotelevisione, cioè Real Time.

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Il palinsesto di Real Time in buona sostanza si fonda su campeggi estivi per ragazzini obesi, famiglie di obesi, accumulatori seriali (spesso obesi), cuochi non obesi che ricercano schifezze da obesi in tutti i ristoranti d’America e spose (gipsy, nane, ricche sfondate, dark e anche obese).
Così mi sono fatta l’idea che negli USA non ci siano molti fan dell’alimentazione “fettina di carne e insalata”. 

Ma questo è uno stereotipo. Perché  in America ci sono molti esperti di nutrizione!
E non solo obesi!

Ma se noi vediamo gli americani come un popolo extralarge,
ci siamo mai chiesti come gli americani vedono noi?

L’italiano tipo è stato magistralmente dipinto in capolavori come Il Padrino, To Rome with Love e i Simpson.
Nel film di Woody Allen dedicato a Roma, l’unico italiano talentuoso è un tenore che gestisce un’impresa di pompe funebri. 
Sua moglie è così arretrata che a confronto la signora Corleone è una sexbomb progressista, e a un certo punto pensa bene anche di minacciare la gente con un coltello, in pieno stile “La mafia uccide d’estate”. 

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Giacca di velluto marrone e barba incolta: per Allen siamo stati hipster prima che fosse mainstream.

Il tutto mentre gli americani del film girovagano per Roma incantandosi ad ogni pietra, parlando con i fantasmi e sfoggiando il loro stile summer-hippy “levatevechemefateombra”.
Beh, che dire… grazie Woody!

Per l’americano, l’italiano è: pizza, spaghetti, mafia, Armani e Ferrari.
Sarebbe carino se citassero, che so? La grappa e il pecorino, tanto per dirne una.

Ma gli americani non sono generosi proprio con nessuna etnia: per loro i francesi sono snob, i greci tradizionalisti, gli ispanici tutti criminali, i russi sono sempre – ma sempre sempre? SEMPRE! degli ubriaconi con un accento ridicolo, i cinesi hanno una lavanderia e sono anche esperti di arti marziali, i coreani sono dei geni e le donne nere non fanno altro che intraprendenti gesti collo/dito per far capire chi comanda nel quartiere.

Così, per sfizio, mi sono curata di raccogliere i tipici luoghi comuni dei film americani.
Non è una guerra di etnia, a me gli americani stanno anche simpatici, finché tengono le loro uova fritte con panna acida lontane dai miei sensi.

  • Avete mai visto un americano fare il caffè? No, perché la caffettiera è sempre piena.
    Piena di un liquido che nessuno di noi definirebbe caffè, dei quali bevono approssimativamente un ettolitro al dì.
  • Qualunque evento della vita di un americano è scandito da barbecue, tranne se ebreo: in quel caso la sua vita si articola in millemila bar mizvah.
  • Non c’è poliziotto che non mangi ciambelle
  • In ogni partita di baseball c’è un fuoricampo…
  • … E avete presente il padre che chiama sempre il proprio figlio “campione”??
  • Il vulcano è l’unico progetto di scienze che sia mai stato concepito nella storia scolastica americana
  • Nell’ora di educazione fisica non può mancare il nerd equipaggiato di canotta extra-large e pantaloncini extra-large a vita alta
  • Le nerd al contrario diventano puntualmente delle fighe spaziali sciogliendosi i capelli, togliendosi gli occhiali e cambiando abbigliamento: è un po’ la stessa regola per la quale le scienziate sono tutte fighe.

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    Ecco un tipico esempio di nerd senz’occhiali. Creatura mitologica che esiste solo nei film americani.
  • TUTTE le confraternite organizzano toga party (ma poi che c’entrano con Roma?), nessuno apre mai un libro, si beve e si fa sesso oltre le umane capacità di resistenza fino alla laurea, in cui tutti lanciano i cappellini all’aria.
  • Naturalmente nelle suddette università c’è sempre il ragazzo di colore che è un genio in matematica e gioca a football. 
  • Solo precise categorie di persone fumano: i ribelli del liceo (con capelli tinti & borchie), ispanici, europei e cattivi. E anche qualche poliziotto, ma solo se ha dei profondi conflitti interiori.

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    Solitamente in ogni telefilm americano c’è un’adolescente figa che passa un periodo oscuro in cui si tinge i capelli e fuma, passando per una Katy Perry versione fashion-dark.
  • E che dire dei processi?? I film sui processi sono i miei preferiti.
    Sono un mare indefinito di “obiezione, Vostro Onore!”, scleri del giudice – che se è buono è sempre un afroamericano, o ancor meglio una afroamericana – che minaccia di sbattere tutti fuori/chiama gli avvocati al bancone, testimoni che entrano nel bel mezzo del processo e sono determinanti per esso e poi loro…
    Immancabili in qualunque film giudiziario americano: i sermoni fatti alla giuria dagli avvocati.
    Sermoni della durata di due ore e mezzo, in cui vi sono scene che sfiorano la tensione emotiva di “Ogni maledetta domenica”, in cui si dicono parolacce, bestemmie, quasi mai si citano motivi di diritto e ovviamente poi alla fine si vince.

    Gli avvocati d’ufficio naturalmente sono sempre incapaci, questo è matematico.

    A proposito di matematica, avete mai sentito parlare dei matleti, quelli che fanno le gare di matematica alle superiori? Sono simpatici quasi quanto i bambini che fanno le gare di spelling!

Che dire alla fine?

È finzione! E ci piace proprio per questo motivo.
Nella realtà non è mai il poliziotto di colore quello che muore per primo e non tutti gli italiani guidano una Ferrari.

Prendiamola a cuor leggero… Noi che non siamo obesi possiamo!

QUEL MAGNIFICO VIAGGIO NELL’HORROR

I topic della casa infestata, del manicomio e delle streghe sono così diffusi nelle produzioni del genere horror che spesso si ha la sensazione del “già visto”.

Ma non se vedete American Horror Story. 

Definito imprevedibile e accattivante dal Boston Herald e dal Washington Post, questo show televisivo promette anche per la sua terza stagione di tenere incollati allo schermo gli amanti del genere horror grazie a generose dosi di paura e ironia e ad una trama ben strutturata.
I suoi pregi? Non ha paura di spaventare lo spettatore, non si dilunga inutilmente (dodici episodi la prima stagione e tredici la seconda, a fronte dei circa 20 episodi di altre serie televisive) e affronta svariate tematiche sotto il filone sempreverde dell’horror.

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L’attore Evan Peters, nei panni di uno dei protagonisti di American Horror Story, Tate Langdon

I caratteri ridondanti delle serie televisive e dei film d’orrore vengono messi da parte, a favore di adulterio, sindrome di Down, sessualità, psicosi, aborto, disagio giovanile e un interessante revival del caso “Black Dahlia” del 1940; il risultato è una storia che si snoda intorno alle paure e ai terribili gesti umani, condito da un gusto retro che non dispiace e da tanta, tanta suspense.
Ciò che contraddistingue AHS dai suoi coetanei dello stesso genere è il fatto che si tratta di un prodotto intelligente, che spinge lo spettatore a riflettere su tematiche scottanti e controverse, a differenza di altre produzioni d’oggi che prediligono il lato splatter o più generalmente d’impatto, curandosi poco del messaggio che sottende il sangue, le torture & tutto il resto.
I film horror degli ultimi dieci anni prediligono la crudezza della trama e delle immagini: esempi ne sono “Non aprite quella porta”, “La casa dei 1000 corpi” (entrambi del 2003), “Hostel”, “Le colline hanno gli occhi” e i sempreverdi film sugli esorcismi.
Nuovo filone è quello degli horror movie girati come dei documentari con una telecamera nelle mani di un personaggio: la scena in questo modo viene vissuta in prima persona dallo spettatore, come in alcuni videogames del genere; esempi ne sono “Rec” e “Paranormal Activity”, che sono stati gli apripista ad una lunga serie di film girati in modo analogo.
Inferiori di numero ma di profondità senza dubbio più elevata le pellicole con sfumature thriller e psicologiche: dal bellissimo “1408” del 2007 all’inquietante “The Orphan” del 2009, con ottime interpretazioni da parte degli attori protagonisti.

The-ringIn un settore che prende molti spunti dai creativi nipponici (gli esempi si sprecano, da “The Ring” a “The Eye”, rifatti dalla cinematografia americana), effettivamente i temi sono sempre gli stessi e ci sono poche novità. Grande successo ha riscosso la saga di “Saw”, che comunque negli ultimi capitoli ha perso lo spessore e la profondità che aveva contraddistinto le prime produzioni, riducendosi anch’esso a carne tritata e sangue a volontà; alcuni registi hanno puntato poi sul binomio orrore e romanticismo, facendo venir fuori prodotti non ben definiti che a mio parere sarebbe esagerato far rientrare nel genere horror vero e proprio. Gli odierni “Twilight” e “Warm bodies” hanno ben poco da spartire con mostri del settore come “Intervista col vampiro” (capolavoro di Neil Jordan del 1994) e la saga di “Underworld”: sono più che altro dei teen-movie abbastanza banali che sfiorano il tema del soprannaturale senza calarvisi a pieno.

Personalmente ho trovato molto divertente “Dark Shadows” di Tim Burton, ispirato ad un serial che molti big di Hollywood adorano (tra cui lo stesso Depp, attore protagonista), ma lo consiglierei più come bel film non impegnativo che come pietra miliare dell’horror.
L’intento di Brad Falchuk, insieme a Ryan Murphy ideatore di American Horror Story, era far vedere questo genere da un’altra prospettiva, e a mio parere ha finora realizzato il suo obiettivo.

Se siete deboli di cuore, deboli di stomaco e anche fragili psicologicamente vi sconsiglio caldamente di vedere AHS, perché davvero, non fa per tutti. Pur essendo una grande amante del settore l’ho trovato non poco scioccante, ma davvero ricco di spunti e con dei risvolti molto interessanti.
Qui di seguito vi propongo una lista di film che vi consiglio, basandomi esclusivamente sul mio gusto personale. Per intenderci, non vi metto film che “hanno fatto la storia” dell’horror movie, celebrati dalla critica ma che per la sottoscritta sono stati un buon pretesto per cancellare foto inutili dalla gallery di Whatsapp.

Film consigliati:

  • Schegge di follia (Heathers), 1988 [E’ più che altro una black comedy, assolutamente fantastica]
  • Carrie – Lo sguardo di Satana, 1976 e 2013
  • Dark Shadows, 2012
  • The Orphan, 2009
  • Intervista col vampiro, 1994
  • 1408, 2007
  • Underworld, 2003
  • Frontiers – Ai confini dell’inferno, 2007 [Non ho potuto citarlo nel post, ma vale davvero la pena di vederlo. E’ un ottimo esempio di unione tra lo splatter e l’horror più psicologico]
  • The Ghost Ship, 2002
  • The Skeleton Key, 2005
  • Martyrs (À l’intérieur), 2007
  • Non aprite quella porta – L’inizio, 2006
  • 30 giorni di buio, 2007
  • Omen – Il presagio, 2006
  • Saw I, 2004
  • Shining, assoluto capolavoro del genere, classe 1988.

Scandal

Gladiators in suits“, che trasposto in italiano sta per “gladiatori in giacca e cravatta” (traduzione leggermente sessista perché non menziona i tailleur, ma è da apprezzare lo sforzo): così si definiscono i brillanti avvocati di Scandal, la serie televisiva politico- thriller trasmessa dalla ABC a partire dall’aprile di quest’anno.
Gli studi legali sono da checche” dice uno degli uomini dello staff della geniale Olivia Pope, ex direttore delle comunicazioni della Casa Bianca, colei che secondo una diffusa opinione è stata la ragion per cui il Presidente degli Stati Uniti è divenuto tale. La figura della Pope è ispirata a quella Judy Smith ex collaboratrice del Presidente George W. Bush poi divenuta “crisis manager”, sarebbe a dire “una che risolve i problemi”.
E quello che la Olivia Pope and Associates fa è proprio questo: risolvere i problemi. Di chi? Di uomini e donne accusati di omicidio, prostituzione e quant’altro. A loro non interessa trovare il vero colpevole, ma solo e unicamente scagionare il proprio cliente, perché il cliente viene prima di tutto.

L’attrice Kerry Washington, che interpreta Olivia Pope

E’ una visione abbastanza cruda e reale della dimensione legale, pur temperata dalla rigida selezione attuata dall’intuito di Olivia: lei, grazie soprattutto ad anni passati alla Casa Bianca, riesce a capire immediatamente quando un cliente mente e quando invece è sincero, e in base a questo decide se votare a lui tutte le energie e la capacità del suo staff oppure no.
La parte più affascinante di questo serial tv è la fluidità e la persuasività dei discorsi di Olivia & Co.: fidatevi, ne rimarrete incantati. Sospetto che anche questa serie televisiva verrà ingiustamente stroncata dal doppiaggio e dalla traduzione in lingua italiana, pertanto il mio consiglio è di procurarvi puntate in lingua madre e sottotitoli: non ve ne pentirete.

Passiamo alla critica: Scandal è stata tacciata di essere una serie poco realistica (letteralmente è stata definita: “a bad political fantasy“) e troppo ricca di enfasi (un esempio citato a questo proposito è il procuratore che ripete “io sono la legge, la legge è me”).
Sinceramente non trovo la trama e le situazioni fantasiose: giudici che vanno a letto con prostitute, candidati elettorali che ci provano con le stagiste.. Se tutto ciò è poco realistico, allora gli affair che coinvolgono uomini politici italiani (da festini a tema a prostitute transessuali) hanno i caratteri di una soap opera!
In secondo luogo forse qualche espressione, in primis “gladiatori in giacca e cravatta”, suona leggermente pomposa; di contro però, si tratta pur sempre di una serie televisiva con qualche immancabile dettaglio di fiction, e stiamo parlando dei migliori avvocati degli USA: sono americani, e tutti sappiamo quanto piace loro inserire frasi ad effetto alla “I am the law, the law is me“.

Tony Goldwin, che interpreta il Presidente Grant Fitzgerald (nome molto presidenzialesco). Per me somiglia un sacco a un potenziale James Bond.

In definitiva: Scandal è una serie piacevole che riesce a intrattenere gli spettatori con i mille intrighi nei Palazzi del Potere e li convince di quanto sia improbabile che una first lady si sia salvata dall’irrefrenabile tendenza del proprio marito a donarle corna ramificate quanto quelle di un cervo.
Nessuna delle due suona come una novità, ma vi sfido a trovare qualcosa di decente nelle più recenti programmazioni, in cui ormai a farla da padrone sono telefilm che hanno per protagonisti vampiri e lupi mannari e altri che sanno già di trito, ritrito, rimasticato e sputato.
666 Park Avenue fa tanto mix di Avvocato del diavolo, Dirty Sexy Money & Supernatural, non mi sono ancora arrischiata a vedere Arrow e non ho la minima intenzione di visionare Beauty and the Beast che mi sembra tanto appartenere alla sopracitata categoria del trito e ritrito; ciò di nuovo che viene proposto, come Primeval: New World (scienziati, minaccia di resurrezione dei dinosauri) non mi tira proprio.
Perciò, per colmare l’enorme vuoto lasciato da pietre miliari come Desperate Housewives e nell’attesa che riprenda la programmazione di serie come Glee e Pretty Little Liars (niente di geniale, ma hanno il potere di intrattenere) e tra una puntata di The Killing e una di Supernatural, mi fa piacere inserire un telefilm nuovo e con del potenziale come Scandal. Se avete consigli per ravvivare i miei pomeriggi post- studio, fatevi avanti: sarò ben lieta di inserire qualcosa di interessante che non rincretinisca il mio cervello!